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giovedì 16 settembre 2021

UNA MARINA DI LIBRI: UN'OCCASIONE DI CULTURA, INCONTRI E FORMAZIONE

 

 

Anche quest'anno una Marina di Libri, giunta al ragguardevole traguardo della Dodicesima Edizione, si presenta come una solida realtà culturale nello striminzito panorama letteral-culturale siciliano, una "stitichezza" che fa male al vivace movimento di scrittori ed autori isolani. Le manifestazioni che dovevano segnare la "ripartenza" si sono improvvisamente ristrette, sempre più influenzate da logiche micragnose e miopi, da boicottaggi politici e  da veti sub-culturali agli editori indipendenti, ai nuovi autori o agli autori che difettino di sponsor (leggi spot ed influencer o bella presenza). Si preferisce il libro di "consumo" anche se privo di contenuti, la bolla editoriale, il libro-espresso, la grossa (e grassa) editoria a tutto scapito della realtà culturale autoctona e dei nuovi autori.

Esattamente il contrario di quello che dovrebbero essere questo tipo di manifestazioni. 

Una Marina di Libri, invece, ha un nutrito e coraggioso programma, una circuitazione che sa coinvolgere realtà editoriali locali ed indipendenti, un catalogo di incontri che ha saputo integrare anche spazi dedicati a opere di riflessione e di formazione. Per questo ho aderito con entusiasmo all'invito di partecipare a questa manifestazione. Sarà l'occasione, ancora una volta, di dialogare con il pubblico sulla figura di Rosario Angelo Livatino e sugli eventi che lo hanno condotto all'epilogo della sua esistenza in quel mattino di settembre di trent'anni fa.

Dove è finita una vita è iniziata una storia nuova, un cammino che ha coinvolto la gente di una provincia martoriata dal crimine e che si è raccolta intorno alla figura di Rosario Livatino, un riscatto sociale che è stato consacrato da Papa Francesco, che ha additato Rosario come modello non soltanto per gli operatori del diritto, ma anche ai giovani ed a tutti i cristiani. 

Questo saggio, nato per supportare le ragioni del martirio in odium fidei ed affidato alla Postulazione retta da Mons. Bertolone, pubblicato ancora prima che la Congregazione ed il Papa promulgassero i decreti di beatificazione e riconoscimento del martirio, consente di affrontare e di riflettere sulla figura di Rosario Livatino non soltanto in termini agiografici, ma ne risalta l'impegno e l'azione nel contrasto tra una Chiesa che vuole affermare i valori di fede, speranza e carità ed una mafia che abbrutisce con la sua violenza aberrante una terra desiderosa ed affamata di giustizia. 

Debbo ringraziare il giornalista, critico e studioso Enzo Gallo, dell'Associazione Amici di Rosario Livatino, che ci accompagnerà in questo incontro che vuole, sopratutto, rendere testimonianza ad un figlio di questa nostra Sicilia, oggi vivo nella memoria della Chiesa universale. 

Un ringraziamento di cuore alla Organizzazione di Una Marina di Libri ed un Augurio di longevo e proficuo impegno a difesa e promozione della cultura siciliana. 

By Michele Barbera 


sabato 1 maggio 2021

LA RECENSIONE: IL SETTIMO COLPO (Catarsi di un eroe dei nostri tempi)


 

di Pina D’Alatri


Un testo intenso di grande spessore morale, ricco di pathos, cosparso del sale della saggezza, illuminato dalla “Parola” di Cristo che risuona in eterno (“Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”), la recente opera dello scrittore e avvocato Michele Barbera (“Nessun uomo è luce a se stesso”, Il martirio di Rosario Angelo Livatino in odium fidei et iustitiae, Gianmarco Aulino Editore, Sciacca 2020 pagg. 142).

 Michele Barbera, noto avvocato e scrittore poliedrico di Menfi, appassionato studioso di filosofia e di teologia, ripercorre in questo saggio la vicenda umana del giudice-ragazzino, Rosario Angelo Livatino, ucciso barbaramente il 21 Settembre del 1990, mentre si recava negli uffici del Tribunale di Agrigento, da quattro sicari assoldati dalla “Stidda” (associazione mafiosa agrigentina). Era tanta la sua “purezza morale” che, temendo per la sua scorta, evitava di farsi accompagnare ed utilizzava la propria autovettura per gli spostamenti. Sapeva certamente di essere nel mirino ma, da uomo generoso ed integerrimo, non credeva di essere tanto inviso da poter essere ucciso o seppure lo supponeva, non voleva che altri rischiassero per lui. Allorchè la sua Ford Fiesta amaranto viene speronata dall’auto dei suoi carnefici, egli tenta la fuga a piedi ma viene martirizzato dai colpi di pistola e finito, quando ormai è agonizzante, da un settimo proiettile mirato alla testa. Un’esecuzione in piena regola, Rosario si accascia e ormai in punto di morte ha la forza di chiedere: ”Cosa vi ho fatto picciotti?”.

 In questa domanda, risulta palese l’integrità morale dell’uomo di giustizia che non può supporre un tale odio nei suoi confronti perché egli ha operato sempre per il bene dello stato, punendo la colpa nel colpevole, senza infierire. Gaetano Puzzangaro, il killer ferale, interrogato sul movente dell’omicidio, risponde, con agghiacciante spavalderia: ”Io non sapevo nemmeno chi fosse Rosario Livatino. Ho saputo di lui poco prima della sua uccisione”. Un abisso spaventoso che evidenzia il vuoto morale e spirituale di un’umanità perversa, un settimo proiettile che assume un valore apotropaico. 

I delinquenti si rendono conto che, ormai, il giudice già al sesto colpo è in agonia, ma il settimo colpo diventa il sigillo di un’azione nefanda tale da dare un forte segnale a tutti e da preannunciare la pena della morte a chi oserà opporsi al “basamento” mafioso. E’ un segnale che tutti gli oppositori della mafia debbono cogliere. In realtà Livatino non è inviso, solo, alla mafia ma anche a molti politici locali e nazionali. Egli è un uomo di adamantina purezza, è un giustiziere saggio che crede nel valore catartico della pena, addirittura è capace di portare personalmente il mandato di scarcerazione ad un recluso perché non ci siano ritardi. Egli è sempre alla ricerca di una verità assoluta che determini una giusta pena. 

La funzione del magistrato, per lui, è quella di “giudicare con umiltà e di non dimenticare di avere davanti a sé un altro se stesso, anche se colpevole ma pur sempre titolare di diritti”. Livatino, assumendo un impegno spirituale nell’amministrare la giustizia, diviene garante della giustizia umana sulla terra, intesa come propaggine divina. Proprio per questo egli subisce un effetto “Lucifero” perché il male si scatena contro di lui che, nell’illuminazione divina, ritrova la propria essenza di uomo. Deve, quindi, essere eliminato come un cinghiale impazzito: muore l’eroe, l’uomo puro; di contro, trionfa il boss mafioso che tende a ricoprire un ruolo divino nel dispensare benefici e punizioni, elevando al potere ogni suo protetto. 

Chiesa e mafia: i mafiosi uccidono, “in odium fidei”, chiunque ritengano loro avversario. Ne è un esempio Padre Pino Puglisi che viene ucciso ”perché annuncia il Vangelo che è fede, giustizia, amore, pace”. All’opposto, il boss mafioso vuole sostituirsi a Dio con atti di superbia, manipolando i messaggi di amore, umiltà e perdono. Di contro, Livatino è caritatevole con tutti, anche con i colpevoli, ritenendo giusto punirli ma senza mortificare la loro umanità deviata. In realtà per lui la “correzione è più importante della pena”, un essere deviante può essere corretto, solo, con una pena adeguata alla colpa. La pena non deve però mortificare il condannato, abbrutendolo ma deve indurlo alla riflessione, proprio con l’espiazione della medesima. Il mafioso è giustiziere, in nome di un dio vendicatore implacabile che egli stesso incarna, una sorta di Anticristo che spazza via tutti coloro che sono testimoni della fede cristiana. La Chiesa ha i propri libri sacri, il mafioso ha il proprio codice illegale e blasfemo ed i suoi operatori sono “operai del maligno”. 

Papa Francesco bolla i mafiosi come “scomunicati” e quindi Livatino è il più grande avversario della mafia perché “apostolo della fede in Dio” e perché “esercita la legge umana e segue la fede cristiana”. Egli è un esempio per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede ed il suo impegno di lavoro e per l’attualità delle sue riflessioni. Nella società “liquida” in cui dominano il consumismo, l’effimero ed il mutevole, Livatino riteneva fondamentale la funzione del giudice, fissandone la deontologia. Dopo un periodo di crisi a causa di delusioni nell’ambiente giudiziario, egli aveva recuperato un po’ di fiducia ma da lì a poco sarebbe stato barbaramente ucciso ”in odium fidei” come Monsignor Romero e Padre Pino Puglisi, martiri anch’essi per la stessa motivazione. San Giovanni Paolo II ha dato particolare lustro alla figura del “Giudice Ragazzino”, definendolo martire della giustizia ed indirettamente della fede. Un percorso luminoso che l’avvocato Michele Barbera ha ben saputo illustrare, suscitando profonde emozioni nel lettore.


lunedì 4 gennaio 2021

MAFIA ED ODIUM FIDEI: LE RAGIONI DEL MARTIRIO DI ROSARIO LIVATINO NEL SAGGIO “NESSUN UOMO E' LUCE A SE STESSO ”

 


Papa Francesco in data 21/12/2020 ha autorizzato la Congregazione delle cause dei Santi a promulgare il  Decreto riguardante, fra gli altri, il martirio del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, Fedele Laico, nato il 3 ottobre 1952 a Canicattì (Italia) e ucciso, in odio alla Fede, sulla strada che conduce da Canicattì ad Agrigento (Italia), il 21 settembre 1990.
È giunto, così, al termine il processo canonico per la beatificazione del giovane magistrato agrigentino.
È stata grande l’emozione per chi, come me, si è occupato di analizzare i meccanismi e le dinamiche che avevano condotto all’uccisione di Rosario Livatino da parte della criminalità organizzata.
Già, dopo i primi colloqui nel 2019 con il Card. Montenegro, allorché intrapresi il cammino di studio, mi sono reso conto dell’avversione che contrapponeva l’organizzazione mafiosa ai valori cristiani, che Livatino professava in modo continuo, ininterrotto, silenzioso, facendo di se stesso e del suo lavoro un’autentica e cristallina testimonianza alla Fede.
L’odium fidei che accomuna i primi martiri cristiani di ieri alla figura di Rosario Livatino oggi assume forme e sfumature diverse, che sono state raccolte e fatte proprie dal Magistero della Chiesa, a partire dal Concilio Vaticano II, per proseguire con il pontificato di Giovanni Paolo II e sino ad arrivare a Papa Francesco.
Non a caso, sull’uccisione di Livatino i “falsi” moventi e i depistaggi non hanno retto al vaglio processuale: è stato un assassinio perpetrato per motivi di odio verso un testimone di Cristo, per una endemica avversione della mafia a quei valori di solidarietà, giustizia e amore per il prossimo che Livatino incarnava, uniti solidamente dal cemento della Fede.
Bene riporta il documento della Congregazione che “
la motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpire il Servo di Dio fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. Dai persecutori, il Servo di Dio era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Dalle testimonianze, anche del mandante dell’omicidio, e dai documenti processuali, emerge che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei. Inizialmente, i mandanti avevano pianificato l’agguato dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il Magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento
.”
La grande dedizione al lavoro in Livatino non è mai stata disgiunta dall’afflato verso il prossimo, dal rispetto che egli usava nei confronti degli altri, di tutti gli altri. Per Livatino, rendere giustizia si traduceva in un atto di fede, di “dedizione a Dio”. Ogni giorno, sub tutela Dei, senza bisogno di clamori o di esibizioni mediatiche.
All’atto della morte pochi conoscevano veramente chi fosse Livatino, solo i più stretti collaboratori, fra i quali mi piace ricordare il menfitano d’adozione, Maresciallo Maggiore Giuliano Guazzelli, che si dedicò alle indagini con una dedizione tale da non arretrare, anche lui, di fronte all’estremo sacrificio.
L’integrità della fede in Livatino è stata assoluta, senza compromessi, tanto da muovere all’odio chi lo ha ucciso, senza un movente concreto se non quello dell’avversione per ciò che egli rappresentava e viveva.
Nell’analisi del saggio, che ho voluto rafforzare con riflessioni sinottiche relative ad approfondimenti criminologici, risalta proprio la dicotomia tra il sistema ideologico mafioso e la dottrina cristiana: avversione che in concreto ha motivato l’assassinio di Rosario Livatino. Una dicotomia che la Congregazione delle cause dei Santi ha condiviso e fatto propria nella beatificazione del giovane magistrato canicattinese.
Sono particolarmente contento che il martirio in odium fidei, che ho voluto fortemente come sottotitolo del saggio, abbia finalmente trovato ingresso nella vicenda umana, tragica ed esaltante, di Rosario Livatino il cui cammino di santità è destinato a perdurare, come esempio fulgido di Fede, nella storia della Chiesa agrigentina.
By Michele Barbera

lunedì 21 settembre 2020

NESSUNO È LUCE A SE STESSO, il martirio di Rosario Angelo Livatino

 



Un giudice anonimo,  sconosciuto alla ribalta mediatica, che svolgeva in silenzio ogni giorno il suo difficile compito di tutore della legalità in una terra bagnata dal sangue di tanti innocenti, vittime della violenza luciferina della mafia. Eppure, oggi, a trent’anni dalla sua morte, il suo ricordo è vivo, la sua memoria integra, la voglia di conoscerlo tanta.
“Nessuno è luce a se stesso”, il titolo che ho voluto dare a questo saggio, una ricerca pluridisciplinare sugli eventi e sulle dinamiche che condussero alla morte del “giudice ragazzino”, non è solo una frase ad effetto, ma un programma di vita.
L’ho mutuata dal testo di una conferenza che Rosario Livatino tenne nella sua città, Canicattì. Ritengo che in questa frase sia celata la chiave dell’anima di Rosario Livatino, la sua cifra esistenziale. L’alchimia di sentimenti e fede, l’amore per la giustizia e per il prossimo, la testimonianza silenziosa e prorompente della sua figura, sono racchiuse nell’infinito sentire di questa breve espressione.

Ancora più che nell’acronimo “S.T.D.”, Sub Tutela Dei, con cui Rosario Livatino amava contraddistinguere i propri scritti intimi, le sue agende, come quella che hanno trovato accanto al corpo il giorno del suo omicidio.
O, meglio, martirio.
Proprio da lì, da quando tutto è finito o, forse, da quando tutto è iniziato, trae le mosse il mio desiderio di conoscere questo straordinario figlio di una terra tanto aspra quanto generosa.
In quell’assolata campagna dell’entroterra siciliano, in quelle contrade care a Sciascia e Pirandello, metafora di una dimensione dello spirito, lì, dove si è compiuto il martirio di Rosario Livatino.
Un martirio profeticamente annunciato da San Giovanni Paolo II, un martirio la cui considerazione ha avuto una costante progressione ed una conclamata adesione della Chiesa agrigentina nel processo diocesano, aperto dal Cardinale Montenegro, e condotto da don Giuseppe Livatino, cugino del Giudice e postulatore della causa, per elevare Rosario Livatino agli onori degli altari.
La dedizione di Rosario Livatino al proprio lavoro, visto come occas
ione di santificazione e “di dedizione di sé a Dio”, accosta la sua figura ad una concezione moderna e viva di santità universale, una santità che vuole rendere testimonianza eccelsa alla fede anche nell’adempimento eroico del proprio dovere quotidiano, sino all’estremo. Il martire non fugge dalla morte ma dal peccato.

Nella distorsione eretica della mafia, dove i simboli religiosi sono profan
ati ed offesi da intenzioni e cerimonie blasfeme, la purezza del pensiero di Rosario Livatino, la sua costante testimonianza, prodiga di attenzione e carità di fede verso coloro che era chiamato a giudicare, erano avversari temibili e odiosi.
Un odio che ha acceso una ritorsione crudele, feroce, demoniaca.
L’analisi di quanto accaduto il ventuno settembre di trent’anni fa, senza trascurare i riferimenti criminologici all’ “effetto Lucifero”, nel saggio apre la riflessione sul concetto di “martirio” e dell’”odium fidei”, un luogo teologico, che caratterizza la testimonianza suprema del credente, la sua costanza nella fede, pur nelle avversità del cammino terreno.
Dagli emblematici casi dei primi martiri della fede sino all’epoca contemporanea, già a partire da Pio XII con l’esempio di Maria Goretti, la difesa dei valori della fede, e, dunque il martirio, ha assunto vesti teologiche più ampie. Che vanno, necessariamente, a ricomprendere tutti quei casi in cui il martire è stato ucciso in quanto testimone vero e coerente del suo credo e di tutto ciò che la fede in Dio significa e che si esprime anche nei valori di giustizia, della carità e dell’amore verso il prossimo in quanto “immagine di Dio”, come ha affermato proprio Rosario Livatino. Egli “ha sovvertito il ruolo del giudice abbracciando la coscienza del prossimo e rendendo la giustizia umana, espressione di amore e verità. Sotto la tutela dello sguardo divino.”
Ora, non mi resta che augurarVi Buona Lettura, nel ricordo della testimonianza di Rosario Livatino che affido al Vostro cuore, oltre che alla Vostra riflessione, per accompagnarlo nel cammino comune di santità.
By Michele Barbera