martedì 14 febbraio 2023

IL PIACERE DI LEGGERE: DIARIO RUSSO di ANNA POLITKOVSKAJA

 


Anna Politkovskaja

Quanto sappiamo realmente della Russia di Putin? Del suo regime guerrafondaio e dittatoriale? Delle manipolazioni dell’opinione pubblica e del cinico potere fondato sulla ricchezza effimera degli oligarchi?
Anna Politkovskaja è stata una giornalista ed attivista russa sul fronte dei diritti umani. Nei suoi scritti trapela una disperata rassegnazione per lo sfacelo sociale causato dalla ferocia di Putin. Che non ha risparmiato e non risparmia nessuno.
Abbiamo detto “è stata” perché il 7 ottobre 2006 è stata assassinata mentre tornava a casa. Ovvio. Una fine comune ai dissidenti della nefasta “Era Putin” dove a chi invoca la libertà di pensiero, la democrazia, il rispetto della vita e dei più elementari diritti umani viene riservata solo un’alternativa: il carcere o la morte. I più “fortunati” fuggono, vanno in volontario esilio nei tanto bistrattati “regimi occidentali”, ma anche lì spesso la longa manus  di Putin riesce a raggiungerli per “neutralizzarli”.
“DIARIO RUSSO”, assieme all’altro saggio  “La Russia di Putin”, descrivono in modo sconvolgente questa realtà sotterranea, fatta di paura, di sconforto e rassegnazione.
Nelle parole di Politkovskaja non vi sono toni scandalistici, né piaggerie di autocommiserazione. Il tono è giornalistico, da cronaca scevra di sensazionalismi, ma le parole, le frasi si configgono nel cuore e nella mente del lettore, gli eventi si susseguono con un ritmo tragico e fatalistico, in cui è inevitabile che la rabbia e l’indignazione vadano di pari passo con l’impotenza del popolo oppresso da un regime sanguinario e feroce, ammantato di ovattata ipocrisia. 
Putin ha costruito il suo regime sul terrore instillato a dosi omeopatiche e crescenti nella popolazione. Terrore e paura. Putin ha inscenato attentati, assassinato dissidenti, provocato guerre e conflitti, fatto incarcerare studenti, giornalisti ed oligarchi che avevano avuto il solo torto di manifestare la loro contrarietà al regime. Ha eliminato, con cura e pervicacia, ogni individuo (di qualsiasi età, sesso, professione, etnia), movimento, giornale, associazione, che solo provi ad esternare il desiderio di cambiare, di far cessare questo regime che da due decenni opprime il popolo russo. Ogni cenno di dissenso viene spazzato via.
Putin non si è fatto scrupolo di organizzare attentati in cui cittadini moscoviti hanno perso la vita, di aggredire popoli e nazioni confinanti, creando ad arte il “nemico” esterno, quello contro cui i russi debbono combattere uniti sotto il suo comando. Per la vittoria tutto è lecito, pure mandare al massacro centinaia di migliaia di giovani russi, arruolati in fretta e furia senza armi o addestramento.
Come possiamo meravigliarci di quello che succede oggi in Ucraina?
Da 23 anni al potere, Putin è sempre stato in guerra.
Putin è stato autore e protagonista della seconda guerra in Cecenia, della guerra nel Kosovo, ha invaso la Georgia, che aveva cercato di ottenere l’indipendenza da Mosca, ha appoggiato il regime di Assad in Siria, ha invaso la Crimea e ora pure l’Ucraina. Senza dimenticare il Kazakhstan. Senza dimenticare gli interventi in Africa, dove la Russia ha stretto alleanze con questo o quel leader tribale per fomentare guerre e conflitti.
Il tutto, ovviamente, condito da stupri, saccheggi, torture, esecuzioni sommarie, stragi delle popolazioni civili, che sembrano un obiettivo privilegiato di Putin per fiaccare il “nemico” di turno.
In Russia nessuno è al sicuro, neppure il più potente degli oligarchi o il semplice contadino della steppa o l’ignaro anziano o l’innocente bambino. Tutti rischiano la vita o come “carne da cannone” nello scompaginato esercito di Putin o come soggetto “non gradito” al dittatore. Tutti obiettivo potenziale di missili, attentati, omicidi su commissione, torture in carcere o sequestri forzati. Tutti. Adulti e bambini. Destinati, comunque, ad una fine orribile. Centinaia di migliaia di morti. Che non sembrano pesare sulla coscienza sempre più sporca di Putin, degna di un sulfureo anticristo che ha in odio l’intera umanità.  
In ambito internazionale, quando qualcuno prova a fermarlo, Putin è lesto, con i suoi accoliti, a minacciare l’uso dell’arma nucleare, che - da deterrente - è divenuta mezzo di ricatto per comprarsi l’indifferenza delle nazioni allo scempio quotidiano di politiche guerrafondaie e terroristiche.
Leggendo le pagine di “Diario Russo” ben si comprende, oggi, la paura delle nazioni confinanti la Russia, eternamente e fortemente preoccupate che il dittatore rivolga a loro le peggiori sue intenzioni.
Putin non è pazzo né stolido. Usa una strategia vecchia come il mondo, collaudata e perciò pericolosamente efficace: da un lato crea il nemico esterno (terroristi ceceni, nazisti ucraini, alleanze occidentali, etc...) per infondere nel popolo russo la paura ed esaltare se stesso come unico “baluardo” difensivo della Russia, dall’altro fiacca e stronca ogni opposizione interna con un controllo ossessivo del dissenso, manovrando uomini e burocrati all’insegna della disinformazione, piegando ogni resistenza ed eliminando – fisicamente – ogni possibile avversario.
La Russia di Putin è un inferno, in cui il popolo è schiacciato sotto il tallone da un dittatore che si fida solo di se stesso: chi non gli ubbidisce o mette in dubbio i suoi diktat deve essere annientato.
“Diario russo” è un libro forte, fatto di contenuti semplici, di cronache vissute, ma proprio per questo coinvolge il lettore in modo sconcertante, scuotendolo da ogni indifferenza o apatia.
Un libro attualissimo, che bisogna leggere per capire, lontano dalle fatue e superficiali “analisi” tautologiche di “esperti” comodamente seduti in cattedra.
Un memoir cucito sulla pelle dell’autrice, permeato di un forte sentimento per un popolo, quello russo, costretto a subire da vent’anni un martirio silenzioso, dove la libertà è un privilegio che si riscatta solo con la morte, il carcere o l’esilio.
By Michele Barbera


lunedì 7 novembre 2022

PROGETTO SICILACQUE PER MENFI: SCADENZA OSSERVAZIONI AL MINISTERO TRANSIZIONE ECOLOGICA AL 12/11/2022

 



Continua il cammino del mega-progetto da cento milioni di euro di Siciliacque, società in mano a capitali privati ed alla multinazionale Veolia Acqua, per il tramite della controllata Idrosicilia. 
Ancora una volta, dopo avere allertato con il Comitato Acqua Pubblica di Menfi la cittadinanza e l'Amministrazione Comunale, desideriamo evidenziare che entro il DODICI NOVEMBRE DUEMILAVENTIDUE  scade il termine per la presentazione di OSSERVAZIONI al Ministero per la Transizione Ecologica. 
Ecco il link da cui trarre l'indirizzo e le modalità con cui presentare le OSSERVAZIONI: Ministero Progetto Siciliacque 
Di seguito anche il link contenente l'elenco delle Ditte espropriate di Menfi: Elenco Ditte di Menfi espropriate
Il Comitato per l'Acqua Pubblica di Menfi ha inoltrato una dettagliata memoria di osservazioni, oltre ad una serie di istanze e richieste all'amministrazione pubblica di Menfi per opporsi al progetto ed evitare che il territorio di Menfi, come in tante altre occasioni diventi preda di interessi e speculazioni. 
E' importante fare sentire la nostra voce anche al Ministero per la Transizione Ecologica, affinché i privati che occupano le poltrone di Siciliacque si rendano conto che esiste una opinione pubblica, fedele all'esito del referendum che vuole che l'acqua venga gestita in trasparenza ed efficienza da soggetti effettivamente pubblici e che perseguano esclusivamente l'interesse pubblico.
Veolia, come gli altri privati, persegue interessi propri ed imprenditoriali: 
a) vende ai siciliani la loro stessa acqua, lucrando sul prezzo e facendo propri i profitti; 
b) effettua investimenti con risorse pubbliche, sottraendo le stesse ad altre e più proficue destinazioni; 
c) decide quando, come e dove investire, trascurando la scelta dei dissalatori e non facendo scrupolo nel depredare le risorse idriche del territorio siciliano. 
Veolia ha allungato i suoi tentacoli con partecipazioni e società miste in quasi tutte le regioni italiane, creando ovunque scontento e rabbia nella popolazione per la gestione del servizio idrico. 
La gestione privata del servizio è penalizzante per l'utenza. 
Ai menfitani è stato detto dal personale Siciliacque che le risorse idriche di Menfi per il momento non verranno intaccate, ma la presenza massiccia di un acquedotto da cento milioni di euro all'interno del territorio e la costruzione di partitori in prossimità dei pozzi comunali significa che al momento opportuno nessuno può escludere che la mega conduttura si potrà allacciare ai pozzi comunali che già soffrono di emungimenti in favore di altri comuni. 
E' ora di dire basta. La realizzazione dell'opera avrà un impatto ambientale rilevante, anche con attraversamento di torrenti, fasce di rispetto e zone vincolate. Nel progetto sono del tutto ignorate le fasce di rispetto, l’equilibrio florofaunistico dei torrenti, le previsioni dei Piani paesistici, le tutele normative predisposte dal D.to Leg.vo n.22/01/2004 n.42 e dal D.to Leg.vo n.152/2006.
Viene da chiedersi il perché Siciliacque  anziché riattivare i dissalatori di Marsala e Trapani, gli unici che possono garantire la rinnovabilità della risorsa idrica, preferisce attingere ai bacini ed alle dighe, impoverendo il territorio e sottraendo l'acqua all'agricoltura ed alle attività. 
Si tratta di un'attività predatoria che, in tempi di carenza idrica e di scarsità di precipitazioni, non garantisce alcuna sostenibilità ambientale!
Impegniamoci affinché tale progetto non giunga a realizzazione. A beneficiarne sarà il nostro territorio e le generazioni future di menfitani. 
By M. Barbera
 

giovedì 13 ottobre 2022

INAUGURAZIONE DELLA XIX LEGISLATURA: LILIANA SEGRE PARLA AI SENATORI

 




Il Discorso, profondo e ricco di significati, del presidente provvisorio del Senato, Liliana SEGRE, pronunciato nell'Aula di Palazzo Madama in apertura della prima seduta della XIX legislatura:

"Colleghe Senatrici, Colleghi Senatori, rivolgo il più caloroso saluto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest'Aula. Con rispetto, rivolgo il mio pensiero a Papa Francesco.

Certa di interpretare i sentimenti di tutta l'Assemblea, desidero indirizzare al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri e la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. Il Presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: "Desidero esprimere a tutte le senatrici ed i senatori, di vecchia e nuova nomina, i migliori auguri di buon lavoro, al servizio esclusivo del nostro Paese e dell'istituzione parlamentare ai quali ho dedicato larga parte della mia vita".

Rivolgo ovviamente anch'io un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove Colleghe e a tutti i nuovi Colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dalla austera solennità di quest'aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi. Come da consuetudine vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali.

Incombe su tutti noi in queste settimane l'atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore...una follia senza fine. Mi unisco alle parole puntuali del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: "la pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino".

Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva.
In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della Marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio ad una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica.

Ed il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perchè, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato!

Il Senato della diciannovesima legislatura è un'istituzione profondamente rinnovata, non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perchè per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai 18 ai 25 anni, ma soprattutto perchè per la prima volta gli eletti sono ridotti a 200.
L'appartenenza ad un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l'esempio.

Dare l'esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con "disciplina e onore", impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse.

Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto, interpretando invece una politica "alta" e nobile, che senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all'ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.

Le elezioni del 25 settembre hanno visto, come è giusto che sia, una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte.  E il popolo ha deciso. E' l'essenza della democrazia.

La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l'imperativo di preservare le Istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell'interesse del Paese, che devono garantire tutte le parti.
Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell'esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.

In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l'unità del nostro popolo è la Costituzione Repubblicana, che come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.

Il popolo italiano ha sempre dimostrato un grande attaccamento alla sua Costituzione, l'ha sempre sentita amica.

In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perchè da essa si sono sentiti difesi.

E anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali - e purtroppo questo è accaduto spesso - la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte Costituzionale ed alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.

Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata (come essa stessa prevede all'art. 138), ma consentitemi di osservare che se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione - peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi - fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.
Il pensiero corre inevitabilmente all'art. 3, nel quale i padri e le madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su "sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali", che erano state l'essenza dell'ancien regime.

Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla "Repubblica": "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Non è poesia e non è utopia: è la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere quegli ostacoli !

Le grandi nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perchè non dovrebbe essere così anche per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date "divisive", anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 Aprile festa della Liberazione, il 1  Maggio festa del lavoro, il 2 Giugno festa della Repubblica? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell'esempio, di gesti nuovi e magari inattesi. 

Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l'assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell'odio, contro l'imbarbarimento del dibattito pubblico, contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.
Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso: nella passata legislatura i lavori della "Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza" si sono conclusi con l'approvazione all'unanimità di un documento di indirizzo.
Segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.

Concludo con due auspici. Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di questa assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative, riaffermare nei fatti e non a parole la centralità del Parlamento.

Da molto tempo viene lamentata da più parti una deriva, una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell'abuso della decretazione d'urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.

Nella mia ingenuità di madre di famiglia, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato e per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei governi quando era minoranza, e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.

Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.

Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo in collaborazione col Governo un impegno straordinario e urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell'inflazione e dell'eccezionale impennata dei costi dell'energia, che vedono un futuro nero, che temono che diseguaglianze e ingiustizie si dilatino ulteriormente anzichè ridursi. In questo senso avremo sempre al nostro fianco l'Unione Europea con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale.

Non c'è un momento da perdere: dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere i livelli di guardia e tracimare.

Senatrici e Senatori, cari Colleghi, buon lavoro!".

domenica 28 agosto 2022

“PARACADUTATI” ALLE ELEZIONI: UNO SCHIAFFO PER LA SICILIA ED I SICILIANI

 


Se qualcuno avesse voluto una prova (l’ennesima) del più bieco e becero opportunismo dei politici di questa Italietta, lo invito a scorrere le liste dei candidati al maggioritario ed al proporzionale.
Vince ovunque la ricerca del posto sicuro, del collegio blindato.
Una volta si diceva che il deputato doveva essere espressione del territorio. Oggi è l’esatto contrario: il candidato paracadutato potrà – al più – essere fedele e riconoscente al partito ( o movimento che dir si voglia) che lo ha piazzato, ma che interesse potrà avere per un territorio in cui forse sarà andato a fare una o due serate preelettorali?
In Sicilia non è andata meglio che in altre zone d’Italia. Oggi, anziché il granaio d’Italia, è vista come un feudo elettorale, un bottino da depredare, dove i risultati si danno per scontati. Così, qualche big di partito ha piazzato il suo sedere o quello dell’amico, o della sua fidanzata o compagna in collegi definiti “blindati”, un insulto all’elettorato, od anche in uno o più listini regionali legati all’aritmetica astratta o al gioco dei dadi dei consensi.
Il territorio è scomparso, la partitocrazia scellerata si è spartita l’Italia con una emigrazione incrociata di cavalier serventi e di ventura, in tremante attesa che i voti confermino la profezia delle statistiche, salvo – poi – una volta a Roma, voltar gabbana e spalle alla prima occasione di una poltrona o di un gratificante appannaggio. Ci sono politici che - con disinvoltura e faccia tosta - hanno cambiato idea, casacca e opinioni al primo spirar del vento, e che ancora oggi trovano incredibilmente posto in prima linea per il parlamento.
È il mostro che divora se stesso: cosa si possono aspettare i partiti che hanno asservito il popolo ad una classe politica mercenaria, che punta allo scranno di onorevole come un disoccupato all’agognato posto fisso?
A farne spese sono le regioni che, paradossalmente, avrebbero più bisogno di una classe politica attenta ed attiva ai loro bisogni, come la Sicilia.
Non è vero è che in Sicilia vi sono solo “pecoroni”.
La Sicilia da tempo aspira al cambiamento, è disponibile a giocarsi ogni volta il tutto per tutto pur di cambiare. Negli anni passati si sono visti capovolgimenti di fronte, i grillini che gridavano al “cappotto”, come avevano fatto prima i berlusconini.
Ma, a valutare i fatti, si vede come, ogni volta, se i suonatori sono cambiati, la musica è rimasta sempre la stessa. E la Sicilia sprofonda, sempre più arrabbiata, sempre più disillusa.
Ancora oggi, in questi primi scorci di campagna elettorale, tutti ad esortare che “la Sicilia deve cambiare” che i “siciliani devono avere uno scatto di orgoglio”, “prima la Sicilia” e così via...
Siamo sicuri  che i siciliani devono cambiare oppure è la classe politica barbina e farlocca che deve fare un serio esame di coscienza?
Ed i politici siciliani? Sono scomparsi? No, semmai, i più scaltri hanno utilizzato pure loro le alchimie della statistica per farsi paracadutare in collegi o listini apparentemente sicuri.
Non pigliamoci in giro. Per favore. Votare un ”candidato  forestiero”,  un soldato di ventura, uno (o una) che all’indomani delle elezioni e dei ringraziamenti di rito non riserverà un rigo delle sua agenda a quel territorio, che volete che utilità abbia?
La verità è che il paracadutismo serve proprio a cancellare le tracce di questo rapporto con il territorio: se il politico eletto fa male, lo si va a paracadutare da un’altra parte.
È una sorta di gioco delle tre carte, il supremo inganno, in cui a vincere sono sempre e solo i partiti. Ed a perdere, purtroppo, è il popolo.
By Michele Barbera


IL PIACERE DI LEGGERE: CHIANTULONGU, poesie DI JOSE’ RUSSOTTI

 

Quanta forza e pathos può avere la voce interiore del poeta?
E quanto più dall’interno scaturisce, tanto più convoglia in esso tutto il suo fremere, il suo pulsare, il suo sentire, il suo percepire, fino ad esplodere in una dimensione universale.
Il “pianto-lungo” che nella bivalenza semeiotica ed assonanza linguistica non è solo “chiantu”, pianto, ma anche, mi piace questa sinestesia fonetica, “canto”.
Un canto sommesso, che ricorda quello del bambino di fronte ai misteri del mondo (è che cosa è il dolore umano se non un mistero, una condizione di infelicità acuta ed atavica), ma riporta alla memoria anche il salmodiare dei cori tragici greci che accompagnavano gli spettatori alla catarsi, alla purificazione del dolore.
Il pianto, dunque, ha un potere ancestrale, intimo, personale, eppure universale. Accomuna tutti gli uomini, fin dall’atto della nascita. Leopardi si attarda nei suoi scritti a descrivere “la tragedia della nascita” e di come la madre deve sapere consolare il bambino, quasi come un viatico nel lungo cammino e dolore dell’esistenza.
José Russotti trasmette con le poesie di Chiantulongu, tutta la sua ansia intellettuale, il senso profondo ed oscuro di un disagio esistenziale che si dipana, nell’arco teso di una intensa tensione emotiva, in senso diacronico, ovvero con lo sguardo insieme alle proprie radici e, al contempo, proteso in un futuro incerto, labile e precario: “Ndâ l’utru chi gnutti l’uttima fogghia, / suru ‘na rrancata i ventu / muntùai nostri nommi. (Nell’otre che ingoierà l’ultima foglia/solo un attimo di vento / nominerà i nostri nomi.).
In questo oblio sensibile ed immanente, il poeta rappresenta una pietra d’inciampo, un lampu sbrannenti, un lampo splendente, che anela a rimanere, al di là dell’orizzonte materia-morte nel cuore di chi lo ha voluto bene, che richiama la foscoliana ”eredità d’affetti” che lega in comunione di spirito i vivi ai morti.
Ma il pianto è anche metafora di vitalità, di rabbia, di riscatto. È un sentimento passionale, mai domo né rassegnato, che – come è stato scritto – odora di rimpianto e desiderio.
Il grande merito di José Russotti nella sua silloge Chiantulongu è il volere esplorare con il desiderio e la passione, fare vibrare a fondo i suoi versi fino a tendere l’estremo arco lirico, un punto di non ritorno espressivo nel dualismo parlata dialettale-lingua italiana.
Le poesie di José vivono nella dimensione metafisica de Il vecchio ed il mare di Hemingway, in cui l’uomo è costretto ad affrontare - in una lotta dal lirismo struggente-, l’oceano-natura che lo circonda, con la consapevolezza che si tratta di una lotta impari, in cui deve confrontarsi con forze titaniche, destinate a travolgerlo. Eppure non si rassegna.
La vita, dunque, come sfida al destino ineluttabile, il coraggio e la tenacia dell’uomo che affronta il mistero dell’esistenza, la fusione dell’uomo con il suo habitat naturale, vissuto come proiezione dell’individuo, la tensione spirituale dell’incombere della morte.
Ma José Russotti non è solo. Il suo cammino sentimentale, per quanto impervio ed accecante, si orienta con bussole emotive che lo sorreggono nella sua riflessione, nel suo anelito lirico contro ogni banale contingenza.
La figura del padre, a cui José Russotti dedica versi che sono spaccati di cuore, in cui momenti di quotidianità assurgono a icone di memoria dove emergono, forti ed indissolubili, i caratteri dell’amarezza della vita, dei sacrifici che in apparenza inaridiscono gli affetti e si ergono a scudo di vissuti non facili.
Ma ecco la rivelazione, quelle mani piagate dal lavoro, quella scorza di apparente durezza si scioglie: “ ’U sacciu, sunnu mani di petra / ma sannu ancora ‘carizzàriti” (Lo so, sono mani si pietra / ma sanno ancora accarezzarti).
Accanto alla figura del padre, José si stringe alla madre. I toni diventano acutamente più sensibili. Anche lei portata via dalla morte, nel chiantu che trasmuta in cantu. José intona un lamento amaro, di fronte all’ultimo istante, l’uttima ‘rrancata, insieme a lei. E di fronte alle ossa sepolte, mute, incapaci di parlare, al poeta non rimane che “custodire la sua voce”.
Gli affetti familiari diventano ancore spirituali per il poeta, così nei versi dedicati alla moglie  ed alla figlia Elyza.   
L’eco pavesiano palesato dal poeta tratteggia la moglie come una “terra che nessuno ha mai svelato”, metafora di un legame d’amore che celebra la “femmina e madre”, in cui l’uomo implora rifugio: “dumannu a ttia, fimmina e matri:/ lassa stari l’affannu e fammi sentiri / a calura  di to’ mani subbra a facci, / ora, c’u ‘nvernu si tratteni”. (Chiedo a te, femmina e madre:/ lascia stare gli affanni e fammi sentire / il calore delle tue mani sul viso, / ora, che l’inverno si trattiene).  
Ed il cammino dei ricordi prosegue con la memoria della figlia Elyza, stella nascente, esposta come una “rondine d’amore” alla tempesta della vita, ad una sorte in cu il destino beffardo non risparmia colpi amari: “U distinu ti lassau â fera d’a vita, / commu s’a motti è na parora mai data / unnni u distinu si rrasca affina ȏ funnu” (Il destino ti lasciò alla fiera della vita,/ come se la morte fosse una parola mai data,/ dove il destino si raschia sino al fondo).
L’eco del “pianto lungo”, la corrente del canto, trascina via José dai suoi affetti intimi e familiari con uno sguardo sgomento alla pandemia, che costringe al chiuso, che gonfia e spacca i cuori, nell’aria ammorbata “d’i manziònnu senza canzuni”. Di fronte all’ineluttabile, tace l’aedo, il silenzio si misura a firagni, filari, mentre il dolore penetra come una spina e le donne contano i morti.
Il lirismo russottiano, venato di malinconica saudade, avvolge anche Malvagna, la terra del cuore. Nei versi di José dedicati al borgo ed alla natura che lo circonda, scopriamo il riverbero vivido di certi sipari montaliani che si accompagnano ad un degradare, ad un meriggiare pallido ed assorto che non dimentica il travaglio della vita e la “muraglia” con in cima cocci aguzzi di bottiglia.     
José canta i muri a secco, i gechi al sole, la gramigna nelle fessure: “ndȇ murazzi a siccu di ‘zzazzamiti ȏ suri / crisci e spaja / a rramigna ndȇ ‘ngagghi: / ghiommuru di radica ‘nta terra.”
Ma il poeta ha la veggenza di un futuro che non risparmierà il borgo, del quale rimarrà viva solo la memoria: Lassatimi cantari ȏmunnu / a storia d’un paisi chi mmori / di lacrimi e staciuni di viti passati”.    
L’afflato finale della silloge, l’uttima fogghia, è riservato alla sublimazione della esperienza universale, al comune sentire e vivere, alla sorte che rende eguali gli uomini: “non vidu nudda differenza / tra chiddu chi fu aieri / e chiddu chi sarà dumani: / suru a motti mmisca e sracancia i catti / subbra a tuagghia d’a vita”  (Non vedo nessuna differenza / tra quel che accadde ieri / e quale che accadrà domani: / solo la morte sconvolge e muta le carte / sulla tovaglia della vita).
La forza catartica della poesia è la leva della vita, la chiave di volta che risiede ed anima il cuore dell’uomo e di cui José ha un bisogno esiziale: si vive d’amore e di nulla, ma la poesia è un tesoro di cui l’uomo non deve privarsi, la poesia è acqua che esce dalla roccia.
E rimaniamo, mano nella mano, con José ed i suoi splendidi versi, che invito tutti a leggere, ad osservare affatati questo immane tramonto che è la vita umana, ad attendere lento il buio che scende con il desiderio che con sé porti un destino diverso, una sorte meno amara.
By Michele Barbera