martedì 10 ottobre 2023

VIOLATE LE REGOLE SUL GIUSTO PROCESSO: LA CORTE DI CASSAZIONE ANNULLA CONDANNA AD UN MENFITANO

 


Depositate le motivazioni del provvedimento con cui la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha annullato la condanna ad un quarantesettenne menfitano per minacce, violenza e mancato assolvimento agli obblighi di assistenza e di mantenimento nei confronti dei familiari.
La Corte di Appello di Palermo aveva ritenuto, durante il processo di impugnazione, che sussistessero gli estremi per la conferma della condanna penale alla reclusione per il menfitano M.G. per fatti risalenti al 2017.
Le motivazioni della sentenza di appello sono state impugnate con ricorso per cassazione dal nostro studio legale nella ritenuta sussistenza di palesi violazioni alla normativa sul giusto processo e sulla nullità degli atti, in particolare della sentenza.
In particolare, sono state rilevate, davanti la Corte di Cassazione, numerosi vizi relativi all’adozione della decisione di condanna avuto riguardo alle regole prescritte dal codice di procedura penale e nella  redazione della sentenza.
Tali regole, poste a presidio della corretta delibazione degli atti da parte della Corte, risultavano oggettivamente violate nella redazione della sentenza, con riguardo alla formazione delle parti processuali ed alla loro presenza, alla corretta individuazione del Giudice di prime cure, alla natura e quantità della pena applicata ed alla corretta sussunzione della fattispecie nella delineata decisione della Corte di Appello.
La Procura Generale della Corte di Cassazione ha condiviso il ricorso ed il Procuratore ha concluso anch’egli per l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della condanna, rilevando la violazione formale delle norme sul giusto processo penale.
Il Collegio della Sesta Sezione della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso ed ha annullato la condanna.
La sentenza è sintomatica dell’attenzione che durante il processo si deve prestare non solo durante la delicata fase dibattimentale, ma anche nella redazione dei provvedimenti che non possono utilizzare schemi stereotipi o motivazioni preconfezionate ma debbono necessariamente aderire alle peculiari caratteristiche della fattispecie.
Questo è il giusto processo, il solo che può garantire equanimità e giustizia, nel rispetto delle regole democratiche.
La sentenza dimostra, inoltre, come – molto spesso – non bastano due gradi di processo per pervenire ad una decisione conforme alle risultanze probatorie ed ai criteri di giustizia ed equità che devono presiedere all’ufficio del giudice. Non si tratta di mero garantismo, ma di rispetto della dignità della funzione giudiziaria, espressione viva di indipendenza e democrazia.
È con soddisfazione che accogliamo la decisione della Corte di Cassazione che conferma, laddove vi sia il bisogno, che solo una disamina attenta e serena, scevra da pregiudizi, da parte dei Giudici può condurre ad una soluzione processuale rispettosa dei canoni costituzionali, sostanziali e processuali, soprattutto nel delicato settore della giustizia penale, che non può indulgere in approssimazioni e carenze nel valutare la responsabilità dei cittadini.  
By Studio Legale Barbera Press Team

lunedì 11 settembre 2023

SICILIACQUE TORNA PUBBLICA? MA QUANDO MAI!

 



La notizia è stata data a gran voce: via i francesi della multinazionale privata VEOLIA dal capitale di Siciliacque. Via i privati dall'acqua pubblica!
Ad entrare come socia maggioritaria, è Italgas s.p.a. società definita "statale".
A gridarlo, guarda caso, sono gli stessi che dicevano che Siciliacque era una società pubblica... anche quando era in mano alla multinazionale francese.
Ironia a parte, ci troviamo di fronte all'ennesima mistificazione politica e finanziaria.
Infatti, vanno via i francesi di VEOLIA ed entrano dal portone principale con ITALGAS s.p.a., società privata, uno stuolo di investitori privati, fra i quali pure i cinesi di S.G.E.L. - STATE GRID EUROPE LIMITED.
Come dire dalla padella alla brace.
Chiaro: ITALGAS non è una società pubblica!
È proprietà solo per il 26% di CDP RETI s.p.a., che – a sua volta è controllata al 59,1% da CDP e per il 35% dalla sopra citata S.G.E.L., società del gruppo State Grid Corporation of China.
La SGEL è una mega-multinazionale di proprietà della Repubblica Cinese che ha in tutto il mondo 900.000 dipendenti e macina ricavi per 460 miliardi di dollari all’anno. La Cina la utilizza per la sua strategia di espansionismo economico e finanziario globale.
In Italia, grazie ai “patti parasociali” di CDP Reti s.p.a., i cinesi hanno il diritto di nominare membri nel consiglio di amministrazione anche di società del calibro di SNAM (socia di Italgas) e di TERNA, considerate “società strategiche” dallo Stato Italiano.
Insomma, la Cina, pericolosamente, senza bisogno di “spionaggio”, è a conoscenza di quanto viene elaborato nei settori delicati e strategici dell’energia in Italia e delle risorse primarie, come l’acqua, il gas e l'energia.
Sempre nel capitale di ITALGAS troviamo la Banca di Investimenti LAZARD LLC, il fondo di investimenti Blackrock inc., il finanziere Romano Minozzi. Tutti soggetti che guardano al loro guadagno e speculano sull’acqua pubblica, una risorsa quasi a costo zero che può fruttificare oltre il 10000% dell’investimento.
Mettiamocelo in testa: ITALGAS non è pubblica, ma veicola investimenti privati e strategie di colonialismo finanziario globale.
Pensate che non sia così?
Sappiate che i cinesi solo per la partecipazione a CDP RETI s.p.a. hanno percepito nel 2022 dividendi netti e “tranquilli” per 175 milioni di euro, soldi italiani che hanno preso allegramente la via di Pechino.
A questo va aggiunto che il gruppo STATE GRID CHINA è uno dei principali operatori su scala mondiale per la BRI, la Belt and Road Initiative, da noi “romanticamente” definita la “Via della Seta”. In realtà un piano mondiale per l’espansionismo cinese e per il controllo dell’economia globale.
Il bello è che gli altri Stati, fra i quali l’Italia, vi hanno aderito spontaneamente o... per bisogno.
La Cina, tramite la BRI, oltre ad incrementare il suo export commerciale al riparo di dazi e norme di tutela, realizza ed acquisisce partecipazione societarie, crea infrastrutture, costruisce centrali, porti, industrie, distruggendo ed appropriandosi di risorse naturali ed energetiche oltre che di materie prime.
Ma attenzione, non è tutto oro quel che luccica. Gli investimenti a volte si sono rivelati delle grosse fregature, ovvero, i cinesi non si sono fatti scrupolo di rifilare delle “sole” ai malcapitati. Degli esempi: con la BRI i cinesi hanno costruito una centrale idroelettrica in Ecuador al costo di 2,7 miliardi di dollari. Dopo 5 anni la centrale non è funzionante ed ha gravi danni, oltre che ad avere distrutto un habitat naturale unico. In Pakistan un altro investimento miliardario per la costruzione di una centrale. Chiusa dopo 4 anni. Danni incalcolabili. Altri investimenti miliardari in Uganda, centrali non funzionanti e gli ugandesi costretti a rimborsare la Cina per miliardi di dollari.
La Cina si è interessata anche ai porti, agli hub ferroviari, agli aeroporti etc...
I nostri politicanti da strapazzo non sanno cosa significhi parlare di privatizzazione dei porti. Alcuni porti asiatici e africani sono già in mano ai cinesi che li hanno acquisiti dopo che gli Stati debitori non hanno potuto pagare il prezzo di infrastrutture realizzate dai cinesi. È la c.d. “trappola del debito” in cui sono cascati nazioni africane, asiatiche ed europee.
Pochi sanno che Palermo (tanto per rimanere in Sicilia) è stato individuato nel piano della BRI cinese come “porto” referente per la “Via marittima” che costeggia tutta l’Asia orientale e meridionale arrivando al Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. I cinesi già partecipano con proprie società alla gestione dei terminal dei porti italiani di Savona-Vado Ligure e Trieste, ma l’elenco dei porti (da Amburgo al Pireo greco) dove i cinesi presiedono alla gestione dei terminal è veramente troppo lungo.
Molti si sono chiesti perché il premier cinese non era presente al G20 in India. Risposta semplice: l’India è un avversario storico della BRI cinese e sta cercando di ostacolarla per non finire fagocitata e stritolata nelle avide fauci finanziarie di Pechino.
Da ultimo, non dimentichiamo l’Ucraina e la guerra inutile e distruttiva di Putin. Pechino ha più volte frenato ed indotto ad un accordo il partner russo. Ma Pechino non interviene per spirito e voglia di pace, ma solo perché con l’Ucraina dal 2015 ha stretto accordi commerciali miliardari tramite la BRI e l’Ucraina ha preso il posto degli USA nel fornire il mais alla Cina. Per questo Putin, per avere l’appoggio “morale” della Cina, ha promesso l’erogazione di risorse quasi illimitate a costi irrisori, incrementando il traffico di materie prime in favore della Cina.
E la guerra in Ucraina continua.
Ecco in mano a chi ci consegnano i nostri politicanti, dando loro la chiave della gestione della nostra acqua pubblica.
I siciliani saranno costretti ad acquistare la loro acqua, l'acqua siciliana, da società partecipate e controllate anche dai cinesi oltre che da speculatori internazionali e senza scrupoli: un pericolo gravissimo!
Domando:
- perché non si sfrutta il PNRR e la Regione non riacquista la quota di capitale privata e fa diventare veramente pubblica la gestione idrica in Sicilia?
- perché non si fa di SICILIACQUE una public company ad azionarato diffuso con capitale distribuito tra tutti i siciliani?
- quali saranno le strategie di investimento di ITALGAS per l’acqua in Sicilia, oltre a prospettive di guadagni milionari? Cosa ci aspetta?
Queste ed altre domande sono destinate a rimanere senza risposta, almeno per il momento.
Apriamo gli occhi e facciamoci sentire. Perché i nostri politicanti sono come le tre scimmie: non vedono, non sentono e non parlano. Preferiscono mangiarsi la banana appesi al ramo (o alla poltrona). Alla faccia nostra.
By B.M.


giovedì 25 maggio 2023

TUTTI I DISASTRI DELLA GUERRA DI PUTIN

 


Ad oltre un anno dalla inutile e devastante guerra in Ucraina voluta da Putin, non possiamo chiudere gli occhi di fronte ai disastri provocati dalla stessa. In particolare, Putin ha sulla coscienza:
- Almeno 350.000 morti: tante sono le morti che la guerra ha causato, considerati i soldati russi ed ucraini e i civili su cui Putin ha scatenato una pioggia di missili e di bombe. Trecentocinquantamila morti causati dalla follia di Putin e stiamo certi che il numero è in difetto ed è, purtroppo, destinato a salire.
- Oltre centomila deportati, specie bambini. Nel suo folle e satanico disegno di sterminare il popolo ucraino Putin ha ordinato la deportazione dei civili dalle zone occupate e il sequestro ed il rapimento dei bambini, sottoposti ad adozioni forzate in luoghi sperduti della Russia sottoposti ad un “indottrinamento culturale” che tanto somiglia alle politiche staliniane.
- Esodo di cinque milioni di persone. Città distrutte, fabbriche rase a zero, la follia distruttiva di Putin non ha risparmiato nessuno. Chi rimaneva nei luoghi occupati era destinato a rinnegare la propria nazione o a sopportare sin anche torture sino alla morte.
-  Inquinamento dell’ambiente e spreco di risorse vitali. La guerra, inevitabilmente, produce inquinamento ed immissione di sostanze tossiche nell’ambiente. I danni economici apportati alla popolazione ucraina sono incommensurabili ed ancora di più se si considera l’insensata distruzione di campi coltivati, l’immissione di sostanze venefiche dell’ambiente, senza considerare il pericolo nucleare delle centrali e dei materiali cancerogeni e tossici utilizzati nei proiettili (quali fosforo, etc...). Un danno incalcolabile.
- Speculazione economica, arricchimento delle industrie d’armi, crisi energetica e crisi alimentare. L’abbiamo vissuto tutti. Il clima di precarietà, l’impennata del gas, la speculazione finanziaria sulle materie prime. L’economia globale non perdona. In Africa sono mancati i generi alimentari di prima sussistenza, fra cui il grano, prodotto esportato dall’Ucraina. In Europa la guerra ha generato un’inflazione superiore al venti per cento, a motivo di speculazioni finanziarie che hanno avuto per obiettivo  il gas e le altre fonti di energia. La guerra, bloccando i commerci internazionali e l’interscambio con la Russia, ha reso tutti più poveri. Gli unici ad arricchirsi, manco a dirlo, sono stati i produttori di armi che si sono ingrassati sulla guerra e sulla morte di centinaia di migliaia di innocenti.
- Rafforzamento della divisione tra i popoli e le nazioni. Dopo anni di distensione, di faticoso dialogo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo sociale ed economico, la guerra in Ucraina ha scavato un baratro tra Occidente e Russia, anzi tra fronte anti-occidentale e nazioni europee ed americane. La NATO si è rafforzata inevitabilmente, da organismo che ormai appariva obsoleto ed in via di disfacimento.
Putin ha tradito anche il popolo russo con la sua politica dittatoriale, con i reclutamenti coatti, nascondendo la verità sulla guerra e svendendo le risorse della Russia alla Cina, all’Iran ed all’India nel disperato tentativo di finanziarsi la guerra ed acquistare nuove armi.
Questo solo per la guerra in Ucraina, senza considerare le altre aggressioni che Putin ha fatto ai popoli vicini, Georgia in testa. Senza considerare che già aveva occupato la Crimea e che in Moldavia ha occupato un’enclave proprio a confine con l’Ucraina.
Ma a Putin tutto questo non basta.       
By Michele Barbera


lunedì 20 marzo 2023

L’ACQUEDOTTO INUTILE, ANACRONISTICO E DANNOSO DI SICILIACQUE (Società a capitale privato per il 75%)

Invaso Garcia


Siciliacque insiste per realizzare il suo acquedotto. Per farlo ha dato al Comune di Menfi risposte generiche, errate e fuorvianti, dicendo che provvederà a modificare il progetto.
Perché?
Semplice, perché realizzando l’acquedotto rivende ai siciliani l’acqua che loro stessi hanno.
È il sogno di ogni imprenditore: avere il prodotto da vendere a costo quasi zero, senza problemi di approvvigionamento.
Ma da altre parti (Italia) che succede?
Regione Puglia. “Acquedotto Pugliese”, società interamente pubblica, di cui è proprietaria la Regione Puglia, con le risorse del PNRR sta realizzando il più grande dissalatore ad osmosi inversa d'Italia. Il costo? Cento milioni di euro, lo stesso del nostro fantomatico acquedotto.
Però, Acquedotto Pugliese è società pubblica che non guarda al solo profitto e con la realizzazione del dissalatore preserverà le risorse idriche della regione e migliorerà le falde acquifere pugliesi.
Ecco come si fa un'opera utile.
In Israele il 90% dell’acqua potabile deriva da azioni di recupero.
In Arabia è stato sviluppato il primo dissalatore ad impatto zero che disseterà un nucleo di città costruite nel mezzo del deserto.
Le Isole Canarie hanno in fase di realizzazione un impianto dissalatore autoalimentante che sarà ubicato nell’oceano.
La dissalazione effettuata con energie rinnovabili costituisce una delle sfide principali per il futuro dei Paesi soggetti a scarsità idrica e le zone aride, dove i dissalatori sono più usati, sono anche quelle con il maggior irraggiamento solare e quindi più̀ adatte al fotovoltaico.
Udite udite, anche il mitico Musumeci, intervistato dal Messaggero, nella nuova veste di ministro ha detto la sua: “contro la siccità, secondo il ministro della Protezione Civile e del Mare, Nello Musumeci, uno degli obiettivi del governo è "investire in dissalatori e depuratori". Per Musumeci, bisogna "guardare al modello israeliano per ridurre gli sprechi, ad esempio non usare acqua potabile per irrigare i campi".
Siciliacque, invece, per fare l’acquedotto ha dismesso il dissalatore di Trapani (ritenuto antieconomico), ed ha abbandonato l’idea di costruire un dissalatore a Marsala.
Tanto c’è il Garcia. Dove l’acqua si può prelevare senza problemi. È davvero così?
L’invaso del Garcia ha una capacità di 80 milioni di metri cubi. Ma per la quasi totalità del tempo e delle stagioni non riesce ad andare oltre la metà della capienza. Per di più non dimentichiamo che l’acqua del Garcia dovrebbe servire il comprensorio agricolo Sicilia-ovest ed è pure destinata ad usi civili.
Quest’anno, a marzo 2023, nei 25 invasi siciliani mancavano all’appello ben 230 milioni di metri cubi di acqua. Proprio il Garcia registrava a marzo un volume di appena 39 milioni di mc, mentre l’anno scorso nello stesso periodo erano 55.
Il progetto Siciliacque ha una portata stimata di oltre 300 l/s. L’approvvigionamento dal Garcia (che peraltro è un’area naturale protetta) è stimato in circa 6 milioni di mc all’anno.
In caso di cicli temporali siccitosi a farne le spese sarà in primo luogo l’agricoltura, in quanto l’uso civico avrà la precedenza. Non solo, ma il progetto prevede che il “nuovo sistema di adduzione sia il più universale possibile, con la capacità di sostituzione di qualsiasi altra fonte locale”.
Nella Relazione Generale del progetto si afferma che le risorse Garcia “nodo Menfi” e Montescuro ovest sono “complementari” fino al raggiungimento della portata di 300 l/s. E nel caso si può sostituire il deficit di risorsa con “temporanei maggiori prelievi da Garcia”.
Il nodo partitore di Menfi, acquista, dunque, una notevole importanza, anche ai fini dell'eventuale implementazione della portata idrica dell'adduttore.
Ma l’invaso del Garcia non è infinito, non è rinnovabile e risente delle stagioni siccitose. In caso di necessità, dunque, nessuna fonte idrica è esentata dall’implementare la portata dell’acquedotto.
Intanto a Mazara del Vallo, nel febbraio di quest’anno, i cittadini hanno raccolto le firme per la realizzazione di un dissalatore che risolverebbe i problemi idrici della città.
Ma Siciliacque si ostina a portare avanti il mega-faraonico acquedotto inutile e costoso, oltre che obsoleto. Nello spirito e nei fatti l’opera viola i principi del PNRR, non risolve i problemi della cronica carenza d’acqua in Sicilia e non è trasportando l’acqua ad alcuni per toglierla ad altri che si risolve il problema.
Le “migliorie” al progetto promesse al Comune di Menfi riguardano alcuni aspetti secondari di natura tecnica della realizzazione che non spostano la questione principale di un millimetro.
Manca del tutto una serie analisi previsionale dei livelli idrici di bacino e non basta una generica rassicurazione che non verrà prelevata l'acqua dai pozzi di C.da Feudotto a Menfi. 
Nessuna fonte idrica è al sicuro. Siciliacque, anziché puntare al rinnovabile, punta invece all’impoverimento cronico del territorio e, nel momento in cui si raggiungerà la criticità, potete stare tranquilli che la multinazionale, che ha la maggioranza del capitale, abbandonerà la Sicilia a se stessa in cerca di nuovi profitti e di nuovi territori.
In conclusione, occorre:
a) che Siciliacque si confronti in una conferenza di servizi con i cittadini interessati (la società ed il Comune di Menfi non hanno mai risposto alle pressanti istanze in tal senso rivolte dai vari comitati);
b) che venga recuperata la possibilità di reimmettere in funzione il dissalatore di Trapani alimentandolo con i pannelli solari;
c) che venga prevista la possibilità di realizzare depuratori delle acque reflue per l’utilizzo in agricoltura e nuovi dissalatori laddove siano registrate esaurimenti di falde e/o loro inquinamento;
d) che venga adoperata l’innovazione tecnologica per implementare i dissalatori a “impatto zero” come alternativa seria e produttiva rispetto all’inutile acquedotto.
Se Siciliacque non vuole fare questo, deve essere necessariamente estromessa dal capitale la quota “privata”, considerato che la gestione virtuosa dell’acqua pubblica non può prescindere dalla tutela della risorsa idrica e dall’adozione di pratiche di interesse pubblico non mirate alla speculazione in un ambito essenziale che mette a rischio non solo la sopravvivenza economica della Sicilia, ma anche della popolazione civile.
Le amministrazioni locali interessate debbono battersi per questo, reclamando anche presso la Regione, che non può “dormire” o rimanere indifferente rispetto a strategie speculative private che contraddicono ogni logica di investimenti pubblici.
By Michele Barbera

martedì 14 febbraio 2023

IL PIACERE DI LEGGERE: DIARIO RUSSO di ANNA POLITKOVSKAJA

 


Anna Politkovskaja

Quanto sappiamo realmente della Russia di Putin? Del suo regime guerrafondaio e dittatoriale? Delle manipolazioni dell’opinione pubblica e del cinico potere fondato sulla ricchezza effimera degli oligarchi?
Anna Politkovskaja è stata una giornalista ed attivista russa sul fronte dei diritti umani. Nei suoi scritti trapela una disperata rassegnazione per lo sfacelo sociale causato dalla ferocia di Putin. Che non ha risparmiato e non risparmia nessuno.
Abbiamo detto “è stata” perché il 7 ottobre 2006 è stata assassinata mentre tornava a casa. Ovvio. Una fine comune ai dissidenti della nefasta “Era Putin” dove a chi invoca la libertà di pensiero, la democrazia, il rispetto della vita e dei più elementari diritti umani viene riservata solo un’alternativa: il carcere o la morte. I più “fortunati” fuggono, vanno in volontario esilio nei tanto bistrattati “regimi occidentali”, ma anche lì spesso la longa manus  di Putin riesce a raggiungerli per “neutralizzarli”.
“DIARIO RUSSO”, assieme all’altro saggio  “La Russia di Putin”, descrivono in modo sconvolgente questa realtà sotterranea, fatta di paura, di sconforto e rassegnazione.
Nelle parole di Politkovskaja non vi sono toni scandalistici, né piaggerie di autocommiserazione. Il tono è giornalistico, da cronaca scevra di sensazionalismi, ma le parole, le frasi si configgono nel cuore e nella mente del lettore, gli eventi si susseguono con un ritmo tragico e fatalistico, in cui è inevitabile che la rabbia e l’indignazione vadano di pari passo con l’impotenza del popolo oppresso da un regime sanguinario e feroce, ammantato di ovattata ipocrisia. 
Putin ha costruito il suo regime sul terrore instillato a dosi omeopatiche e crescenti nella popolazione. Terrore e paura. Putin ha inscenato attentati, assassinato dissidenti, provocato guerre e conflitti, fatto incarcerare studenti, giornalisti ed oligarchi che avevano avuto il solo torto di manifestare la loro contrarietà al regime. Ha eliminato, con cura e pervicacia, ogni individuo (di qualsiasi età, sesso, professione, etnia), movimento, giornale, associazione, che solo provi ad esternare il desiderio di cambiare, di far cessare questo regime che da due decenni opprime il popolo russo. Ogni cenno di dissenso viene spazzato via.
Putin non si è fatto scrupolo di organizzare attentati in cui cittadini moscoviti hanno perso la vita, di aggredire popoli e nazioni confinanti, creando ad arte il “nemico” esterno, quello contro cui i russi debbono combattere uniti sotto il suo comando. Per la vittoria tutto è lecito, pure mandare al massacro centinaia di migliaia di giovani russi, arruolati in fretta e furia senza armi o addestramento.
Come possiamo meravigliarci di quello che succede oggi in Ucraina?
Da 23 anni al potere, Putin è sempre stato in guerra.
Putin è stato autore e protagonista della seconda guerra in Cecenia, della guerra nel Kosovo, ha invaso la Georgia, che aveva cercato di ottenere l’indipendenza da Mosca, ha appoggiato il regime di Assad in Siria, ha invaso la Crimea e ora pure l’Ucraina. Senza dimenticare il Kazakhstan. Senza dimenticare gli interventi in Africa, dove la Russia ha stretto alleanze con questo o quel leader tribale per fomentare guerre e conflitti.
Il tutto, ovviamente, condito da stupri, saccheggi, torture, esecuzioni sommarie, stragi delle popolazioni civili, che sembrano un obiettivo privilegiato di Putin per fiaccare il “nemico” di turno.
In Russia nessuno è al sicuro, neppure il più potente degli oligarchi o il semplice contadino della steppa o l’ignaro anziano o l’innocente bambino. Tutti rischiano la vita o come “carne da cannone” nello scompaginato esercito di Putin o come soggetto “non gradito” al dittatore. Tutti obiettivo potenziale di missili, attentati, omicidi su commissione, torture in carcere o sequestri forzati. Tutti. Adulti e bambini. Destinati, comunque, ad una fine orribile. Centinaia di migliaia di morti. Che non sembrano pesare sulla coscienza sempre più sporca di Putin, degna di un sulfureo anticristo che ha in odio l’intera umanità.  
In ambito internazionale, quando qualcuno prova a fermarlo, Putin è lesto, con i suoi accoliti, a minacciare l’uso dell’arma nucleare, che - da deterrente - è divenuta mezzo di ricatto per comprarsi l’indifferenza delle nazioni allo scempio quotidiano di politiche guerrafondaie e terroristiche.
Leggendo le pagine di “Diario Russo” ben si comprende, oggi, la paura delle nazioni confinanti la Russia, eternamente e fortemente preoccupate che il dittatore rivolga a loro le peggiori sue intenzioni.
Putin non è pazzo né stolido. Usa una strategia vecchia come il mondo, collaudata e perciò pericolosamente efficace: da un lato crea il nemico esterno (terroristi ceceni, nazisti ucraini, alleanze occidentali, etc...) per infondere nel popolo russo la paura ed esaltare se stesso come unico “baluardo” difensivo della Russia, dall’altro fiacca e stronca ogni opposizione interna con un controllo ossessivo del dissenso, manovrando uomini e burocrati all’insegna della disinformazione, piegando ogni resistenza ed eliminando – fisicamente – ogni possibile avversario.
La Russia di Putin è un inferno, in cui il popolo è schiacciato sotto il tallone da un dittatore che si fida solo di se stesso: chi non gli ubbidisce o mette in dubbio i suoi diktat deve essere annientato.
“Diario russo” è un libro forte, fatto di contenuti semplici, di cronache vissute, ma proprio per questo coinvolge il lettore in modo sconcertante, scuotendolo da ogni indifferenza o apatia.
Un libro attualissimo, che bisogna leggere per capire, lontano dalle fatue e superficiali “analisi” tautologiche di “esperti” comodamente seduti in cattedra.
Un memoir cucito sulla pelle dell’autrice, permeato di un forte sentimento per un popolo, quello russo, costretto a subire da vent’anni un martirio silenzioso, dove la libertà è un privilegio che si riscatta solo con la morte, il carcere o l’esilio.
By Michele Barbera