sabato 2 aprile 2016

COLPE APPARENTI E... IL DETECTIVE FILOSOFO




Ringrazio la Professoressa Pina D'Alatri per la bella ed attenta recensione su "Colpe Apparenti", pubblicata nella Gazzetta del Sud del 27/03/2016 e sul sito dell'ADSeT, Associazione dei Dirigenti Scolastici e Territorio di Messina.

Un detective filosofo

di Pina D’Alatri

 Il romanzo giallo è una tipologia narrativa  che trova ampio riscontro tra gli scrittori siciliani contemporanei. Il giallo, come genere  commisto, è ricco  di suggestioni letterarie e paraletterarie e in esso si mescolano metafora e allegoria, intrecciandosi in un gioco sottile e complesso. Sofisticheria, ambiguità, paradosso, in un mondo in bilico tra potere statale e illegalità , costituiscono gli ingredienti tipici della produzione noir siciliana. Al gran numero degli scrittori già celebri, può certamente accostarsi Michele Barbera, poliedrico scrittore di Castelvetrano (“Colpe Apparenti” 2015  Sciacca, Aulino Editore) che rivela un quid di originalità, rispetto agli autori suoi conterranei, sia nella modifica del contesto sociologico sia nella figura di un investigatore –filosofo, tuttavia gli elementi tipici del giallo siciliano ci sono tutti. Una serie di delitti inspiegabili si verifica in un tranquillo paese, arroccato alle falde dell’Appennino abruzzese che, seppur evocando luoghi di “siloniana” memoria, non manca di suggerire scorci e immagini dell’entroterra isolano. La stazione dei carabinieri di Roccapiana, piccolo centro montano nei pressi di Perugia, comandata dal maresciallo Massimo Liberti, viene all’improvviso scossa da eventi delittuosi che spezzano la routine costituita da qualche rissa tra ubriachi o da episodi non significativi di spaccio di droga. Un potente riflettore si accende sul paesino e le forze dell’ordine entrano nel mirino dell’opinione pubblica e dei superiori. A cosa serve una laurea in filosofia, oltre ad indagare i tortuosi percorsi della mente e ad approfondire le ragioni dell’essere? Massimo Liberti non lo sa, gli eventi però glielo chiarificheranno. Un giovane con un bagaglio culturale fatto di studi profondi basati sulla ricerca dell’essere e delle sue ragioni in cui la disamina delle forme conduce alla scoperta di complessi nodi esistenziali, difficilmente si colloca nel sistema produttivo della società odierna e per lo più deve cedere al compromesso. Tuttavia ciò che è acquisito resta e diventa strumento d’indagine tra i più raffinati, di ciò si rende conto Liberti quando scopre di avere una marcia in più, nella ricerca della verità, rispetto agli altri investigatori. Abituato a soppesare ogni indizio e a setacciare il reale per cercarne le ragioni nascoste, è convinto che la verità assoluta non esiste ma piuttosto una propaggine nebulosa di ipotesi probabili. Consapevole del fatto che in filosofia il dualismo costituisce un’antinomia strutturale, si rende conto che avere più potenziali colpevoli determina una realtà imperfetta, ambigua e perciò non vera. L’”arte “ maieutica lo conduce pian piano alla soluzione dell’intricata vicenda consentendogli di penetrare nella profondità delle cose, senza fermarsi all’apparenza. La soluzione più vicina non è sempre quella giusta, per squarciare il velo basta talvolta mutare il punto di osservazione della realtà e rimuovere la fissità di certi schemi che offuscano la verità.


Ecco il link completo all'articolo: recensione ADSeT

By Michele Barbera 

lunedì 21 marzo 2016

GLI AVVOCATI INSORGONO: A RISCHIO IL “DIRITTO ALLA GIUSTIZIA” CON LA RIFORMA DELLA GEOGRAFIA GIUDIZIARIA


Non bastavano gli aumenti al “contributo unificato”, le continue ed arzigogolate riforme alle procedure, i tagli all’organizzazione degli Uffici Giudiziari per le sezioni staccate. C’è qualcos’altro di particolarmente rischioso e subdolo.
Qualcosa che rischia di destabilizzare la tutela giudiziaria e l’accesso alla Giustizia di una notevole parte di cittadini. 
Appare significativo quanto detto dal Presidente dell’Organismo Unitario per l’Avvocatura, Mirella Casiello che ha affermato che mentre da un lato in Italia si tende al decentramento per recuperare efficienza amministrativa, per quanto attiene il sistema giudiziario si è andati in senso opposto, accentrando gli uffici, tagliando la giustizia di prossimità, quella cioè di base e periferica, più vicina per definizione ai cittadini.
Da parte del “gruppo di lavoro” guidato da Vietti per conto del Ministro della Giustizia si è bandizzata l’ennesima riforma che poi non consiste altro, nella sua quasi totalità, nel taglio orizzontale di tribunali e corti di appello.
Taglio delle corti di appello sino a farne rimanere una in ogni regione, tagli dei tribunali subprovinciali (adesso? dopo che le province sono state abolite?).
Di fatto gran parte dell’attuale sistema giudiziario verrebbe ad essere smantellato e notevoli porzioni di territorio abbandonate a se stesse, prive di ogni presidio giudiziario.
Non solo, ma per effetto dell’aumento delle trasferte, delle notevoli carenze della rete dei trasporti, della ipertrofia paralizzante a cui sarebbero condannati gli Uffici superstiti, l’accesso alla giustizia diverrebbe – di fatto – notevolmente più difficile ed esponenzialmente più costoso.
L’effetto sarebbe devastante.
Ma, forse, a chi governa, interessa solo che a lungo andare i cittadini desisteranno dal chiedere giustizia ai tribunali e, così, finalmente i “numeri” dei contenziosi diminuiranno.
Insomma, per diminuire i casi di malattia si uccide il malato.
Non lamentiamoci se tutto questo indurrà un ulteriore disorientamento e disaffezione nel cittadino: sarà l’ennesimo pasticcio italiano, dove il problema non si risolve, ma lo si sopprime o -sulla carta - si fa finta che non esista. Senza pensarci troppo.
Una Giustizia che non funziona si tradurrà in un far west della convivenza. Tutto ciò va correlato alla recente “depenalizzazione” di condotte e reati che, per quanto di minimo spessore criminale, erano estremamente comuni e necessitavano di un’adeguata opera deterrente costituita – per l’appunto – dalla sanzione penale.
In ultima analisi, si va verso una “destrutturazione” del pianeta Giustizia, destinata ad una eutanasia dalle conseguenze sociali difficilmente prevedibili.
Siamo assolutamente certi che questa ennesima riforma non risolverà né il problema degli sprechi nella pubblica amministrazione, né renderà più efficiente la giustizia, ma solo più difficile e costosa. E correlativamente si assisterà all’acuirsi di tensioni sociali legate alla mancata ed efficiente amministrazione della giustizia. Non ci credete? Aspettate e vedrete… lo “zio Totò” è dietro l’angolo, pronto a sostituirsi – in punta di coltello – a magistrati ed aule di giustizia.
L’unica speranza è che i parlamentari, soprattutto quelli dei territori periferici, piagati da un isolamento cronico, si oppongano al risiko della giustizia giocato con bandierine sulla carta e lancio di dadi e  riescano a ribadire le peculiarità della giustizia e le specificità della tematica, di modo da evitare approvazioni acritiche e “bulgare” e supinamente prone ai diktat di un governo miope e sfacciatamente menefreghista.
Le uniche e vere riforme che servono alla Giustizia sono:
a) un adeguato numero di magistrati ben preparati affinché le sentenze rispecchino il diritto e non diano corso ad impugnazioni;
b) unificazione dei riti e delle procedure con l’adozione di codici processuali semplificati;
c) la previsione che le liti civili e quelle penali siano precedute da dichiarazioni di intesa in cui ciascuna parte indichi sin da subito le condizioni per la cessazione del contenzioso;
d) l’abolizione delle inutili misure alternative al contenzioso (mediazioni e negoziazioni varie) che ritardano ed ingolfano le trattazioni degli affari e spesso acuiscono le tensioni fra le parti.

By Michele Barbera 

mercoledì 16 marzo 2016

VOTIAMO SI’ ALL’ABROGAZIONE DELLA LEGGE SULLE TRIVELLAZIONI!

Andiamo in massa alle urne e VOTIAMO “SI’” per rispetto del mare, della natura, per i nostri figli, per coloro che domani abiteranno questo pianeta quando noi non ci saremo più.
Trivellare ancora alla ricerca di energia fossile, non rinnovabile ed inquinante è quanto di più sbagliato possiamo fare.
Il progresso energetico è tutt'uno con la tutela dell'ambiente ed ha solo una strada percorribile: quella del riciclaggio e quella delle energie rinnovabili.
Si deve, quindi, nell’ambito energetico favorire l’impianto delle fonti rinnovabili che sono l’energia del futuro e non sono inquinanti.
Dobbiamo smetterla di investire nell’inquinamento, nel degrado ambientale e nel profitto delle multinazionali.
Non è vero che si perdono posti di lavoro. Anzi, con le energie alternative si creano più posti di lavoro e più investimenti sani ed ecocompatibili.
Dobbiamo avere il coraggio di pensare al futuro del pianeta e delle generazioni future. Ciò necessita di un mutamento di coscienza ed una presa di posizione certa.
Il fotovoltaico, l’eolico, l’energia cinetica sono delle realtà, le uniche realtà del futuro.
I cartelli del petrolio hanno di recente abbassato il prezzo del greggio per evitare gli investimenti nel settore delle energie alternative. E’ solo una manovra speculativa.
Non cadiamo in questa trappola.
L’energia del futuro non può essere il petrolio, né le altre energie fossili per loro stessa definizione limitate e destabilizzanti.
Facciamo valere la volontà del popolo contro ogni governo lobbistico ed asservito alle multinazionali finanziarie e bancarie.
La legge in Italia è asservita al Popolo ed è il Popolo l’unico sovrano.
Che i nostri politucoli beceri, parassiti, nullafacenti e scrocconi lo sappiano.
Italiani, abbiate rispetto di voi stessi e dei vostri figli: VOTIAMO SI’!

By Michele Barbera 

sabato 5 marzo 2016

MENFI E L’EMIGRAZIONE SILENZIOSA



Premessa (doverosa): credo che quello che leggerete non è parte solo di Menfi, ma di tutto il Sud, o, forse, di un certo Sud. Narro solo di un vissuto personale e, perciò, per me, tanto più sentito e doloroso.
Trent’anni. O poco più. L’ho rivisto fermo ad un angolo di strada, in una posa che ho riconosciuto prima ancora di guardarlo negli occhi. L’incontro è stato una piccola scossa di terremoto che scuote il tran tran quotidiano. Una birra, domande scontate per risposte ovvie, ma che destano meraviglie.
Un compagno di scuola, perso dopo l’adolescenza. La via dell’emigrazione silenziosa, quella che ti fa cercare una “sistemazione” in città o al Nord. In quel posto indefinito dove si vive meglio e c’è la possibilità di lavorare senza trascinarsi dal politucolo al baronetto, in un pendolarismo clientelare da servi della gleba, per implorare quel diritto su cui si fonda la nostra nazione.
Trent’anni. Una parentesi che corre veloce. Facciamo un rapido calcolo con il mio amico. E scopriamo che del nostro gruppo – una trentina o poco più – a Menfi ne sono rimasti si e no otto. Un paio sono morti. E gli altri? Dove li ha condotti il fiume silenzioso della vita, quella triste slavina della esistenza che si chiama “bisogno”?
Ragazzi validi, con-la-testa-sulle-spalle, come si dice. Eppure scomparsi. Quasi una lupara bianca che miete le sue vittime senza scalpore, tranciando le radici e facendo disseccare la pianta dell’entusiasmo come un virus letale.
Non ci sono barconi nel mezzo, né trafficanti di vite umane o fili spinati che fanno-tanta-scena in tivvù. E' un'emigrazione silenziosa, ma non per questo meno dolorosa e traumatica.
Finiamo la birra senza entusiasmo. Il mio amico mi racconta che, ormai, non gli va più di scendere a Menfi. Vede solo il deserto. Si sente estraneo nella sua terra. Come una sorta di reduce di qualche guerra.
Vorrebbe fare qualcosa per rivitalizzare il legame – suo e di tanti – con il paese di origine dove i ricordi hanno ormai il sopravvento sui sogni. Ha provato a parlare con qualcuno, ma ogni volta sembra "che gli ridono in faccia". Non lo prendono sul serio. Mi dice con rabbia che Menfi è diventata una palude. O, forse, lo è sempre stata, rispondo.
Ci salutiamo senza rimpianti. Ci scambiamo i numeri di cellulare che annegheranno nella rubrica dello smartphone. Buoni solo per gli SMS preconfezionati di Natale.
Un sorriso, una pacca sulle spalle. Mi invita al Nord, dove lui vive. Scuoto la testa.
La mia battaglia la voglio condurre qui. E rilancio: dovremmo provare a bonificare la palude.
Stavolta a sorridere è lui.
By Michele Barbera 

lunedì 15 febbraio 2016

METAREALISMO E POESIA EMOZIONALE: UN CRITERIO ERMENEUTICO PER LA POESIA CONTEMPORANEA

Dalla Rivista "IL CONVIVIO", edita dall'Accademia Internazionale "Il Convivio" n.63 riprendo il mio saggio sulla poesia contemporanea: 

Non è raro imbattersi in analisi compiute verso la coscienza della poesia contemporanea, alla ricerca di un denominatore
comune che racchiuda la “poetica” lirica moderna. E facilmente le dissertazioni sono destinate a perdersi in un limbo, talvolta disordinato, di matrici letterarie non facilmente distinguibili. È vero che la poesia contemporanea è varia dal punto di vista stilistico: spazia dai neoermetici, sino ad avanguardie sperimentali post-moderne, che giocano sul filo del linguaggio destrutturato, dei paradossi, delle metafore sensoriali, sino a sprazzi di neoclassicismo con il recupero di metriche antiche e rimari. Ma la domanda da cui parte la mia modesta riflessione è assai diversa: Cosa vogliono dire oggi i poeti? Qual è l’oggetto, se esiste, della poesia? Attenzione, però. La poesia non è soltanto “comunicazione”. Non è uno strumento semiologico su cui innestare informazioni e contenuti di immediata fruizione. Se fosse così non sarebbe poesia. Jean Guitton, congiuntamente ai due scienziati G. Bogdanov e I. Bogdanov, nel saggio “Dio e la scienza. Verso il metarealismo”, pur da “non-poeta”, almeno in senso formale, enuncia la propria tesi nel sunto «ciò che vorrei dimostrare insieme ai fratelli Bogdanov, appoggiandomi su quelle che sono le loro conoscenze scientifiche, è il fatto che alla fine di questo millennio i nuovi progressi della scienza permettono di intravedere un’alleanza possibile, una convergenza, seppur ancora oscura, tra la conoscenza fisica e il sapere teologico, tra la scienza e il mistero supremo». Il pensatore francese introduce nella sua riflessione il concetto di “metarealismo”, visto e considerato come “un nuovo modo di pensare che eliminare le frontiere tra lo spirito e la materia”. Nulla di nuovo, forse, visto che già in Russia, nei poeti del  Novecento, troviamo teorizzata una “scuola metarealista”, sia pure in una prospettiva lievemente differente.
Ma in questo terzo millennio la poesia ha il suo campo privilegiato non tanto nella osservazione della realtà, quanto
nella emozione che la stessa osservazione provoca. “Emozione” intesa quale espressione libera e rarefatta dello
spirito, dove il lessico acquista nuova pregnanza e le sfumature stilistiche diventano arte allo stato puro sentimento,
concetto astratto di una realtà la cui introspezione richiede indagini extra o meta sensoriali. 
La realtà non è più tale. Diventa sentimento che il poeta, nella sua sofferenza, si sforza di comunicare, con esiti più o
meno felici, al suo lettore. Si dice che gli occhi vedono, gli orecchi sentono ma solo l’intelletto-anima comprende. Ciò che lo circonda diventa materia da plasmare per lo spirito del poeta che, lontano dalla fisicità meccanica, dallo stretto materialismo, o dalle costrizioni sensoriali, inventa emozioni, crea sentimenti, forgiando nuovi significati a parole antiche. Significativa la poetica di Olga Sedakova, espressione del metarealismo russo, nel suo “Solo nel fuoco, si semina il  fuoco”. G. Mainardi nella sua Prefazione, citando la poetessa russa M. Cveteva asseriva che “la contemporaneità del poeta è la sua condanna al tempo. Condanna ad essere da lui condotto”. La Sedakova che pure proclama la sua libertà, il suo iniziare a comporre poesie prima ancora di leggere e scrivere, parla di una “generazione perduta” di letterati condannati alla contemporaneità ed ad essere allo stesso tempo inattuali.
Un disagio tutto interiore che porta all’astrazione da una realtà inaccettabile (la Sedakova operò durante il regime sovietico e la stessa Cveteva era esule in Francia). S. Garzonio, nel commentare Vasilij Filippov, espressione dell’underground leningradese, scrive «Tra il mondo straniato dei segni letterari e quello del degrado mentale della clinica, il poeta elabora i suoi testi, nell’esigenza di fissare le impressioni quotidiane che affollano le sue percezioni, nitide o narcotizzate che siano, anche di azioni e situazioni insignificanti o di oggetti dimenticati in penombra. La poesia di V. Filippov ha una natura visuale e si esalta nell’artificio di cumuli di figurazioni metaforiche sovrapposte in associazioni libere con la disarmante semplicità di uno stile piano, molto spesso costruito su versi liberi. Nella complessa semplicità si racchiude l’essenza metafisica della scrittura dell’autore; questo rischioso ossimoro, che potrebbe alludere alla componente psicofisiologica della poetica di Filippov, non scade nella banalità e non necessariamente va inteso come sinonimo o sintomo di pazzia». Non vi è chi non veda in questa accurata analisi, l’esatto sovrapporsi alla spiritualità di una poetessa italiana come la nostra Alda Merini, testimone della propria lucida sofferenza, che la porta a sublimare i propri sentimenti, dove la rassegnazione diventa riscatto ed i versi diventano libertà.
Dunque, libertà di sentimenti, che equivale a libertà di espressione. In questo senso la grammatica diventa prigione
insopportabile e la sintassi catena da spezzare. Sino al rischio della incomunicabilità secondo i canoni convenzionali.
Il lessico è solo materia grezza da plasmare, sentimento da svelare o, a seconda, da nascondere dietro azzardate
metafore e percezioni metalinguistiche. Libertà al poeta! Ovvero alla sua emozione, intesa come capacità emotiva ed espressiva. Sembra questa l’unica legge che può governare un mondo d’illusioni e sofferenze, in cui la sensibilità sprofonda nell’angoscia ed il disagio di vivere è un binario a senso unico verso l’abisso sensoriale. Umberto Saba, che all’inizio fu duramente stroncato anche da critici illustri, ricerca, per suo stesso dire, nella sua opera, la “verità”, la “verità che giace in fondo”, profonda, nascosta, che solo l’esperienza del dolore è capace di rivelarci. E l’opera di Saba, per alcuni incerta dal punto di vista stilistico, quasi “grigia” o prosastica, in realtà è espressione di una vivida consapevolezza che trascolora il quotidiano in una triste percezione di impotente ed inutile paradosso: io non so amare / io non so fare / bene che questa cosa/ cui dava a me la vita dolorosa / unico scampo / io dico l’arte / d’incider carte / di difficili versi / che spesso stanno fra lor come avversi / nemici in campo. 
Ma la poesia, non è solo intima sofferenza. Essa accende gli animi, diventa “fuoco” che si forgia nel fuoco, pathos purissimo, che colpisce e coinvolge, se non stravolge, senza preavviso lo spirito di chi vuole leggere. E così è per l’ermetismo (Ungaretti, Montale, Luzi), in cui il concetto viene radicalizzato, scarno nella sua essenzialità. Il lemma diventa poesia, nel suo significato profondo, quasi un linguaggio iniziatico, che, come un magico scrigno, imprigiona le emozioni ed i sentimenti. Parole e costrutti che sintatticamente paiono semplici e banali, ma che contengono una terza dimensione, una profondità non immediatamente percepibile. Da troppo tempo il metalinguaggio dei poeti contemporanei è divenuto insolita materia di ironia per la sua sospetta incomprensibilità, che taluni confondono con incapacità espressiva. Di contro, si assiste ad una sospetta “proliferazione” di poeti: per molti rivestire i propri pensieri, per capacità, talento o fortuna, di espressioni o lemmi oscuri o illogici è divenuto sinonimo di poesia. Facilmente ci si attiene ad una “forma” che, con l’infarcitura di sospensioni e troncature, diventa surrogato di poesia.
Ma l’arte poetica è ben altro. Essa è concetto, sentimento, passione. Emozione. Che deve comunicarsi dall’artista
al fruitore. Può diventare (o sembrare o, forse, in definitiva, lo è) linguaggio per iniziati. Noi riteniamo che sia uno stimolo alla personale sensibilità di ciascuno di noi, poeti e lettori, una frusta per i pensieri troppo spesso stereotipati
dell’uomo moderno, afflitto da afflati consumistici ed a obsolescenza programmata, affinché non abbandoni la capacità
di riflettere, di sopravvivere ad una civiltà fast-food che brucia l’effimero, che rarefà ogni sentimento, che dietro
l’illusione nasconde il vuoto abissale.
Mi piace congedare questa mia riflessione sulla liricità contemporanea con i versi rivelatori di Quasimodo: “ognuno
sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera”, dove la solitudine dell’uomo-poeta fa da
contrappeso alla brevità della esperienza umana, pure illuminata da evanescente felicità (raggio di sole), che si mostra
pure essa crudele (trafitto).
La poesia trascende la materia, la fisicità, va oltre la realtà, diventa emozione profonda, intimistica e pure universale.
In una parola metarealistica. 
By Michele Barbera