Fatti, idee e riflessioni su Cultura, Cronaca e Società. "Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui” (E. Pound) "Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso" (N. Mandela)
domenica 5 dicembre 2021
A RISCHIO CROLLO LA TORRE CORSARA DI PORTO PALO DI MENFI: COMINCIA IL BALLETTO (INUTILE) DELLE COMPETENZE
venerdì 3 dicembre 2021
FACEBOOK E GLI IMBECILLI DI UMBERTO ECO
Tuttavia, non sono mai stato d’accordo sulla sua nota affermazione del 2015 per la quale i social , che pure consentono alle persone di restare in contatto fra loro, danno la parola a “legioni di imbecilli”.
A distanza di anni, morto Eco, le sue parole risultano ancora di più errate.
Questo non perché siano venuti meno gli “imbecilli” o gli ignoranti o i visionari, ma perché siamo sicuri che “zittirli” sia la cosa più giusta?
Quello che mi angoscia, infatti, è ben altro.
La libertà di espressione sta diventando una specie in via di estinzione. E non mi riferisco alla boiata dell’Unione Europea che era giunta (santi numi, se non è follia ed imbecillità questa!) a proibire di dire “Natale” e “Maria”, ma ad una sottile strategia mass-mediatica che, anche attraverso i social (o soprattutto), comprime in modo crescente la libertà di espressione del “dissidente” e non solo quando si tratta di insulti ed improperi.
La televisione, i giornali (quei pochi che sono sopravvissuti), gli stessi social, veicolano informazioni in modo sempre più controllato e plagiato, orientano gusti, tendenze e scelte della gente.
A nulla serve che le Autorità garanti della concorrenza abbiano sempre fascicoli aperti e sfornino multe milionarie alle multinazionali del web, colpevoli di controllare a piacimento le ricerche degli ignari utenti (imbecilli pure loro?). La verità è che dietro questi “orientamenti” ed influenze si nasconde una sottile ed impalpabile censura, un bavaglio virtuale che, a seconda dei temi, diventa via via più pressante.
A tutti sarà capitato di fare una ricerca sul web di un determinato oggetto e subito dopo, qualsiasi sia la pagina aperta, vi compariranno – come per magia - finestre pubblicitarie ed informative su quel bene. Come se vi avessero letto nel cervello. Ma sappiamo che non è così.
Per cercare opinioni diverse da quelle “dominanti” dovete fare ricerche trasversali, impegnarvi su siti poco conosciuti ed anche lì troverete sempre la pubblicità e le informazioni che il Grande Fratello del web ci propina senza nessun rispetto per la nostra libertà di scelta e di pensiero.
Così come a volte capita di essere “bloccati” o sospesi o vedersi cancellata una pagina perché l’insondabile Entità del web ha decretato che quello che è stato scritto o postato non era “internettianamnte” corretto o ha violato chissà quale “norma” di condotta.
Ecco il pericolo: siamo censurati senza rendercene conto, siamo schiavizzati nelle nostre scelte e razzoliamo come polli nel cortile ben chiuso che l’Entità ha prescelto per noi. Viviamo in una prigione virtuale senza che sappiamo neanche chi siano i nostri carcerieri.
Questo è lo scenario, che ci piaccia o no. A cui pochi hanno la forza e la voglia di ribellarsi.
Allora, caro Umberto Eco, avevi torto. Viva gli imbecilli, anche se sbagliano o esprimono in modo sgrammaticato la loro opinione, viva chi dissente dal “pensiero dominante” e ci trascina nella sua polemica, che ravviva la discussione e la riflessione.
La libertà di espressione implica certamente un pericolo, ma credimi caro Umberto, il pericolo è di gran lunga inferiore a quello di rimanere chiusi nella gabbia del conformismo. Anche se all’ultima moda e griffato.
Del resto, che gli imbecilli siano tali è essa stessa una opinione. Del tutto soggettiva.
By Michele Barbera
lunedì 15 novembre 2021
I BAMBINI POVERI D’ITALIA
Fanno parte del popolo degli invisibili, e non sono semplicemente figli di immigrati, clandestini o orfani sfortunati.
Sono figli di una Italia impazzita che in dieci anni di politica insensata ha triplicato il numero dei bambini poveri. Incoraggiando il calo demografico. Ora sono, secondo le stime, 1.300.000. Proprio così.
Il pubblico disinteresse per l’infanzia, l’assoluta assenza di politiche di concreto e reale sostegno ai nuclei familiari con più figli, una demagogia spinta sull’orlo di una crisi di nervi ha prodotto questo risultato.
Il bello è che nessuno si sente in colpa.
Si parla di politiche ambientali, di diritti delle minoranze “di genere”, si battaglia per vaccini di regime, ma nessuno parla di questo fango in cui lentamente stiamo sprofondando.
Il futuro di una nazione non è semplicemente nella tutela delle risorse naturali, né nel rientro del debito pubblico.
Il futuro di una nazione sono i giovani e prima di loro i bambini.
L’attenzione alle famiglie con figli è stata disastrosa. Si disincentiva la procreazione, si abbandonano a se stesse le madri lavoratrici che spesso si debbono super-impegnare e fare acrobazie su due fronti: la famiglia ed il lavoro. “Figli non ne vuole fare più nessuno” è il mantra di una società alla deriva.
Le famiglie hanno perso oggi la bussola della loro identità e funzione sociale.
Troppo spesso ci dimentichiamo del ruolo fondamentale che ha la famiglia nella società, troppo spesso genitori egoistici (di qualsiasi livello economico) antepongono i loro interessi ai bisogni dei figli, trascurati, deviati, se non abbandonati a se stessi. Sacrificati sull’altare società consumistica: i figli costano, meglio farsi la fuoriserie o la crociera esotica.
Neppure la scuola è in grado di sopperire alla funzione educativa essenziale che deve implementare quella della famiglia. Gli incontri genitori-docenti sono guerre sino all’ultimo voto, dove ogni critica del docente di turno viene bollata come abuso della funzione didattica e volano minacce se non viene assicurata la promozione a pieni voti.
Per non parlare poi dei servizi sociali, spesso inutili a se stessi, se non deviati e corrotti che, anziché sostenere le famiglie ed i bambini, puntano alla disgregazione, al disadattamento, alla messa sul ricco mercato dell’adozione di carne fresca ed appetibile. Colpa dei genitori bollati come “inadatti” o incapaci.
Vengono sbandierati Ministeri della famiglia, Assessorati per la solidarietà sociale, ma, in concreto, nell’assoluto deserto di valori sociali e familiari, prendono piede, per chi se le può permettere, le scuole di “miss-ballerine-cantanti” o quelle di “calciatori-modelli”.
I bambini, per i quali l’esempio vale più di mille parole, inseguono sogni di campioni sportivi o di attricette e cantanti sulla falsariga di influencer svestite e pronte a vendersi all’ultimo like.
Lo studio, la formazione, la cultura diventano scomodi optional, inutili pesi che gravano su cervelli aggiogati a Instagram, Tik tok e compagnia bella.
È un disastro sociale che svilupperà i suoi effetti collaterali nel prossimi anni: vi fareste mai curare una caviglia slogata da un Ronaldo qualsiasi? O affidereste il progetto di una casa alla Ferragni?
Internet ha sviluppato la capacità predatoria di individui senza scrupoli che speculano sulle voglie e inducono desideri nei ragazzi i cui genitori, per una malevola pace familiare, contrabbandano l’ultimo modello di smartphone o di gadget firmato con il silenzio deviato di bambini e ragazzi. Ma questo non può acquietare le loro coscienze.
Occorre una vera rivoluzione che riproponga il modello famiglia come laboratorio sociale, che intervenga non con inutili sussidi a “perdere”, ma con finanziamenti di scopo per il sostegno delle nascite ed il progresso negli studi e nella società del fanciullo.
Fin dal 1924, all’indomani del disastro della Prima Guerra Mondiale, le Nazioni Unite adottarono una “Dichiarazione universale dei diritti del fanciullo”, poi integrata nel 1959. Pochi articoli, densi di contenuto, che dovrebbero indirizzare politiche attente allo sviluppo individuale del bambino ed a tutelarlo in ogni sua esigenza. La Dichiarazione pone il divieto di sfruttamento, il diritto di ricevere un’educazione adeguata, di assicurare la libertà e la crescita dei fanciulli. Pochi articoli, che sono rimasti lettera morta anche nei cosiddetti paesi civili, ammorbati da una politica fatta di molte parole e pochi fatti.
Ma si sa, i bambini non votano e quando protestano meglio zittirli con la play station che trascorrere un pomeriggio con loro.
Vergogna.
By Michele Barbera
giovedì 16 settembre 2021
UNA MARINA DI LIBRI: UN'OCCASIONE DI CULTURA, INCONTRI E FORMAZIONE
Esattamente il contrario di quello che dovrebbero essere questo tipo di manifestazioni.
Una Marina di Libri, invece, ha un nutrito e coraggioso programma, una circuitazione che sa coinvolgere realtà editoriali locali ed indipendenti, un catalogo di incontri che ha saputo integrare anche spazi dedicati a opere di riflessione e di formazione. Per questo ho aderito con entusiasmo all'invito di partecipare a questa manifestazione. Sarà l'occasione, ancora una volta, di dialogare con il pubblico sulla figura di Rosario Angelo Livatino e sugli eventi che lo hanno condotto all'epilogo della sua esistenza in quel mattino di settembre di trent'anni fa.
Dove è finita una vita è iniziata una storia nuova, un cammino che ha coinvolto la gente di una provincia martoriata dal crimine e che si è raccolta intorno alla figura di Rosario Livatino, un riscatto sociale che è stato consacrato da Papa Francesco, che ha additato Rosario come modello non soltanto per gli operatori del diritto, ma anche ai giovani ed a tutti i cristiani.
Questo saggio, nato per supportare le ragioni del martirio in odium fidei ed affidato alla Postulazione retta da Mons. Bertolone, pubblicato ancora prima che la Congregazione ed il Papa promulgassero i decreti di beatificazione e riconoscimento del martirio, consente di affrontare e di riflettere sulla figura di Rosario Livatino non soltanto in termini agiografici, ma ne risalta l'impegno e l'azione nel contrasto tra una Chiesa che vuole affermare i valori di fede, speranza e carità ed una mafia che abbrutisce con la sua violenza aberrante una terra desiderosa ed affamata di giustizia.
Debbo ringraziare il giornalista, critico e studioso Enzo Gallo, dell'Associazione Amici di Rosario Livatino, che ci accompagnerà in questo incontro che vuole, sopratutto, rendere testimonianza ad un figlio di questa nostra Sicilia, oggi vivo nella memoria della Chiesa universale.
Un ringraziamento di cuore alla Organizzazione di Una Marina di Libri ed un Augurio di longevo e proficuo impegno a difesa e promozione della cultura siciliana.
By Michele Barbera
venerdì 9 luglio 2021
GIANMARIO ROVERARO: UNA RIFLESSIONE SUL SUO SEQUESTRO ED UCCISIONE
Tra le pieghe della cronaca estiva di quell’anno, in una dimensione tragicamente umana, accadeva anche qualcos’altro: il ventuno luglio veniva ritrovato il corpo martoriato di Gianmario Roveraro, conosciuto per il suo passato di campione di salto in alto ed economista di grandissimo talento.
Gianmario era stato ucciso l’otto luglio, dopo un sequestro durato pochi giorni. In modo barbaro, brutale, odioso: il suo assassino, dopo avergli sparato a bruciapelo, in un impeto bestiale, aveva infierito sul corpo, smembrandolo ed abbandonando i resti nella campagna di Parma.
L’esecuzione efferata di Gianmario lasciò scossi tutti coloro che lo avevano conosciuto e che erano rimasti già sgomenti dal sequestro avvenuto a Milano qualche giorno prima, mentre stava ritornando a casa a piedi dalla moglie e dai tre figli.
Gianmario era nato nel 1936 ad Albenga, nella riviera ligure, terra con cui mantenne sempre un affettuoso legame. La sua vita è stata segnata da un profondo senso del dovere, da un incolmabile attaccamento al lavoro ed alla famiglia, da un esercizio entusiasta delle fede cristiana, a cui rendeva testimonianza ogni giorno, senza clamori o ostentazione, con il proprio lavoro e con la dedizione agli altri.
Aveva iniziato presto una carriera atletica, quella del salto in alto, che lo portò a conquistare ben tre campionati italiani ed a partecipare pure ad una Olimpiade. Contemporaneamente, si era impegnato tantissimo negli studi per conseguire la laurea in economia con un’innovativa tesi sui fondi di investimento, da lui poi introdotti in Italia e destinati a rivoluzionare il mercato del risparmio.
Economista talentuoso e finanziere riservato, competente e brillante, per i suoi valori cristiani e di aperta solidarietà verso il prossimo, c'era chi lo vedeva come contrapposto a certa finanza laica. Una definizione giornalistica che gli andava stretta e che aveva smentito subito affermando che: "la finanza non è cattolica, laica o massonica, è semplicemente finanza", ribadendo, così, che il suo impegno professionale era ben lontano da dietrologie o secondi fini.
Dotato di instancabile energia, si era dedicato al volontariato, promuovendo, fra l’altro la fondazione dell’Associazione FAES, Famiglia e Scuola, e presiedendo per svariati anni la Fondazione RUI, Residenze Universitarie Internazionali, che promuove la cultura universitaria con la gestione di residenze e la concessione di borse di studio agli studenti meritevoli e disagiati economicamente. Istituzioni e che a tutt’oggi svolgono in modo qualificato le loro funzione nella preparazione delle future generazioni.
Animato da uno spirito vivace e generoso, era prodigo di attenzione verso chiunque si rivolgesse a lui, confidando nel suo impegno e nella sua attenzione. Le sue iniziative sapevano attrarre l’attenzione dei maggiori imprenditori italiani, sviluppando strategie per gli investimenti e lo sviluppo industriale.
La dedizione agli altri, la sua disponibilità, l’empatia che generava nel prossimo, erano sicuramente dei tratti personali che lo distinguevano nel mondo della finanza, spietato e cinico, corroso da interessi speculativi e da azioni spregiudicate.
Gianmario aveva dato prova di tempra forte, di sapere resistere alle insidie di quel mondo malato ed, anzi, di portare la sua luce limpida fin nei recessi più ombrosi, dove il male ed il bene si intrecciavano in trame d’interessi e di speculazioni incomprensibili ai più.
Puro e saldo nella fede cristiana, aveva aderito all’Opus Dei sin dal 1961.
Certo giornalismo bancarellaro aveva speculato su questa adesione, adombrando vanamente trame fosche all’ombra di chissà quali poteri occulti.

L’Opera di San Josemaría Escrivá per Gianmario era solo il completamento naturale della sua formazione cristiana. Lo stato di “soprannumerario”, proprio dei membri sposati, gli consentiva di vivere il suo matrimonio, la sua famiglia ed, al contempo, di appagare una profonda, rigorosa ed essenziale formazione cristiana e cattolica e con l’impegno nelle opere di volontariato e di promozione sociale.
La storia di Gianmario, la sua vicenda umana e professionale, ma soprattutto la sua testimonianza di fede meritano di essere ricordate oggi, a distanza di quindici anni, senza orpelli o falsi misteri.
Egli viveva in un'unica dimensione il suo lavoro professionale, la sua vocazione spirituale, l’elevazione e la dedizione di sé a Dio. Riservato e schivo non cercava notorietà, anche se attirava, come molti hanno testimoniato, stima e rispetto in tutti quelli che lo conoscevano.
La sua scomparsa, determinata da un odio efferato, da una dinamica criminale feroce e disumana, al di là dei processi e delle inchieste giornalistiche non può non interrogare la nostra coscienza.
Per cosa è stato ucciso realmente Gianmario Roveraro?
Per una estorsione andata a male, per un mero intento criminale?
Appare strano che l’omicida per sfuggire all’accusa di sequestro abbia preferito uccidere, attirando su di sé una pena ben maggiore.
Ancora più strano, quello che l’assassino riferisce ai magistrati il giorno dell’arresto e della macabra scoperta del corpo: “...non mi ricordo di averlo ucciso...ma sento che è morto... io non sono matto, non mi drogo, non bevo”. E subito dopo : “...è molto probabile che l’abbia ucciso io, mi sembra molto strano che l’abbia fatto a pezzi... non mi ricordo di aver sezionato il corpo...”
Eppure l’omicida, per i periti del processo, al momento del fatto era capace di intendere e volere.
Chi è stato ucciso l’otto luglio di quindici anni fa?
L’uomo, il professionista o il cristiano?
L’odio che si è scatenato contro Gianmario Roveraro era quello di un disegno criminale disperato o di un'avversione al credente, all’uomo di fede?
L’assassino, nell’interrogatorio dell’11/12/2006, dichiara che “Roveraro si è suicidato attraverso me, lui ha scatenato la mia rabbia fino ad ucciderlo e farlo a pezzi, ...mi ha convinto a fare il finto sequestro coinvolgendo i miei due migliori amici e poi ha fatto marcia indietro”.
Forse, l’unico mistero dell’uccisione di Gianmario che vale la pena di indagare, sta in queste parole. Parole deliranti, pronunciate, però, da un soggetto dichiarato capace di intendere e di volere. Capace di volere il male. Sino all’estremo.
By M. Barbera




