lunedì 16 settembre 2019

Il piacere di leggere: PICCOLA PRETURA di Giuseppe Guido Loschiavo


Sono veramente pochi i romanzi che fanno discutere – con tanto ed il contrario di tanto – anche a distanza di settant’anni dalla loro pubblicazione.
Come “Piccola Pretura” di Loschiavo.
Solo per questo il romanzo meriterebbe di essere letto e gustato.
Onore al merito, dunque, all'Editore Aulino che, con una coraggiosa scelta, ha deciso di donare ai lettori di oggi, in un'accattivante e nuova veste tipografica, il romanzo da cui Pietro Germi ha tratto nel 1949 il capolavoro del cinema “In nome della legge”, antesignano di una serie di fortunate pellicole ambientate in una Sicilia da feuilleton, da romanzi di cappa e spada, in cui il bene lottava eroicamente contro il male.
Germi girò il film, che taluni definirono - con modaiola ampollosità american style - “il primo western italiano”, nel centro siciliano di Sciacca. La città all’epoca ha fatto da sfondo, oggi diremmo location, anche ad altre sceneggiature di successo quali Sedotta ed abbandonata.
Ma di primati il romanzo ed il film, ne hanno altri.
Sia pure con sfumature narrative e stili differenti (ampiamente dibattute e discusse), sono precursori di quella multimedialità (cinema, libri, fiction, documentari) che i tuttologi chiamano “mafiologia”, termine ovvio che non sto qui a spiegare.
Ritornando al romanzo in sé, l'autore è Giuseppe Guido Loschiavo, un magistrato palermitano, nato nel 1899 e morto nel 1973. Loschiavo, che percorse tutta la carriera giudiziaria, sino ad arrivare a Presidente della Corte di Cassazione, pennellò l'opera di generosi e visibili tratti autobiografici. Loschiavo, a fronte delle persistenti polemiche innescate dai “mafiologi” (e di primo rango) sui suoi scritti, ebbe il lungimirante e mirevole buon senso di fregarsene. Con lo spirito di indipendenza proprio da magistrato, diede libero sfogo al suo pensiero dando alle stampe nel 1954 persino un contestatissimo e controverso articolo sulla morte di “don” Calò Vizzini il boss dei boss di Villalba.
Il giudice e scrittore G.G. Loschiavo
Quello che più colpisce è che a fulminare di strali il romanzo di Loschiavo non è il pensiero oscurantista o inquisitorio, ma l'avanguardia del progressismo laico e liberopensatore. Peccato che tutto avvenga a posteriori e non tenga conto né dell'epoca in cui il romanzo è stato scritto, né di quella in cui è stato ambientato.
Lo storico Antonino Cutrera, autore nel 1900 del saggio “La mafia ed i mafiosi”, corredato persino da una “mappa” della diffusione mafiosa in Sicilia, ben ritrae la confusione che vi era ad inizio secolo attorno al fenomeno mafioso, visto più come un dato sociologico che criminale. Il saggio ritrae a tutto tondo la querelle tra studiosi stranieri che accusano la forza criminale della mafia e i pensatori italiani che si rifugiano in immagini vetero-romantiche quali i Beati Paoli e le società carbonare segrete. Stupisce, per l'epoca, l'accuratezza del tedesco Carl August Schneegans che affermò “la mafia è ad ogni modo uno Stato nello Stato, rappresentando una forza illegale ed arbitraria, la quale invade l'ordine e la legalità”.
Oggi fanno riflettere le parole di Maria Falcone, sorella di Giovanni: “La mafia prima, non sapevamo cosa fosse. L'unica volta che ne parlammo in famiglia, quando abitavamo in via Castrofilippo, ricordo che fu in coincidenza con l'uscita del film “In nome della legge”. Ma anche in quel caso si rivelò un discorso su un problema che non sentivamo vicino a noi”.
Sciascia, il senatore comunista Berti, lo stesso Camilleri si sono scagliati, in tempi e modi diversi contro il film ed il romanzo, colpevoli, a loro dire, di ritrarre un matrimonio impossibile tra mafia e stato, tra il codice d'onore della mafia e la legalità.
Si tratta, è chiaro, di letture postume, non contestualizzate del romanzo, che non colgono la “zona grigia” del pensiero, anche giuridico, che ancora nel 1969 faceva statuire alla Corte di Assise di Bari che “non si potrà attribuire alla qualifica di “mafioso” se non il valore di semplice qualità personale rivelatrice di una spiccata potenzialità criminale ma non ancora produttiva di effetti penalmente rilevanti” (risultato: assoluzione di 64 imputati, fra cui Riina, Provenzano, Bagarella e Liggio).
Il comune sentire, anche giuridico, è figlio dei tempi e muta. E così, nel 2014, il giudice Scarpinato apostrofò il film come una trappola culturale, “una favola western ambientata in Sicilia con un epilogo utopistico e consolatorio: il capomafia che si toglie il berretto di fronte al giovane magistrato coraggioso e con tono da John Wayne esclama: “è ora di rientrare nella legge”.
È significativo, tuttavia, che un boss del calibro di Buscetta, davanti a Giovanni Falcone, dichiarò che il giudice gli trasmetteva la calma e la forza tranquilla della giustizia allo stesso modo del Pretore del film di Pietro Germi. Buscetta riconosceva che nel film il Pretore riusciva a piegare, dopo una lotta difficile, la legge della mafia a quella dello Stato.
Potrei continuare per pagine a riferire del pensiero contrastato sul romanzo di Loschiavo.
Voglio fermarmi qui.
Voglio lasciare i lettori approfittare dell'iniziativa di Aulino per gustare questa chicca letteraria che a buona ragione potremmo ascrivere quale classico con cui, nel bene e nel male, autori del calibro di Sciascia, Camilleri ed altri hanno dovuto fare i conti, narrativamente parlando.
Leggere del Pretore Guido Schiavi (richiamo onomobiografico dell'autore?) è come leggere dell'antesignano dello sciasciano capitano Bellodi o del nonno del commissario Montalbano.
La mafia, il baronesimo (crasi di barone e feudalesimo), la lotta della giustizia ed alla sopraffazione sociale, sono temi che il romanzo affronta nello spirito del suo tempo, con lo stile e la tempra di un’opera storica che tale vuole essere.
Il romanzo non ha dietrologie a cui rendere conto. Probabilmente, è più corretto vederlo come il diario postumo di un giovane magistrato che deve affrontare la realtà difficile di una Sicilia devastata dall'eredità post-borbonica e dell'annessione sanguinosa e violenta al Regno d'Italia che scagliò i suoi strali sopratutto contro le classi più povere, spazzando ogni resistenza con stragi ed eccidi capitanati da Garibaldi, servo utilmente idiota di lobby affaristico-politiche.
Se è sbagliato romanzare la mafia o, almeno, quella della post-Unità, altrettanto lo è esaltare il falso eroismo degli invasori piemontesi che alimentarono il risentimento popolare per i tanti atti di ingiustizia perpetrati.
Insomma, il romanzo va letto e discusso con gusto ed intelligenza, il dibattito è aperto: con l'unica certezza che la mafia va combattuta e deve essere sconfitta.
In nome della legge. Parola del Pretore Guido Schiavi.
By Michele Barbera

sabato 14 settembre 2019

SUPERIOR STABAT LUPUS...

Quanti lupi incontriamo ogni giorno!
Dedicato a... tutti gli agnelli, "vittime" della prepotenza e dell'arroganza, costretti a subire le falsità e le calunnie!

Da Fedro, Lupus et agnus, Fabulae 1.1
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant,
siti compulsi. Superior stabat lupus,
longeque inferior agnus. Tunc fauce improba
latro incitatus iurgii causam intulit;
'Cur' inquit 'turbulentam fecisti mihi
aquam bibenti?' Laniger contra timens
'Qui possum, quaeso, facere quod quereris, lupe?
A te decurrit ad meos haustus liquor'.
Repulsus ille veritatis viribus,
'Ante hos sex menses male' ait 'dixisti mihi'.
Respondit agnus 'Equidem natus non eram'.
'Pater hercle tuus' ille inquit 'male dixit mihi';
atque ita correptum lacerat iniusta nece.
Haec propter illos scripta est homines fabula
qui fictis causis innocentes opprimunt.
Traduzione all'italiano

Presso lo stesso ruscello erano giunti un lupo e un agnello
spinti dalla sete; di sopra stava il lupo
e di gran lunga più in basso l'agnello. Il birbante,allora,mosso dall'insaziabile gola,
cercò un pretesto di litigio.
"Perché" disse " hai reso torbida
l'acqua a me che bevo?" Il lanuto di rimando, timoroso:
"Come posso , di grazia,far ciò io, lupo?
l'acqua scorre da te ai miei sorsi"
Infastidito dalla forza della verità, quello ribatté:
"Sei mesi fa hai detto male di me."
Rispose l'agnello:"Per la verità non ero nato."
"Tuo padre, per Ercole,-disse quello- ha parlato male di me"
E così, afferratolo, lo fa fuori con ingiusta uccisione.
Questa favola è stata scritta per quegli uomini
che tormentano gli innocenti con falsi pretesti.

By Michele Barbera

venerdì 30 agosto 2019

SOPPRESSO L'UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI MENFI


Con decreto del 18/07/2019 il Ministro della Giustizia Bonafede ha statuito la cessazione del funzionamento del Giudice di Pace di Menfi. Ufficio soppresso. Amen. 
Si può dire "cronaca di una morte annunciata". 
Già nel recente passato, prima durante la sindacatura Botta e poi con Lotà, ci siamo battuti - nell'interesse pubblico - affinché l'Ufficio venisse mantenuto. 
Si era parlato del trasferimento dell'Ufficio in Piazza Vittorio Emanuele e della intitolazione dell'aula delle udienze alla memoria del Giudice di Pace Peppino Rotolo che rivestì con merito le funzioni.
Tutte chiacchiere.
E che dire di fronte all'ignavia, alla superficialità ed al disinteresse non solo delle Amministrazioni comunali di Menfi, ma anche di quelle facenti parte dell'Unione dei Comuni?
Agghiacciante il contenuto della nota del 30/01/2019, citata nella motivazione del decreto, con cui il Sindaco del Comune di Menfi ha comunicato al Ministro che "il Comune non è nelle condizioni di poter garantire una efficiente ed efficace funzionalità dell'ufficio del giudice di pace per carenza di risorse umane, considerato che non è pervenuta disponibilità da parte dei Comuni di Santa Margherita Belice, Montevago e Sambuca di Sicilia al trasferimento di unità di personale". 
Il Ministro ha preso atto ed ha chiuso l'ufficio. Punto.
Inutile ripetere e spiegare le funzioni pubbliche e la necessità di un presidio giudiziario di prossimità. 
Inutile quando ad ascoltare non c'è nessuno dei potenti, di quelli che siedono nella stanza dei bottoni. 
Menfi e la deprecabile ed assopita "Unione dei Comuni" perde un centro di vitale interesse per il pubblico e la cittadinanza dei quattro Comuni. 
Le ragioni di questa miopia amministrativa sono evidenti. 
Così in un silenzio fragoroso, un pezzo delle istituzioni va via dal territorio belicino. E tutto passa sotto un velo di ipocrisia istituzionale all'insegna del "non vedo, non sento e non parlo". 
Ogni ulteriore commento è superfluo.
By Michele Barbera


venerdì 23 agosto 2019

CHI CI CONDANNA A MORTE, OVVERO LA POLITICA IMBECILLE



Donald Trump, Presidente degli USA, Xi Jinping, Presidente della Cina, Vladimir Putin, Presidente della Russia, Jairo Bolsonaro, Presidente del Brasile.
Questi gli imbecilli che condannano il pianeta all’agonia ambientale.
Il primo imbecille è di sicuro Donald Trump che, con la sua politica negazionista del surriscaldamento e del climate change, ha dimostrato arroganza e spietatezza, nonché l’avidità tipica del tycoon finanziario. La sua speculazione è arrivata all’imbecillità pura tentando di “acquistare”, per depredarla e devastarla delle sue risorse, la Groenlandia.
Se gli Stati Uniti, prima nazione del mondo lo fanno, allora tutti possono farlo.
La Cina, dopo uno sviluppo industriale selvaggio, si è accorta nel 2015 che morivano di inquinamento 4000 persone al giorno e che l’inquinamento causava contraccolpi all’economia nel 2018 per un danno concreto di 33 miliardi di euro. Da allora i proclami ambientalisti sono stati tanti, ma – in concreto- cosa è stato fatto? Nulla o poco più. La preoccupazione della Cina è lo sviluppo industriale, mica la continua immissione di veleni nell’ambiente. Xi Jinping, Presidente della Cina, traccheggia, tentenna, discute e temporeggia. L'importante è il capitalismo cinese (sic!) che truffa ed invade gli occidentali con prodotti scadenti e simil-imitazioni.

Ancora più dannoso è stato ed è il famigerato ed ambiguo Vladimir Putin, vero dittatore “democratico”, con malcelate mire espansionistiche ed antioccidentali. Meglio una Siberia abitabile e sfruttabile. Meglio la speculazione, piuttosto che salvaguardare le millenarie foreste. E così ha dato il via. Incendi incontrollabili, “incidenti nucleari”, radiazioni, clima impazzito, etc… machissenefrega!!!
Che dire dell’ineffabile e bieco Jairo Bolsonaro, Presidente di un Brasile, che nega il disboscamento ed ha dato mano libera alle corporazioni degli agrari e degli allevatori per un disboscamento selvaggio delle foreste pluviali dell’Amazzonia, con incendi che si propagano senza che nessuno muova un dito?
E questo nonostante sia stato avviato, ad esempio, il Fondo governativo per la Foresta Amazzonica, dove le Nazioni dell’Occidente versano ogni anno decine di milioni di euro (solo la Norvegia negli ultimi anni ha versato un miliardo e duecento milioni di euro) per compensare il mancato reddito al Brasile.
Ci stanno condannando a morte. L’avidità, la speculazione, l’ingordigia di questi potenti non ha limiti e ci condurrà all’estinzione, con buona pace di Greta e dei suoi fan.
Questi politici corrotti e miopi, per scopi insani, diabolici e nichilisti, sono i veri terroristi del pianeta.
Sono stati capaci di destabilizzare l’intero ecosistema.
Questi sono i politici che andrebbero destituiti subito e giudicati per crimini contro l'umanità.
È davvero incredibile che i Capi delle quattro Nazioni più grandi ed importanti del Pianeta abbiano deciso di condannarci tutti a morte. Senza appello.
E tutto perché nella loro imbecillità non riescono a capire la gravità di quello che sta succedendo.
I loro soldi, le loro false ricchezze svaniranno di fronte all’agonia della Terra.
Mi fa ridere Ciuffone Trump che telefona a Putin la Faina, chiedendo se ha bisogno di aiuto per la Siberia. Di sicuro si saranno fatte quattro risate alle spalle dell’intera popolazione mondiale.
Vergogna!
By Michele Barbera

venerdì 16 agosto 2019

CASTELVETRANO: RICORDO DI VITO LIPARI, ASSASSINATO DALLA MAFIA



13 agosto 2019.  La mattina è assolata nelle campagne di Castelvetrano. Nella quiete di un'estate rovente, l’afa scalda rapidamente l’aria, quasi da togliere il respiro.
Lungo la strada che da Triscina conduce al centro abitato, all’uscita di una curva, sul margine destro della carreggiata, lo sguardo inciampa su una pietra, una stele sgrossata.
Solida, fissa, come il ricordo di una vita, come una ferita della memoria che non si è mai rimarginata. 
Semplice ed inamovibile, come la verità.
Nel 1980 in quel punto di strada non c’era alcuna stele.
Nella mattinata del tredici agosto di trentanove anni fa, Vito Lipari percorreva da solo, a bordo della sua macchina, quel tratto di asfalto anonimo che lo conduceva a Castelvetrano, città di cui era il Sindaco, il primo cittadino. La prima autorità. Il primo ostacolo.
Non erano anni facili. Così come non era facile fare politica, avere voglia di fare ed essere testimoni di idee, di verità, di giustizia. Ed essere coerenti con quegli ideali che allora si sposavano con le proprie azioni, con la propria condotta di vita.
Per chi non si piegava, per chi non accettava compromessi facili e non si prostrava succube alla speculazione criminale mafiosa, la “sentenza” era sbrigativa, feroce, senza appello, senza pietà, senza speranza.

Bastava dire “no”. O anche chiedere “perché”. O sapere ciò che era meglio ignorare.
Per chi era d’intralcio, di “ostacolo” alla mafia, la fine veniva decisa rapidamente e sommariamente.
Magari durante una cena fra “amici”, in modo tanto osceno, quanto cinico.
Così, dicono le carte processuali, o, almeno, “alcune” carte, fu deciso l’assassinio di Vito Lipari.
I colpi di arma da fuoco che risuonarono in quel punto della strada non volevano uccidere solo Vito Lipari, ma anche ciò in cui egli credeva e per cui aveva lottato, ed, assieme, la rabbiosa voglia di riscatto di una terra che vuole sciogliersi da una schiavitù atavica, da catene che da troppo tempo la opprimono. E spegnere la sua sete di libertà.
Dell’omicidio di Vito Lipari si occuparono, fra gli altri, Paolo Borsellino e Mauro Rostagno. 
Nomi pesanti nella storia della Sicilia che combatte la mafia, che hanno pagato con la vita il tributo alla ricerca della verità e l’attaccamento alla loro terra.
Come sempre accade in quelli che vengono definiti “omicidi eccellenti”,la verità processuale su Vito Lipari si è scontrata, e duramente, con la traggedia, il gioco sporco delle parti, con montature, alibi e depistaggi, con pentiti e con nomi pesanti dell’establishment mafioso siciliano, perdendosi nel labirinto sciasciano delle apparenze, delle mezze verità, delle collusioni e delle amicizie importanti.
Mentre osservo la stele che affida al tempo il ricordo di Vito Lipari, sento le parole tanto emozionate e commosse quanto efficaci ed accorate, del figlio Francesco, rivolte non solo alla folla di parenti ed amici presenti, ma, credo, ai siciliani tutti.
“Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi avrai ragione”. Francesco, nel discorso che ricorda il papà, cita Steve Jobs, un personaggio anni luce lontano da Vito Lipari, ma con in comune il tratto della coerenza, della tenacia, della resistenza ed attaccamento alle proprie idee ed alla propria voglia di fare.
Il successivo richiamo di Francesco alla Carta Costituzionale, “la più bella del mondo”, è forte ed intenso, così come la constatazione che la realtà, quella in cui viveva e lottava Vito Lipari, “era molto diversa”.
“Un lutto mai elaborato” da una Città, quella di Castelvetrano, che ha convissuto in maniera scomoda con la mafia, pagandone un prezzo altissimo, e che, ancora oggi, chiede verità e giustizia. Il ricordo di Vito Lipari, conclude Francesco, vuole essere “un atto di devozione alla mia Città, ai miei concittadini”.
Un atto di devozione, aggiungiamo noi, alle persone perbene, ai siciliani onesti, a coloro che credono nella redenzione di una terra ottenebrata dalla violenza malvagia di un mostro chiamato mafia.
By Michele Barbera

mercoledì 7 agosto 2019

DIFFAMAZIONE AGGRAVATA DALL'ODIO RAZZIALE: LA CONDANNA COLPISCE ANCHE I PARLAMENTARI


Il 22 luglio scorso la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sentenza n. 32862 ud. 07/05/2019 - deposito del 22/07/2019) ha affermato che è compatibile con il disposto dell'art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, l’applicazione dell’aggravante ex art. 3, comma 1, l. 25 giugno 1993, n. 205 (ora art. 604 ter cod. pen.), in relazione al reato di cui all’art. 3, comma 1, lett. a), l. 13 ottobre 1975, n. 654 (ora art. 604 bis cod. pen.) commesso da un parlamentare mediante dichiarazioni rese nel corso di un’intervista radiofonica, volgari ed irridenti nei confronti di esponenti dell’etnia Rom, ripetutamente associati ad una condizione di illegalità condivisa, per via genetica, dall’intero popolo, configurandosi in tal caso una manifestazione d’odio funzionale alla compressione dei principi di eguaglianza e libertà rientrante nelle "ipotesi eccezionali" individuate dalla giurisprudenza della Corte EDU, in presenza delle quali si giustifica l’ingerenza statuale punitiva nei confronti della libertà di espressione.
L'immunità parlamentare, dunque, sia pure "aumentata" dal diritto di cronaca, non esime da responsabilità il parlamentare che abbia effettuato pubbliche dichiarazioni che, per la loro offensività esulino dal contesto parlamentare e dall'autonomia dello stesso rispetto all'ordinamento che regola l'attività del comune cittadino. 
La sentenza è destinata da un lato a far discutere i paladini dell' "autonomia" delle "libere" propalazioni dei parlamentari, dall'altro fissa, con minuziosa specificità e richiami importanti ai principi costituzionali e consolidati filoni giurisprudenziali, i limiti della libertà di espressione dei componenti del Parlamento che, da un lato, hanno piena autonomia nell'esercizio delle loro funzioni, ma sono soggetti alla comune disciplina penalistica laddove le condotte e le dichiarazioni esondino le funzioni proprie dei parlamentari. 
Del che consegue che l'immunità parlamentare non si traduce a priori in una esenzione di responsabilità "generalizzata" o in una licenza di "libera offesa", specie se rivolte a etnie, razze o intere comunità che dir si voglia.
Chissà se "qualche" parlamentare potrà trarre da ciò una briciola di cauta saggezza.
Consentitemi di dirlo: ne dubito. 
By Michele Barbera 

martedì 9 luglio 2019

TORTURA O EUTANASIA? L'ULTIMO SGUARDO DI VINCENT LAMBERT


La nostra coscienza ha dei limiti? La legge, l'autorità ha limiti? La vicenda di Vincent Lambert "condannato" a morire di fame e di sete "per non farlo soffrire" ha del paradossale. La Francia che spesso si erge, senza esserlo richiesta, a paladina della "morale", alla fine scopre nei fatti di essere immorale e di costruirsi alibi giuridici per nascondere la triste realtà di un omicidio di stato. 
No. Non è eutanasia quella di Vincent Lambert, una "dolce morte". 
No. Lo hanno condannato a morire di fame e di sete. Semplicemente. 
E' tortura e sofferenza, né bastano i sedativi e chissà quale altra porcheria per renderlo insensibile. 
Fanno così pure in America, sapete? 
Quando iniettano nel condannato a morte, oltre il veleno anche il sedativo "per non farlo soffrire". 
Ma qui è peggio. Perché Vincent è innocente, assolutamente innocente. 
Non ha nessuna colpa o crimine da scontare.
Penso allo strazio di un padre e di una madre, rassegnati di fronte a questa violenza di stato (con la esse minuscola). 
Vorrei che Vincent prima di spegnersi guardasse negli occhi il suo carnefice. Un ultimo sguardo. Prima di lasciare questo mondo che lo ha condannato a morire. Un ultimo sguardo che segni per sempre chi ha avuto il coraggio di ergersi a giudice della coscienza.
Leggo la storia di un'infermiera Kristina Hodgetts, "abituata" a sospendere gli alimenti e l'acqua a pazienti terminali per farli morire. 
Sino a quando non toccò a lei. 
Toccò a lei di rimanere in coma per diverso tempo e solo l'ostinazione del marito riuscì a salvarla dai suoi colleghi che volevano "terminarla". 
Da quando si è ripresa è diventata una fiera oppositrice della "dolce morte" e delle scelte che spesso vengono fatte sulla pelle di persone indifese che non possono più esprimere la loro opinione ed affermare il loro diritto alla vita. 
Speriamo che i medici e gli infermieri che stanno "assistendo" Vincent non debbano mai provare sulla loro pelle l'esperienza che ha vissuto Kristina Hodgetts. 
Allora sì che sarebbe molto, ma molto diverso. 
By Michele Barbera 

martedì 2 luglio 2019

QUANDO IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI: STORIA DI CAROLA

In Africa ogni giorno migliaia di volontari, laici e consacrati, si adoperano per salvare vite. Danno sostegno alimentare, fabbricano case e scuole, scavano pozzi, curano le malattie. Tutti, ma proprio tutti gli operatori, sanno che devono rispettare le regole del Paese in cui si trovano: non solo le norme di legge, ma anche le usanze, le tradizioni, anche se possono sembrare talvolta assurde o irrazionali. 
E nonostante ciò, spesso i volontari, specie se religiosi e cattolici, vengono percossi, sequestrati se non uccisi. 
Non invidio né l'ex ministro Minniti, né l'attuale ministro Salvini. 
Al di là delle loro idee personali, il compito che hanno è difficilissimo, in bilico tra sicurezza e rispetto delle regole, da un lato, e vite umane realmente in pericolo dall'altro. 
I buonismi spericolati e le ipocrisie politiche portano ad assumere atteggiamenti estremi a seconda della propria fazione. Non solo si attaccano i ministri, ma anche - a seconda dell'umore - i magistrati.
Che hanno il compito di farle rispettare quelle regole. Anche se impopolari. 
Ritenete veramente che rapinare una banca per dare i soldi ai poveri (o ai finti poveri) sia giusto?
Capiamo o no, in modo oggettivo, che una nave battente bandiera straniera ha forzato un blocco navale (per quanto blando e leggero) ed ha speronato una motovedetta della Guardia di Finanza mettendo a rischio gli agenti che stavano solo servendo il loro e nostro Paese?
Non voglio neanche pensare se una cosa del genere fosse successa alla Germania, alla Francia, agli USA o all'Inghilterra. Non parliamo poi della Russia o della Corea del Nord o della Cina. 
Non vorrei che, alla fine, le nostre divisioni interne, strumentali, le chiacchiere da salotto televisivo, i proclami e gli slogan ad effetto di onorevoli o aspiranti tali, finiscano, come sempre, per ritorcersi ingiustamente contro le istituzioni che hanno il dovere di fare rispettare le regole, non di interpretarle secondo gli umori (e le simpatie) del momento. 
Pare, purtroppo, che Carola abbia fatto scuola (cattiva) ed altre navi di ONG siano pronte a salpare e chissenefrega della Marina Italiana e delle forze militari. 
Carola ha vinto il suo braccio di ferro. Ha mostrato i muscoli ed ha sfidato l'Italia. Senza nessun rispetto per le regole e le Autorità italiane, militari e non. Ha vinto. Punto.
Non con le regole ma con la forza. Ed, alla fine, le sue finte scuse sono sembrate una beffa, specie se aggiunte al fatto che lei pensava che la Guardia di Finanza "si scansasse".
Ecco perché se posso capire il fine (soccorrere i naufraghi o presunti tali), non riesco a giustificare i mezzi. Senza se e senza ma.
Paura per gli sbarchi? Che si fermi la migrazione o la deportazione?
No, state tranquilli. I trafficanti-scafisti (o chi per loro) hanno escogitato i "barchini" e i profughi (paganti) trasmigrano dalle navi-madri a barchini a esito sicuro. 
E gli sbarchi proseguono. A Lampedusa, in Sicilia ed in Calabria. Anche senza Carola e la sua voglia di mostrare i suoi "muscoli tedeschi" e della sua nave-panzer contro i fessacchiotti italiani. Che non sanno "scansarsi" al momento opportuno. 
By Michele Barbera 

domenica 30 giugno 2019

IL TESORO DI INYCON TRA MITO E TRADIZIONE


In questi giorni di chiacchiere (fisiologicamente sterili) sul recente svolgimento della manifestazione "Inycon", un paio di amici mi hanno tirato in ballo, ricordandosi improvvisamente (dopo oltre vent'anni!) che il primo regolamento del marchio "Inycon" lo avevo redatto io in collaborazione con la Giunta dell'epoca. E lamentando quasi il mio silenzio sulla querelle che divide (si fa per dire) i menfitani.
A prescindere dal fatto in sé, è ovvio che il mio contributo, senza polemiche, non può che essere dato se non a titolo personale. 
Inycon era nata come una manifestazione "fuori dagli schemi". Non la solita fiera paesana o sagra alimentare. Era nata come un mix sensoriale, in cui l'utente doveva trarre emozioni culturali e materiali, fisiche.
Il suo "marchio" era un riassunto di simboli che traevano vita ed energia dalla celebrazione della natura. In questo contenitore, protagonista, di sicuro, era l'uva ed il suo diretto discendente, il vino, o meglio, la cultura, il mito, la tradizione del vino. Un elemento trascinante che coinvolgeva il "fattore umano" e sociale di Menfi e della sua civiltà contadina, che aveva saputo costruire una tradizione enologica di tutto rispetto. 
Già l'amico Salvo Ognibene, nel suo blog, nel 2016 lamentava una sorta di involuzione della manifestazione, a cominciare dal restyling del marchio e si poneva seri interrogativi sull'identità della manifestazione lasciata quasi ad un innaturale "decadimento". 
In breve, faccio le seguenti osservazioni: 
a) Inycon deve costruirsi (o ri-costruirsi) una propria identità forte e chiara. Deve puntare ad amplificare l'offerta culturale del "vino" non semplicemente come alimento da degustare, ma come frutto di una tradizione che coinvolge tutti i sensi della conoscenza.
b) Inycon non si può improvvisare, né ha senso rincorrere altre realtà che, per motivi di marketing o per disponibilità di fondi, puntano a una grandeur che, magari, è in stretta contingenza a fattori economici e di disponibilità finanziarie. 
c) Bisogna rivalutare la Storia di Inycon. Le istantanee del passato sono ricordi che fanno riflettere e mostrano le radici culturali di una manifestazione evocativa che non è fiera o sagra, ma vuole essere celebrativa di un fenomeno culturale prima che gastronomico. Un fenomeno che fa storia e diventa memoria.
d) Inycon non è il Carnevale di Sciacca o il Palio di Siena. L'identità di Inycon è quella degli agricoltori che mettono a frutto la terra, è il paesaggio, la natura, il sapore fragrante delle olive molite, l'aroma speziato del mosto ed il calore delle messi che maturano al sole. 
Inycon non si conta dal numero degli espositori ma dal messaggio che sa trasmettere e che fidelizza l'utente.
Più che "offrire" il vino, mostriamo "come si fa" il vino, cos'è il vino, da dove viene, unitamente alla sua storia e, perché no, al suo mito. 
In ciò non ha senso processare questa o quell'Amministrazione comunale. 
Il successo di Inycon non dipende dall'individuo, ma dalla collettività, dal "senso di gruppo" che deve contraddistinguere la comunità, con il collante dell'accoglienza e dell'ospitalità. 
Spero che questi miei pensieri aiutino a riflettere, tutti, compresi i miei amici. 
Lunga vita ad Inycon.  
By Michele Barbera 





sabato 1 giugno 2019

LETTERANDO IN FEST 2019: NICO E LA SUA STORIA


Ancora una volta loro, i giovani, protagonisti della Storia. L'eccezionale partecipazione di Antonella Borsellino di Libera che converserà con gli studenti e, perché no, con chi vuole condividere con noi un evento unico. Rimarrà qualcosa in ognuno di noi. Ne sono certo. Sarà un incontro di idee buone, di quelle che servono a crescere, dove chi parla finirà con l'imparare di più di chi ascolta. Tutti insieme. Ci sentiremo dopo, negli appunti di viaggio di un cammino che non vuole finire. Guarderemo il domani negli occhi dei nostri giovani, per un futuro che ci appartiene. 
By Michele Barbera 

venerdì 31 maggio 2019

STORIA DI NICO TOUR: LIBRI IN FESTA A SCIACCA


 



La Storia di Nico cresce di nuove esperienze. Al "Libri in Festa" del Comune di Sciacca, in collaborazione con il Liceo Classico "T. Fazello" i giovani si sono dati appuntamento per leggere, commentare, discutere il romanzo "Nessuno deve tacere". 
Nico, i suoi dubbi, le sue scelte, il coraggio di affrontare un futuro pieno di incognite.  










 Un appuntamento imperdibile, entusiasmante ed emozionante che ha arricchito il cammino di Nico e degli altri personaggi di un dialogo importante con i giovani. 

Dopo l'eccezionale confronto con gli studenti a Mazara del Vallo, scopro l'interesse e la passione che unisce chi legge la storia di Nico. 
A brevissimo l'altro importante appuntamento al Letterando in Fest. Ancora una volta discuteremo dei nostri valori, di ciò che è essenziale per vivere la nostra Terra e migliorare la nostra società.

"Nessuno deve tacere", un monito che si è fatto speranza, un'idea che è diventata cammino, condivisione, voglia di combattere. Nella lettura dell'art. 21 della Costituzione, nel credere che un futuro migliore è sempre possibile. 
Dalla lettura del testo all'introspezione dei personaggi, passando per la storia della Sicilia, per l'eredità di chi ci ha preceduto, fascinando sulla bellezza del territorio e dei suoi paesaggi, in un isola da sempre avvolta nel mistero del mito e di arcaici riti. 
Grazie alle Docenti ed alla Dirigente che si sono prodigate per l'eccezionale incontro e grazie sopratutto a voi, studenti, compagni di Nico, che con lui vi siete avventurati nella difficile convivenza dei valori della legalità con la libertà di crescere e di vivere il vostro futuro. 
By Michele Barbera 

lunedì 27 maggio 2019

IL PARTITO POLITICO PIÙ FORTE D’ITALIA? L’OPINIONE PUBBLICA



L’esito delle elezioni europee lo ha dimostrato. Esiste nel corpo elettorale attivo (quelli cioè che vanno a votare), in misura del venti per cento, una massa che vota non per appartenenza, ma per convenienza, anzi, per “contingenza”, secondo il momento, l'istinto o anche l'affezione transitoria.
Se ne sono avvantaggiati (e ne hanno fatto le spese) Forza Italia, l'Italia dei Valori, lo stesso Partito Democratico, i Cinque Stelle, sino ad arrivare alla Lega.
Tutto l'arco politico costituzionale ha prima o poi fatto i conti con questa di massa di elettori, e non chiamateli "indecisi". Sarebbe da ingenui o, peggio, da stupidi.
Il partito dell’opinione, disilluso da ideologie e/o appartenenze di tessera, vota secondo l’analisi del momento, guarda in faccia chi meglio può incarnare lo status della coscienza collettiva.
In questo momento storico, l’immigrazione, la sicurezza, la precarietà economica, il mancato sviluppo, i no ai cantieri, l'assenza di una politica di investimenti, la paura di una Europa matrigna hanno eviscerato il ventre politico degli italiani.

Messi di lato i Cinque Stelle, vittime delle loro stesse false promesse-utopie, archiviato il diktat berlusconiano dell’anticomunismo istituzionale, gli italiani hanno mostrato sopratutto interesse verso il decisionismo, verso la sicurezza, verso un Salvini che non ha avuto paura di scontrarsi contro chicchessia, sfidando leggi e pregiudizi con le sue convinzioni e con la promessa di un cambiamento “per gli italiani” che arrivi sino a Bruxelles.
Il tempo sarà giusto giudice. Ma è chiaro, ed i fatti lo dimostrano, che il partito dell’opinione non dimentica. Sa attendere, ed – al momento giusto – premierà o punirà gli illusionisti del consenso facile, abbattendo con la scure a due cifre, il profitto elettorale.
Si potrà tacciare di qualunquismo la massa degli opinionisti, ma non è così. Chiedono, e a giusto titolo, che chi si è impegnato mantenga la parola. E le bugie elettorali hanno sempre le gambe corte, dato che sempre più gli italiani hanno la digestione difficile e sono intolleranti alle chiacchiere ad alto tasso di minchionaggine. Ciò tanto più che le maschere ideologiche sono cadute e l’alibi del “non è colpa nostra” non regge più.
Gli italiani, da tempo, vogliono una classe politica affidabile, capace, coerente ed il più possibile onesta.
Ma, forse, chiedono troppo.
By Michele Barbera

giovedì 9 maggio 2019

"NESSUNO DEVE TACERE" AL MAGGIO DEI LIBRI: A MAZARA DEL VALLO IL 21 MAGGIO





Il "Maggio dei Libri" 2019 vede anche l'impegno di Nico e la sua storia. Raccogliendo l'invito della Dirigente Scolastica dell'Istituto Comprensivo Giuseppe Grassa di Mazara del Vallo, saremo presenti il 21 maggio prima nell'Aula Magna del Plesso Centrale alle ore 9:00, per poi trasferirci al Plesso di Via G. Gualtiero per un Laboratorio di Lettura che vedrà confrontarci con adolescenti, studenti, insegnanti e componenti del mondo scolastico. 

Un appuntamento impegnativo e stimolante, perché proprio nel mondo scolastico la cultura si confronta con la società e si veicolano messaggi formativi di eccezionale importanza, quali quelli sulla legalità e sull'impegno civile di ognuno di noi nel nostro ambito sociale e lavorativo.
Per sconfiggere l'omertà, la collusione e la malapianta della mafia. 
Sono veramente grato al Dirigente Scolastico, Prof.ssa Teresa Guazzelli per questa eccezionale opportunità di  "doppio" dialogo con gli studenti di Mazara del Vallo. 
Ecco la brillante presentazione dell'iniziativa sul Portale del Maggio dei Libri: 


MICHELE BARBERA, AVVOCATO CON IL VIZIO DELLA SCRITTURA, INCONTRA GLI ALUNNI DELLE CLASSI TERZE DELLA SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO 'GIUSEPPE GRASSA' DI MAZARA DEL VALLO PER PRESENTARE IL SUO ULTIMO ROMANZO 'NESSUNO DEVE TACERE'
IL TESTO È INTIMO E SOFFERTO PERCHÉ COSTRUITO ATTORNO ALLA FIGURA DI NICO, FIGLIO DI UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA, CHE, DA ADOLESCENTE SCANZONATO, SI TROVA A CONDIVIDERE LA SCELTA DEL PADRE. 
L'AUTORE HA DECISO DI PUBBLICARE IL ROMANZO DOPO UN LUNGO TRAVAGLIO DI COSCIENZA IN QUANTO HA RIVERSATO NELLA SUA SCRITTURA QUEL MONDO CORALE, PIENO DI FIGURE ESEMPLARI O ANCHE AMBIGUE E TERRIBILI, CHE GLI È DATO INCONTRARE NELLA QUOTIDIANITÀ DEL PROPRIO LAVORO FORENSE. 
LA LETTURA DEL TESTO, A POCHI GIORNI DELL'ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI, È UN MONITO POTENTE A SEGUIRE ESEMPI CORAGGIOSI CHE VENGONO DALLA GENTE COMUNE, NELLO SPECIFICO UN RAGAZZO. 


Un arrivederci a presto con il NicoTour 2019.
By Michele Barbera 


martedì 23 aprile 2019

23 APRILE: GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO


Di fronte ho le immagini degli attentati nello Sri Lanka. Poi le macerie dell'incendio di Notre Dame, ed ancora le stragi di cristiani in Nigeria. Ancora guerre, conflitti, catastrofi. Un mondo dilaniato, percosso, offeso. 
Che senso ha, mi chiedo, celebrare la giornata del libro? Di qualcosa che rappresenta l'apice della intelligenza umana, quando la barbarie sembra aver preso il sopravvento?
O piuttosto, forse, di fronte a questi angoscianti interrogativi, la giornata del libro, della cultura, dell'informazione, del progresso vero, reale e buono, rappresenta l'ultimo baluardo della civiltà?
Siamo custodi di questo mondo, non i padroni, come insegna quel vecchio proverbio indiano e come dovrebbe suggerire la nostra saggezza. 
Ed invece, assistiamo alla stupidità dell'orrore, che celebra i suoi riti selvaggi con le guerre, con il terrorismo vigliacco e sanguinario. A ciò si aggiunga la miopia del profitto che saccheggia la Natura come se si trattasse di uno scaffale di un qualsiasi supermarket.
La Terra è una e uniche solo le vite degli uomini che l'abitano. 
Un messaggio forte, chiaro, universale: RISPETTO. 
Rispetto per noi, per gli altri, per ciò che ci circonda. 
Penso che se questa Giornata del Libro ha un senso, questo deve essere racchiuso in questa magica parola: RISPETTO. Che deve echeggiare nelle coscienze di tutti gli uomini, senza differenza di idee, sesso o religione. 
Rispetto, che unisce gli uomini di tutte le culture, che diffonde la conoscenza ed il desiderio di stare bene con gli altri. 
E che i libri siano i nostri compagni fedeli nel cammino di pace dell'umanità.
By Michele Barbera 



sabato 13 aprile 2019

TANTU VA LA QUARTARA ALL'ACQUA..., POESIE DI PIPPO GRAFFEO

Nella cultura popolare di Menfi, Pippo Graffeo, da tempo, merita un posto di rilievo. La sua passione per il teatro, il suo istrionismo, ma anche il profondo studio e la sua cultura della "sicilianità" sono doti non comuni che ne fanno un singolare interprete della contemporaneità. 
L'ho incontrato, quasi per caso, assieme all'attore menfitano Nino Sanzone, e l'ho visto trepidante quando mi ha fatto dono di un suo libretto, di semplice tratto editoriale, che non è solo di poesie, ma è un unicum di tradizione, cultura del popolo, versi, arguzie e calembour degni della migliore tradizione della commedia dell'arte. 
Come scene di un improvvisato canovaccio di tempra goldoniana, le pagine di Pippo scorrono fra le mani in un tripudio di versi, rime, giochi, talvolta irriverenti e "burrascosi", conditi dalla sana ironia di chi ha nelle vene il sentimento del prendere la vita in gioco e non farsi prendere in gioco dalla vita. 
Con considerazioni niente affatto superficiali, dopo una fantasiosa ed irriverente prefazioncina, nella "nota d'autore" Pippo rivela il suo amore profondo per la cultura: nutro fortemente la speranza  che questo nostro dialetto sia rivalutato e sopratutto rilanciato, attraverso le scuole e quelle istituzioni che hanno la forza e i mezzi per poterlo fare. Il dialetto è l'anima di un popolo, è la radice che fornisce l'energia vitale per conservare la propria identità culturale". 
Già Dialetto o Lingua?
La querelle anima da tempo un dibattito filologico che è ben lungi dall'essere risolto. 
Pippo non  lo risolve, o, forse, lo risolve a modo suo, che è quello della verità giullaresca, del drammatico che si fa comico, del quotidiano che sprofonda nell'umorismo tragico pirandelliano. Offre pensieri, spunti, materiali, sentimenti raccolti e sgorganti dal genius loci, dalla coscienza collettiva che tramanda un proprio sapere, lontano dalle fredde aule accademiche.
Pippo Graffeo
 
Il poeta è figlio del popolo, dell'anima del suo popolo, che nasce nelle strade, nel curtigghiu, che vive d'esperienza e con l'esperienza tempra il carattere. 
Graffiante, colta e lucida, la liricità de "Lu testamentu", dove un "io" popolano e sagace tramanda al figlio non dinari, terri e casi, ma lu suspiru di la terra, la grandiosità di una natura che nessuno può mai possedere ma custodire e tramandare, l'umiltà di vivere, il sudore, i sacrifici. 
Pippo scava nell'animo della sua gente alla ricerca dei sentimenti autentici: ne La spina, affronta il tema forte e delicato dell'eutanasia, nel conflitto del dolore fisico e la preghiera di un tormentato sollievo finale.
Ai temi della natura e del sentimento si affiancano squarci ironici, scene argute e composizioni lievi dosate con saggezza popolare, che spiano con ironia quasi cabarettistica la politica, il matrimonio, la famiglia. L'originalità di Pippo è quella di allontanarsi dal topos classico di una Sicilia antica, ma come in un lacerto diacronico, il siciliano affronta (e talvolta perde, ma sempre col sorriso) in singolar tenzone la modernità del telefonino o dell'incidente stradale, che diventa macchietta, stigma dei luoghi comuni, ma veri. 
Stupisce, poi, alla fine, quasi un ossimoro distopico, l'appendice di alcune poesie in "lingua" italiana, dove l'autore invita chi legge, travolgendolo in un flashback intimistico, sull'onda di una ritrovata gioventù. In queste pagine finali, l'autore, con velato rimpianto rivive momenti della memoria, luoghi del suo spirito, dove la realtà trascolora in un universo di metafore tristi ed intense, di assonanze nude ed intense come pennellate affidate ai sogni della speranza. 
By Michele Barbera 

giovedì 11 aprile 2019

SONO UN AVVOCATO: IN MEMORIA DI LORENZO APPIANI

Un pezzo tratto dal blog "Cronache dal mondo pazzo - pensieri apparsi e sparsi" scritto da una Collega Avvocato, nickname "Chou". 
In Memoria di Lorenzo Alberto Claris Appiani, giovane avvocato ucciso a Milano il nove aprile 2015.




Sono un Avvocato

Sono quello da cui vieni quando sei nei guai, quando sei arrabbiato, quando hai un problema e non sai dove sbattere la testa.
Sono quello che ti apre la porta di studio quando non ne puoi più del tuo matrimonio, quando lui/lei ti ha lasciato, quando ti pignorano casa, quando non paghi i tuoi debiti e quando i tuoi debitori non pagano te.
Sono quello che viene svegliato alle tre del mattino perché ti sei fatto fermare in stato di ebbrezza, che salta la comunione del nipotino perché ti hanno fissato l’interrogatorio il sabato mattina, che non vede il saggio di danza della figlia perché la tua udienza finisce alle dieci di sera.
Sono quello che sta dalla tua parte quando gli altri ti vorrebbero linciare, che ascolta le tue cazzate quando nemmeno tua madre ne vuole più sapere di te.
Sono quello che per fare il suo lavoro ha studiato tanti anni, poi ha fatto una pratica faticosa e spesso gratuita, e dopo di nuovo l’esame, la gavetta, l’incertezza, la paura, la responsabilità e l’aggiornamento continuo.
Sono quello che per andare a lavoro ogni giorno paga: l’affitto, le bollette, la macchina, la segretaria, la carta, le marche da bollo, il caffè per stare svegli a studiare.

Sono quello che ti fa uscire da studio anche se non hai versato quanto dovuto, mentre nemmeno al discount ti fanno portare via un litro di latte senza averlo pagato.
Sono quello che quando gli sparano alle spalle in un tribunale, in una mattina di inizio primavera, lo pensano solo gli altri Avvocati, perché sono tutti preoccupati del magistrato e delle misure di sicurezza.
Sono un Avvocato, forse lo sono sempre stato, anche prima di cominciare a esercitare, e sicuramente lo sarò tutta la vita, anche quando non metterò più piede in tribunale.
Sono un Avvocato, e prima di usare questa parola senza sapere quanta sostanza c’è dentro, quanta fatica e passione c’è dietro, ecco prima di usare questa parola devi pensare.
Poi magari taci che è meglio.


Posted by Michele Barbera

lunedì 25 marzo 2019

C’ERANO UNA VOLTA I FEUDI ELETTORALI…



Ormai è un dato di fatto e credo che tutti (i politici) lo abbiano capito. Finita la prima repubblica, zoppicante e moribonda la seconda, la neonata Terza Repubblica ha sicuramente dato il colpo di grazia a quelli che si credevano “feudi” sicuri, bacini quieti di percentuali assodate: l’elettorato ha fatto fuori a colpi di scheda elettorale maggioranze di sinistra, centro, destra e arcobaleno-trasversali.
Questione di maturità? Credo di sì. I vecchi partiti, che come balene spiaggiate, fisse ed inamovibili, colonizzavano i territori ed i collegi elettorali come fossero cosa loro, devono per forza prendere atto, di mala voglia, che l’elettore medio se ne frega (per fortuna) delle appartenenze ideologiche.
Si è innescato uno spoil-system politico ed il vento del consenso cambia con la stessa rapidità della insoddisfazione dell’elettorato.
Le roccaforti ideologiche che nascondevano sistemi clientelari di vetusta tradizione crollano una dopo l’altra. Da un lato l’astensionismo sembra una fede politica (l’unica) immarcescibile, ma la volubilità del voto è l’unica costante da un quinquennio a questa parte. Chi vota a sinistra non perde tempo a girare le spalle a fallimenti politici o a discrediti governativi.
La domanda è a questo punto “cosa cerca l’elettorato”?
Il popolo (almeno quello che vota) se è disposto a farsi infinocchiare una volta, non lo è più alla tornata elettorale successiva.
Si dirà che bisogna fare un distinguo tra le amministrative e le nazionali.
Boh. Le elezioni europee, da questo punto di vista, saranno la sicura cartina di tornasole.
In fin dei conti che il politico sia insicuro sul territorio a me sta bene. Forse, questo lo condurrà ad essere più credibile e coerente, a non fare promesse impossibili ed a dare uno sguardo in più ai reali e concreti problemi della gente.
Finalmente, credo che le elezioni diventeranno non un’illusione di democrazia, ma la resa dei conti di un popolo che non vuole più essere bistrattato e preso in giro da apprendisti stregoni o da pirati del consenso estorto. Salvo errori. Ma, almeno, ci saranno i paletti elettorali a fare la differenza.
Come dire, finché ci sono elezioni c’è speranza. L’importante è ricordarsi che il giro sulla giostra non dura per sempre e, scendendo, c’è sempre il rischio di cadere e farsi male.
By Michele Barbera

lunedì 4 marzo 2019

CARLO ACUTIS, UN SANTO PER IL WEB


Carlo Acutis è stato un ragazzo straordinario. Nato nel 1991 a Londra, è cresciuto a Milano, dove è morto ad appena 15 anni. 
Chi lo ha conosciuto afferma che era un ragazzo unico, dotato di particolari doti di cybernauta: Carlo era dotatissimo per tutto ciò che è legato al mondo dell’informatica tanto che sia i suoi amici, che gli adulti laureati in ingegneria informatica lo consideravano un genio. Restavano tutti meravigliati dalla sua capacità di capire i segreti che l’informatica nasconde e che sono normalmente accessibili solo a coloro che hanno compiuto studi universitari.(dal sito www.carloacutis.com). 
Nella sua pur breve esistenza, riesce a realizzare mostre itineranti e sentieri virtuali che dimostrano una fede vivissima e forte ed una devozione particolare all'Eucarestia, di cui ha documentato duecento miracoli storicamente avvenuti in tutto il mondo. 
Nel sito cattolico dedicato ai santi e beati (www.santiebeati.it) viene così ricordato: 
Sul web è ancora presente (www.miracolieucaristici.org), la mostra virtuale progettata e realizzata da lui a 14 anni, che sta facendo il giro del mondo e che testimonia come davvero per Carlo l’Eucaristia è stata la sua “autostrada per il cielo”. Già, perché Carlo continua ad essere un mistero: con i suoi 15 anni limpidi e solari, con la sua voglia di vivere e la sua prorompente allegria, ma soprattutto con la sua fede che scomoda ed interpella quella di noi adulti.
Ed ancora: Per lui, che così tanto desidera la santità, è normale cercare amici in cielo; così nel suo sito internet c’è la sezione “scopri quanti amici ho in cielo”, dove compaiono i santi “giovani”, quelli che hanno raggiunto la santità in fretta. 

Anche lui è convinto di non invecchiare; “Morirò giovane”, ripete, ma intanto riempie la sua giornata di vorticosa attività: con i ragazzi del catechismo, con i poveri alla mensa Caritas, con i bambini dell’oratorio.

"Molti nascono come originali ma muoiono come fotocopie". Questo il suo motto di vita che lo impegnava nella vita di tutti i giorni accanto i suoi amici, vivendo "senza lo sballo", ma con l'energia di chi è impegnato e vive a fondo i suoi giorni. 
Muore d'improvviso, a soli quindici anni, con una leucemia fulminante. 
La Chiesa cattolica ha aperto il processo canonico per la sua santificazione. Papa Francesco ha autorizzato il 05/07/2018 il decreto che lo proclama Venerabile. Da pochi giorni è stato dato corso all'esumazione dei resti mortali, secondo il processo di canonizzazione. 
Ma già l'esempio di Carlo Acutis è virale, contagiando centinaia di giovani che vogliono vivere il web come testimonianza di fede e che vedono in lui il primo Santo dell'universo informatico. 
Fa davvero riflettere la vita di Carlo che nei pochi anni di vita terrena ha lasciato un'eredità spirituale immensa. Gli auguriamo che possa ricevere presto la canonizzazione sperata e che Papa Francesco affidi alla sua protezione ed indichi in lui l'esempio per tanti giovani "internauti". 
By Michele Barbera