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martedì 14 febbraio 2023

IL PIACERE DI LEGGERE: DIARIO RUSSO di ANNA POLITKOVSKAJA

 


Anna Politkovskaja

Quanto sappiamo realmente della Russia di Putin? Del suo regime guerrafondaio e dittatoriale? Delle manipolazioni dell’opinione pubblica e del cinico potere fondato sulla ricchezza effimera degli oligarchi?
Anna Politkovskaja è stata una giornalista ed attivista russa sul fronte dei diritti umani. Nei suoi scritti trapela una disperata rassegnazione per lo sfacelo sociale causato dalla ferocia di Putin. Che non ha risparmiato e non risparmia nessuno.
Abbiamo detto “è stata” perché il 7 ottobre 2006 è stata assassinata mentre tornava a casa. Ovvio. Una fine comune ai dissidenti della nefasta “Era Putin” dove a chi invoca la libertà di pensiero, la democrazia, il rispetto della vita e dei più elementari diritti umani viene riservata solo un’alternativa: il carcere o la morte. I più “fortunati” fuggono, vanno in volontario esilio nei tanto bistrattati “regimi occidentali”, ma anche lì spesso la longa manus  di Putin riesce a raggiungerli per “neutralizzarli”.
“DIARIO RUSSO”, assieme all’altro saggio  “La Russia di Putin”, descrivono in modo sconvolgente questa realtà sotterranea, fatta di paura, di sconforto e rassegnazione.
Nelle parole di Politkovskaja non vi sono toni scandalistici, né piaggerie di autocommiserazione. Il tono è giornalistico, da cronaca scevra di sensazionalismi, ma le parole, le frasi si configgono nel cuore e nella mente del lettore, gli eventi si susseguono con un ritmo tragico e fatalistico, in cui è inevitabile che la rabbia e l’indignazione vadano di pari passo con l’impotenza del popolo oppresso da un regime sanguinario e feroce, ammantato di ovattata ipocrisia. 
Putin ha costruito il suo regime sul terrore instillato a dosi omeopatiche e crescenti nella popolazione. Terrore e paura. Putin ha inscenato attentati, assassinato dissidenti, provocato guerre e conflitti, fatto incarcerare studenti, giornalisti ed oligarchi che avevano avuto il solo torto di manifestare la loro contrarietà al regime. Ha eliminato, con cura e pervicacia, ogni individuo (di qualsiasi età, sesso, professione, etnia), movimento, giornale, associazione, che solo provi ad esternare il desiderio di cambiare, di far cessare questo regime che da due decenni opprime il popolo russo. Ogni cenno di dissenso viene spazzato via.
Putin non si è fatto scrupolo di organizzare attentati in cui cittadini moscoviti hanno perso la vita, di aggredire popoli e nazioni confinanti, creando ad arte il “nemico” esterno, quello contro cui i russi debbono combattere uniti sotto il suo comando. Per la vittoria tutto è lecito, pure mandare al massacro centinaia di migliaia di giovani russi, arruolati in fretta e furia senza armi o addestramento.
Come possiamo meravigliarci di quello che succede oggi in Ucraina?
Da 23 anni al potere, Putin è sempre stato in guerra.
Putin è stato autore e protagonista della seconda guerra in Cecenia, della guerra nel Kosovo, ha invaso la Georgia, che aveva cercato di ottenere l’indipendenza da Mosca, ha appoggiato il regime di Assad in Siria, ha invaso la Crimea e ora pure l’Ucraina. Senza dimenticare il Kazakhstan. Senza dimenticare gli interventi in Africa, dove la Russia ha stretto alleanze con questo o quel leader tribale per fomentare guerre e conflitti.
Il tutto, ovviamente, condito da stupri, saccheggi, torture, esecuzioni sommarie, stragi delle popolazioni civili, che sembrano un obiettivo privilegiato di Putin per fiaccare il “nemico” di turno.
In Russia nessuno è al sicuro, neppure il più potente degli oligarchi o il semplice contadino della steppa o l’ignaro anziano o l’innocente bambino. Tutti rischiano la vita o come “carne da cannone” nello scompaginato esercito di Putin o come soggetto “non gradito” al dittatore. Tutti obiettivo potenziale di missili, attentati, omicidi su commissione, torture in carcere o sequestri forzati. Tutti. Adulti e bambini. Destinati, comunque, ad una fine orribile. Centinaia di migliaia di morti. Che non sembrano pesare sulla coscienza sempre più sporca di Putin, degna di un sulfureo anticristo che ha in odio l’intera umanità.  
In ambito internazionale, quando qualcuno prova a fermarlo, Putin è lesto, con i suoi accoliti, a minacciare l’uso dell’arma nucleare, che - da deterrente - è divenuta mezzo di ricatto per comprarsi l’indifferenza delle nazioni allo scempio quotidiano di politiche guerrafondaie e terroristiche.
Leggendo le pagine di “Diario Russo” ben si comprende, oggi, la paura delle nazioni confinanti la Russia, eternamente e fortemente preoccupate che il dittatore rivolga a loro le peggiori sue intenzioni.
Putin non è pazzo né stolido. Usa una strategia vecchia come il mondo, collaudata e perciò pericolosamente efficace: da un lato crea il nemico esterno (terroristi ceceni, nazisti ucraini, alleanze occidentali, etc...) per infondere nel popolo russo la paura ed esaltare se stesso come unico “baluardo” difensivo della Russia, dall’altro fiacca e stronca ogni opposizione interna con un controllo ossessivo del dissenso, manovrando uomini e burocrati all’insegna della disinformazione, piegando ogni resistenza ed eliminando – fisicamente – ogni possibile avversario.
La Russia di Putin è un inferno, in cui il popolo è schiacciato sotto il tallone da un dittatore che si fida solo di se stesso: chi non gli ubbidisce o mette in dubbio i suoi diktat deve essere annientato.
“Diario russo” è un libro forte, fatto di contenuti semplici, di cronache vissute, ma proprio per questo coinvolge il lettore in modo sconcertante, scuotendolo da ogni indifferenza o apatia.
Un libro attualissimo, che bisogna leggere per capire, lontano dalle fatue e superficiali “analisi” tautologiche di “esperti” comodamente seduti in cattedra.
Un memoir cucito sulla pelle dell’autrice, permeato di un forte sentimento per un popolo, quello russo, costretto a subire da vent’anni un martirio silenzioso, dove la libertà è un privilegio che si riscatta solo con la morte, il carcere o l’esilio.
By Michele Barbera


domenica 28 agosto 2022

IL PIACERE DI LEGGERE: CHIANTULONGU, poesie DI JOSE’ RUSSOTTI

 

Quanta forza e pathos può avere la voce interiore del poeta?
E quanto più dall’interno scaturisce, tanto più convoglia in esso tutto il suo fremere, il suo pulsare, il suo sentire, il suo percepire, fino ad esplodere in una dimensione universale.
Il “pianto-lungo” che nella bivalenza semeiotica ed assonanza linguistica non è solo “chiantu”, pianto, ma anche, mi piace questa sinestesia fonetica, “canto”.
Un canto sommesso, che ricorda quello del bambino di fronte ai misteri del mondo (è che cosa è il dolore umano se non un mistero, una condizione di infelicità acuta ed atavica), ma riporta alla memoria anche il salmodiare dei cori tragici greci che accompagnavano gli spettatori alla catarsi, alla purificazione del dolore.
Il pianto, dunque, ha un potere ancestrale, intimo, personale, eppure universale. Accomuna tutti gli uomini, fin dall’atto della nascita. Leopardi si attarda nei suoi scritti a descrivere “la tragedia della nascita” e di come la madre deve sapere consolare il bambino, quasi come un viatico nel lungo cammino e dolore dell’esistenza.
José Russotti trasmette con le poesie di Chiantulongu, tutta la sua ansia intellettuale, il senso profondo ed oscuro di un disagio esistenziale che si dipana, nell’arco teso di una intensa tensione emotiva, in senso diacronico, ovvero con lo sguardo insieme alle proprie radici e, al contempo, proteso in un futuro incerto, labile e precario: “Ndâ l’utru chi gnutti l’uttima fogghia, / suru ‘na rrancata i ventu / muntùai nostri nommi. (Nell’otre che ingoierà l’ultima foglia/solo un attimo di vento / nominerà i nostri nomi.).
In questo oblio sensibile ed immanente, il poeta rappresenta una pietra d’inciampo, un lampu sbrannenti, un lampo splendente, che anela a rimanere, al di là dell’orizzonte materia-morte nel cuore di chi lo ha voluto bene, che richiama la foscoliana ”eredità d’affetti” che lega in comunione di spirito i vivi ai morti.
Ma il pianto è anche metafora di vitalità, di rabbia, di riscatto. È un sentimento passionale, mai domo né rassegnato, che – come è stato scritto – odora di rimpianto e desiderio.
Il grande merito di José Russotti nella sua silloge Chiantulongu è il volere esplorare con il desiderio e la passione, fare vibrare a fondo i suoi versi fino a tendere l’estremo arco lirico, un punto di non ritorno espressivo nel dualismo parlata dialettale-lingua italiana.
Le poesie di José vivono nella dimensione metafisica de Il vecchio ed il mare di Hemingway, in cui l’uomo è costretto ad affrontare - in una lotta dal lirismo struggente-, l’oceano-natura che lo circonda, con la consapevolezza che si tratta di una lotta impari, in cui deve confrontarsi con forze titaniche, destinate a travolgerlo. Eppure non si rassegna.
La vita, dunque, come sfida al destino ineluttabile, il coraggio e la tenacia dell’uomo che affronta il mistero dell’esistenza, la fusione dell’uomo con il suo habitat naturale, vissuto come proiezione dell’individuo, la tensione spirituale dell’incombere della morte.
Ma José Russotti non è solo. Il suo cammino sentimentale, per quanto impervio ed accecante, si orienta con bussole emotive che lo sorreggono nella sua riflessione, nel suo anelito lirico contro ogni banale contingenza.
La figura del padre, a cui José Russotti dedica versi che sono spaccati di cuore, in cui momenti di quotidianità assurgono a icone di memoria dove emergono, forti ed indissolubili, i caratteri dell’amarezza della vita, dei sacrifici che in apparenza inaridiscono gli affetti e si ergono a scudo di vissuti non facili.
Ma ecco la rivelazione, quelle mani piagate dal lavoro, quella scorza di apparente durezza si scioglie: “ ’U sacciu, sunnu mani di petra / ma sannu ancora ‘carizzàriti” (Lo so, sono mani si pietra / ma sanno ancora accarezzarti).
Accanto alla figura del padre, José si stringe alla madre. I toni diventano acutamente più sensibili. Anche lei portata via dalla morte, nel chiantu che trasmuta in cantu. José intona un lamento amaro, di fronte all’ultimo istante, l’uttima ‘rrancata, insieme a lei. E di fronte alle ossa sepolte, mute, incapaci di parlare, al poeta non rimane che “custodire la sua voce”.
Gli affetti familiari diventano ancore spirituali per il poeta, così nei versi dedicati alla moglie  ed alla figlia Elyza.   
L’eco pavesiano palesato dal poeta tratteggia la moglie come una “terra che nessuno ha mai svelato”, metafora di un legame d’amore che celebra la “femmina e madre”, in cui l’uomo implora rifugio: “dumannu a ttia, fimmina e matri:/ lassa stari l’affannu e fammi sentiri / a calura  di to’ mani subbra a facci, / ora, c’u ‘nvernu si tratteni”. (Chiedo a te, femmina e madre:/ lascia stare gli affanni e fammi sentire / il calore delle tue mani sul viso, / ora, che l’inverno si trattiene).  
Ed il cammino dei ricordi prosegue con la memoria della figlia Elyza, stella nascente, esposta come una “rondine d’amore” alla tempesta della vita, ad una sorte in cu il destino beffardo non risparmia colpi amari: “U distinu ti lassau â fera d’a vita, / commu s’a motti è na parora mai data / unnni u distinu si rrasca affina ȏ funnu” (Il destino ti lasciò alla fiera della vita,/ come se la morte fosse una parola mai data,/ dove il destino si raschia sino al fondo).
L’eco del “pianto lungo”, la corrente del canto, trascina via José dai suoi affetti intimi e familiari con uno sguardo sgomento alla pandemia, che costringe al chiuso, che gonfia e spacca i cuori, nell’aria ammorbata “d’i manziònnu senza canzuni”. Di fronte all’ineluttabile, tace l’aedo, il silenzio si misura a firagni, filari, mentre il dolore penetra come una spina e le donne contano i morti.
Il lirismo russottiano, venato di malinconica saudade, avvolge anche Malvagna, la terra del cuore. Nei versi di José dedicati al borgo ed alla natura che lo circonda, scopriamo il riverbero vivido di certi sipari montaliani che si accompagnano ad un degradare, ad un meriggiare pallido ed assorto che non dimentica il travaglio della vita e la “muraglia” con in cima cocci aguzzi di bottiglia.     
José canta i muri a secco, i gechi al sole, la gramigna nelle fessure: “ndȇ murazzi a siccu di ‘zzazzamiti ȏ suri / crisci e spaja / a rramigna ndȇ ‘ngagghi: / ghiommuru di radica ‘nta terra.”
Ma il poeta ha la veggenza di un futuro che non risparmierà il borgo, del quale rimarrà viva solo la memoria: Lassatimi cantari ȏmunnu / a storia d’un paisi chi mmori / di lacrimi e staciuni di viti passati”.    
L’afflato finale della silloge, l’uttima fogghia, è riservato alla sublimazione della esperienza universale, al comune sentire e vivere, alla sorte che rende eguali gli uomini: “non vidu nudda differenza / tra chiddu chi fu aieri / e chiddu chi sarà dumani: / suru a motti mmisca e sracancia i catti / subbra a tuagghia d’a vita”  (Non vedo nessuna differenza / tra quel che accadde ieri / e quale che accadrà domani: / solo la morte sconvolge e muta le carte / sulla tovaglia della vita).
La forza catartica della poesia è la leva della vita, la chiave di volta che risiede ed anima il cuore dell’uomo e di cui José ha un bisogno esiziale: si vive d’amore e di nulla, ma la poesia è un tesoro di cui l’uomo non deve privarsi, la poesia è acqua che esce dalla roccia.
E rimaniamo, mano nella mano, con José ed i suoi splendidi versi, che invito tutti a leggere, ad osservare affatati questo immane tramonto che è la vita umana, ad attendere lento il buio che scende con il desiderio che con sé porti un destino diverso, una sorte meno amara.
By Michele Barbera

sabato 1 maggio 2021

LA RECENSIONE: IL SETTIMO COLPO (Catarsi di un eroe dei nostri tempi)


 

di Pina D’Alatri


Un testo intenso di grande spessore morale, ricco di pathos, cosparso del sale della saggezza, illuminato dalla “Parola” di Cristo che risuona in eterno (“Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”), la recente opera dello scrittore e avvocato Michele Barbera (“Nessun uomo è luce a se stesso”, Il martirio di Rosario Angelo Livatino in odium fidei et iustitiae, Gianmarco Aulino Editore, Sciacca 2020 pagg. 142).

 Michele Barbera, noto avvocato e scrittore poliedrico di Menfi, appassionato studioso di filosofia e di teologia, ripercorre in questo saggio la vicenda umana del giudice-ragazzino, Rosario Angelo Livatino, ucciso barbaramente il 21 Settembre del 1990, mentre si recava negli uffici del Tribunale di Agrigento, da quattro sicari assoldati dalla “Stidda” (associazione mafiosa agrigentina). Era tanta la sua “purezza morale” che, temendo per la sua scorta, evitava di farsi accompagnare ed utilizzava la propria autovettura per gli spostamenti. Sapeva certamente di essere nel mirino ma, da uomo generoso ed integerrimo, non credeva di essere tanto inviso da poter essere ucciso o seppure lo supponeva, non voleva che altri rischiassero per lui. Allorchè la sua Ford Fiesta amaranto viene speronata dall’auto dei suoi carnefici, egli tenta la fuga a piedi ma viene martirizzato dai colpi di pistola e finito, quando ormai è agonizzante, da un settimo proiettile mirato alla testa. Un’esecuzione in piena regola, Rosario si accascia e ormai in punto di morte ha la forza di chiedere: ”Cosa vi ho fatto picciotti?”.

 In questa domanda, risulta palese l’integrità morale dell’uomo di giustizia che non può supporre un tale odio nei suoi confronti perché egli ha operato sempre per il bene dello stato, punendo la colpa nel colpevole, senza infierire. Gaetano Puzzangaro, il killer ferale, interrogato sul movente dell’omicidio, risponde, con agghiacciante spavalderia: ”Io non sapevo nemmeno chi fosse Rosario Livatino. Ho saputo di lui poco prima della sua uccisione”. Un abisso spaventoso che evidenzia il vuoto morale e spirituale di un’umanità perversa, un settimo proiettile che assume un valore apotropaico. 

I delinquenti si rendono conto che, ormai, il giudice già al sesto colpo è in agonia, ma il settimo colpo diventa il sigillo di un’azione nefanda tale da dare un forte segnale a tutti e da preannunciare la pena della morte a chi oserà opporsi al “basamento” mafioso. E’ un segnale che tutti gli oppositori della mafia debbono cogliere. In realtà Livatino non è inviso, solo, alla mafia ma anche a molti politici locali e nazionali. Egli è un uomo di adamantina purezza, è un giustiziere saggio che crede nel valore catartico della pena, addirittura è capace di portare personalmente il mandato di scarcerazione ad un recluso perché non ci siano ritardi. Egli è sempre alla ricerca di una verità assoluta che determini una giusta pena. 

La funzione del magistrato, per lui, è quella di “giudicare con umiltà e di non dimenticare di avere davanti a sé un altro se stesso, anche se colpevole ma pur sempre titolare di diritti”. Livatino, assumendo un impegno spirituale nell’amministrare la giustizia, diviene garante della giustizia umana sulla terra, intesa come propaggine divina. Proprio per questo egli subisce un effetto “Lucifero” perché il male si scatena contro di lui che, nell’illuminazione divina, ritrova la propria essenza di uomo. Deve, quindi, essere eliminato come un cinghiale impazzito: muore l’eroe, l’uomo puro; di contro, trionfa il boss mafioso che tende a ricoprire un ruolo divino nel dispensare benefici e punizioni, elevando al potere ogni suo protetto. 

Chiesa e mafia: i mafiosi uccidono, “in odium fidei”, chiunque ritengano loro avversario. Ne è un esempio Padre Pino Puglisi che viene ucciso ”perché annuncia il Vangelo che è fede, giustizia, amore, pace”. All’opposto, il boss mafioso vuole sostituirsi a Dio con atti di superbia, manipolando i messaggi di amore, umiltà e perdono. Di contro, Livatino è caritatevole con tutti, anche con i colpevoli, ritenendo giusto punirli ma senza mortificare la loro umanità deviata. In realtà per lui la “correzione è più importante della pena”, un essere deviante può essere corretto, solo, con una pena adeguata alla colpa. La pena non deve però mortificare il condannato, abbrutendolo ma deve indurlo alla riflessione, proprio con l’espiazione della medesima. Il mafioso è giustiziere, in nome di un dio vendicatore implacabile che egli stesso incarna, una sorta di Anticristo che spazza via tutti coloro che sono testimoni della fede cristiana. La Chiesa ha i propri libri sacri, il mafioso ha il proprio codice illegale e blasfemo ed i suoi operatori sono “operai del maligno”. 

Papa Francesco bolla i mafiosi come “scomunicati” e quindi Livatino è il più grande avversario della mafia perché “apostolo della fede in Dio” e perché “esercita la legge umana e segue la fede cristiana”. Egli è un esempio per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede ed il suo impegno di lavoro e per l’attualità delle sue riflessioni. Nella società “liquida” in cui dominano il consumismo, l’effimero ed il mutevole, Livatino riteneva fondamentale la funzione del giudice, fissandone la deontologia. Dopo un periodo di crisi a causa di delusioni nell’ambiente giudiziario, egli aveva recuperato un po’ di fiducia ma da lì a poco sarebbe stato barbaramente ucciso ”in odium fidei” come Monsignor Romero e Padre Pino Puglisi, martiri anch’essi per la stessa motivazione. San Giovanni Paolo II ha dato particolare lustro alla figura del “Giudice Ragazzino”, definendolo martire della giustizia ed indirettamente della fede. Un percorso luminoso che l’avvocato Michele Barbera ha ben saputo illustrare, suscitando profonde emozioni nel lettore.


sabato 28 marzo 2020

IL PIACERE DI LEGGERE: ARRÈRI Ô SCURU, Dietro al buio, poesie di José Russotti


"Ma a notti è fatta suru di sirenzi,
unni mi peddu e mi cunfunnu
intra stu mancanti i nenti
iapru ‘u cori e mi lassu iri".

(ma la notte è fatta solo di silenzi,
dove mi perdo e mi confondo
dentro questo vuoto di nulla
apro il cuore e mi lascio andare). (da Arrèri ô scuru)

José Russotti, il cui estro poetico è già ben noto ai nostri lettori, ci ha donato con la sua nuova silloge “Arrèri ô scuru” (Controluna Ed., 2019) un emozionante dualismo poetico, in cui lingua italiana e dialetto mavvaggnotu si incontrano in modo simbiotico e rendono trepidante omaggio a quelle emozioni che il critico definì “scissioni dell’animo”, ovvero pure e nude verità emozionali.
José, da assoluto cantore dell’anima siciliana e poeta celebrativo della “bella lingua”,  è riuscito a sanare il mortificante dualismo dialetto-traduzione, esaltando la musicalità poetica di entrambi i registri linguistici, talché la silloge è godibilissima nelle due anime interne che si specchiano l’una nell'altra.
La silloge è afflato di silenzi e grida che animano illusioni di vuoto e nulla, ma anche germinazioni di sentimenti caldi e passionali, ritratti impressionistici e calde emozioni a volte devastanti, come la lava della Muntagna  che scorre, linfa vitale e nascosta, tra i versi dei fogghi mavvagnoti di José.
José Russotti
Tenero e struggente è il messaggio di Senzio Mazza, che apre la silloge, monito ed insieme testamento spirituale a José Russotti, illuminante più di mille ed acute recensioni. Senzio, poeta dialettale finissimo, ma anche vecchiu chi bramia, depositario di una tradizione letteraria secolare, esprime in modo semplice ma efficace il timore che la “santa palora siculana” vada perduta. L’animo dell’anziano poeta si rallegra leggendo i versi di José, mùsica e meli, per tutti coloro che vivono ‘mpettu la Muntagna. Il tempo diventa così, un inutile diaframma di fronte all’eternità dell’arte poetica, tradizione e patrimonio spirituale, ed allo stesso tempo, luogo immaginifico che frantuma la caducità dell’essere umano. Un messaggio generazionale forte, dall’alto valore simbolico. Parafrasando Pascal, nell'esortazione a José la poesia, eredità spirituale, amplifica così tanto le emozioni “che facciamo dell’eternità un niente e del niente un’eternità”.
“Vuoto di nulla” che apre il cuore e lascia il poeta “nudo e solo” su un tappeto di pensieri. José non si nasconde dietro i versi, gioca a dadi col destino, diventa funambolo del desiderio, sospeso nel buio.  
Il dialetto scolpisce i versi nel legno vivo e duro, impregnando le liriche di antinomie e di ossimori: sfugge la dimensione del reale, la poesia irride l'illusione di vivere, ma celebra anche l’ansia del puro, la “fini d’ogni cosa” nelle “dumanni senza risposti”.
Nelle liriche della silloge, la dimensione onirica ed ineffabile del sentimento poetico si scontra con la salda concretezza di un’esistenza viscerale, scevra di ipocrisie, fiorita “in un pugno di sole con attorno il mare”. Inevitabile il richiamo a Malvagna, alle pendici della Montagna, al paesaggio solare, al fuoco che brucia, alla civiltà che ha radici ataviche, ai legami familiari forti, saldi, certi, da meritare il totale ed “eterno abbandono”.
Spesso l’uso del dialetto implica un genetico e funzionale policentrismo radicale: geografico, storico, antropologico, dove l’idioma localizzato diventa semeiotica isolazionista, comunicazione iniziatica, fatta non solo di parole, ma di simboli, di segni, di sfumature. José Russotti spezza il localismo verbale, gioca con i fonemi nel duplice registro compositivo e ne fa veicolo di messaggi empatici, universali, densi di atmosfera dominante, in cui ogni antagonismo idiomatico si arena sulle sponde del canone poetico.
La densità dell’ispirazione poetica è pari al suo pluralismo: le relazioni affettive, l’intimismo arcaico, la sensibilità verso la Sicilia, alma mater, sin’anche la passione politica che trasmuta in rivendicazione sociale, le voci che “si chiamanu” dei migranti in mare, tutto diventa metafora di quel sentimento “vivu e dannatu” che agita l’animo del poeta che affronta, solo e nudo, i contrasti e gli affanni della vita terrena.  
Quasi in una  rilettura del dubbio esistenziale che riecheggia i sepolcri foscoliani, anche la morte, specie quella  solitaria, nascosta,  non confortata dal pianto, diventa occasione di angoscia: “si moriri è tintu e nun duna abbentu / ancora chiù tintu è moriri a mmucciuni”. Il tremito della speranza, che fugge i morti, è amplificato dallo “spleen” (è José che così trasla “cassariamentu”) della insoddisfazione al vivere, della sofferenza che travaglia l’uomo.
Il sentimento dominante, la cifra originale di José, è, così, l’ “ansia del puro”, il tormento dell’innocenza, a cui solo la poesia, vera catarsi dell’anima, può trovare rimedio. Nell’amore verso chi ama, nell’amicizia, nell'afflato degli ideali, nella natura che non inganna, nei rimpianti dell’essere bambino, José ritrova orizzonti di silenzio, dove si placa ogni tensione emotiva e si rasserena l’inquietudine.
Ci piace chiudere la lettura delle poesie di José con la doverosa citazione di “Suri d’austu”, Sole d’agosto, dove il montaliano meriggiare pallido ed assorto si veste di sembianze umane, un dialogo che diventa idillio di emozioni solari, nel canto delle cicale, tra i rami di un umile albicocco, a cui “u ma cori si ttacca e si ruspigghia all’umiri lampu di fidi”. Un umile barlume di fede, un rischiarare di speranza, che diventa liricità d’immensa eco ungarettiana, uno sbirciare l'infinito al di là della siepe cara a Leopardi, una metafora naturalistica che invita a guardare con fiducia al domani, al di là del buio, arrèri ô scuru.
By Michele Barbera 

lunedì 16 settembre 2019

Il piacere di leggere: PICCOLA PRETURA di Giuseppe Guido Loschiavo


Sono veramente pochi i romanzi che fanno discutere – con tanto ed il contrario di tanto – anche a distanza di settant’anni dalla loro pubblicazione.
Come “Piccola Pretura” di Loschiavo.
Solo per questo il romanzo meriterebbe di essere letto e gustato.
Onore al merito, dunque, all'Editore Aulino che, con una coraggiosa scelta, ha deciso di donare ai lettori di oggi, in un'accattivante e nuova veste tipografica, il romanzo da cui Pietro Germi ha tratto nel 1949 il capolavoro del cinema “In nome della legge”, antesignano di una serie di fortunate pellicole ambientate in una Sicilia da feuilleton, da romanzi di cappa e spada, in cui il bene lottava eroicamente contro il male.
Germi girò il film, che taluni definirono - con modaiola ampollosità american style - “il primo western italiano”, nel centro siciliano di Sciacca. La città all’epoca ha fatto da sfondo, oggi diremmo location, anche ad altre sceneggiature di successo quali Sedotta ed abbandonata.
Ma di primati il romanzo ed il film, ne hanno altri.
Sia pure con sfumature narrative e stili differenti (ampiamente dibattute e discusse), sono precursori di quella multimedialità (cinema, libri, fiction, documentari) che i tuttologi chiamano “mafiologia”, termine ovvio che non sto qui a spiegare.
Ritornando al romanzo in sé, l'autore è Giuseppe Guido Loschiavo, un magistrato palermitano, nato nel 1899 e morto nel 1973. Loschiavo, che percorse tutta la carriera giudiziaria, sino ad arrivare a Presidente della Corte di Cassazione, pennellò l'opera di generosi e visibili tratti autobiografici. Loschiavo, a fronte delle persistenti polemiche innescate dai “mafiologi” (e di primo rango) sui suoi scritti, ebbe il lungimirante e mirevole buon senso di fregarsene. Con lo spirito di indipendenza proprio da magistrato, diede libero sfogo al suo pensiero dando alle stampe nel 1954 persino un contestatissimo e controverso articolo sulla morte di “don” Calò Vizzini il boss dei boss di Villalba.
Il giudice e scrittore G.G. Loschiavo
Quello che più colpisce è che a fulminare di strali il romanzo di Loschiavo non è il pensiero oscurantista o inquisitorio, ma l'avanguardia del progressismo laico e liberopensatore. Peccato che tutto avvenga a posteriori e non tenga conto né dell'epoca in cui il romanzo è stato scritto, né di quella in cui è stato ambientato.
Lo storico Antonino Cutrera, autore nel 1900 del saggio “La mafia ed i mafiosi”, corredato persino da una “mappa” della diffusione mafiosa in Sicilia, ben ritrae la confusione che vi era ad inizio secolo attorno al fenomeno mafioso, visto più come un dato sociologico che criminale. Il saggio ritrae a tutto tondo la querelle tra studiosi stranieri che accusano la forza criminale della mafia e i pensatori italiani che si rifugiano in immagini vetero-romantiche quali i Beati Paoli e le società carbonare segrete. Stupisce, per l'epoca, l'accuratezza del tedesco Carl August Schneegans che affermò “la mafia è ad ogni modo uno Stato nello Stato, rappresentando una forza illegale ed arbitraria, la quale invade l'ordine e la legalità”.
Oggi fanno riflettere le parole di Maria Falcone, sorella di Giovanni: “La mafia prima, non sapevamo cosa fosse. L'unica volta che ne parlammo in famiglia, quando abitavamo in via Castrofilippo, ricordo che fu in coincidenza con l'uscita del film “In nome della legge”. Ma anche in quel caso si rivelò un discorso su un problema che non sentivamo vicino a noi”.
Sciascia, il senatore comunista Berti, lo stesso Camilleri si sono scagliati, in tempi e modi diversi contro il film ed il romanzo, colpevoli, a loro dire, di ritrarre un matrimonio impossibile tra mafia e stato, tra il codice d'onore della mafia e la legalità.
Si tratta, è chiaro, di letture postume, non contestualizzate del romanzo, che non colgono la “zona grigia” del pensiero, anche giuridico, che ancora nel 1969 faceva statuire alla Corte di Assise di Bari che “non si potrà attribuire alla qualifica di “mafioso” se non il valore di semplice qualità personale rivelatrice di una spiccata potenzialità criminale ma non ancora produttiva di effetti penalmente rilevanti” (risultato: assoluzione di 64 imputati, fra cui Riina, Provenzano, Bagarella e Liggio).
Il comune sentire, anche giuridico, è figlio dei tempi e muta. E così, nel 2014, il giudice Scarpinato apostrofò il film come una trappola culturale, “una favola western ambientata in Sicilia con un epilogo utopistico e consolatorio: il capomafia che si toglie il berretto di fronte al giovane magistrato coraggioso e con tono da John Wayne esclama: “è ora di rientrare nella legge”.
È significativo, tuttavia, che un boss del calibro di Buscetta, davanti a Giovanni Falcone, dichiarò che il giudice gli trasmetteva la calma e la forza tranquilla della giustizia allo stesso modo del Pretore del film di Pietro Germi. Buscetta riconosceva che nel film il Pretore riusciva a piegare, dopo una lotta difficile, la legge della mafia a quella dello Stato.
Potrei continuare per pagine a riferire del pensiero contrastato sul romanzo di Loschiavo.
Voglio fermarmi qui.
Voglio lasciare i lettori approfittare dell'iniziativa di Aulino per gustare questa chicca letteraria che a buona ragione potremmo ascrivere quale classico con cui, nel bene e nel male, autori del calibro di Sciascia, Camilleri ed altri hanno dovuto fare i conti, narrativamente parlando.
Leggere del Pretore Guido Schiavi (richiamo onomobiografico dell'autore?) è come leggere dell'antesignano dello sciasciano capitano Bellodi o del nonno del commissario Montalbano.
La mafia, il baronesimo (crasi di barone e feudalesimo), la lotta della giustizia ed alla sopraffazione sociale, sono temi che il romanzo affronta nello spirito del suo tempo, con lo stile e la tempra di un’opera storica che tale vuole essere.
Il romanzo non ha dietrologie a cui rendere conto. Probabilmente, è più corretto vederlo come il diario postumo di un giovane magistrato che deve affrontare la realtà difficile di una Sicilia devastata dall'eredità post-borbonica e dell'annessione sanguinosa e violenta al Regno d'Italia che scagliò i suoi strali sopratutto contro le classi più povere, spazzando ogni resistenza con stragi ed eccidi capitanati da Garibaldi, servo utilmente idiota di lobby affaristico-politiche.
Se è sbagliato romanzare la mafia o, almeno, quella della post-Unità, altrettanto lo è esaltare il falso eroismo degli invasori piemontesi che alimentarono il risentimento popolare per i tanti atti di ingiustizia perpetrati.
Insomma, il romanzo va letto e discusso con gusto ed intelligenza, il dibattito è aperto: con l'unica certezza che la mafia va combattuta e deve essere sconfitta.
In nome della legge. Parola del Pretore Guido Schiavi.
By Michele Barbera

sabato 13 aprile 2019

TANTU VA LA QUARTARA ALL'ACQUA..., POESIE DI PIPPO GRAFFEO

Nella cultura popolare di Menfi, Pippo Graffeo, da tempo, merita un posto di rilievo. La sua passione per il teatro, il suo istrionismo, ma anche il profondo studio e la sua cultura della "sicilianità" sono doti non comuni che ne fanno un singolare interprete della contemporaneità. 
L'ho incontrato, quasi per caso, assieme all'attore menfitano Nino Sanzone, e l'ho visto trepidante quando mi ha fatto dono di un suo libretto, di semplice tratto editoriale, che non è solo di poesie, ma è un unicum di tradizione, cultura del popolo, versi, arguzie e calembour degni della migliore tradizione della commedia dell'arte. 
Come scene di un improvvisato canovaccio di tempra goldoniana, le pagine di Pippo scorrono fra le mani in un tripudio di versi, rime, giochi, talvolta irriverenti e "burrascosi", conditi dalla sana ironia di chi ha nelle vene il sentimento del prendere la vita in gioco e non farsi prendere in gioco dalla vita. 
Con considerazioni niente affatto superficiali, dopo una fantasiosa ed irriverente prefazioncina, nella "nota d'autore" Pippo rivela il suo amore profondo per la cultura: nutro fortemente la speranza  che questo nostro dialetto sia rivalutato e sopratutto rilanciato, attraverso le scuole e quelle istituzioni che hanno la forza e i mezzi per poterlo fare. Il dialetto è l'anima di un popolo, è la radice che fornisce l'energia vitale per conservare la propria identità culturale". 
Già Dialetto o Lingua?
La querelle anima da tempo un dibattito filologico che è ben lungi dall'essere risolto. 
Pippo non  lo risolve, o, forse, lo risolve a modo suo, che è quello della verità giullaresca, del drammatico che si fa comico, del quotidiano che sprofonda nell'umorismo tragico pirandelliano. Offre pensieri, spunti, materiali, sentimenti raccolti e sgorganti dal genius loci, dalla coscienza collettiva che tramanda un proprio sapere, lontano dalle fredde aule accademiche.
Pippo Graffeo
 
Il poeta è figlio del popolo, dell'anima del suo popolo, che nasce nelle strade, nel curtigghiu, che vive d'esperienza e con l'esperienza tempra il carattere. 
Graffiante, colta e lucida, la liricità de "Lu testamentu", dove un "io" popolano e sagace tramanda al figlio non dinari, terri e casi, ma lu suspiru di la terra, la grandiosità di una natura che nessuno può mai possedere ma custodire e tramandare, l'umiltà di vivere, il sudore, i sacrifici. 
Pippo scava nell'animo della sua gente alla ricerca dei sentimenti autentici: ne La spina, affronta il tema forte e delicato dell'eutanasia, nel conflitto del dolore fisico e la preghiera di un tormentato sollievo finale.
Ai temi della natura e del sentimento si affiancano squarci ironici, scene argute e composizioni lievi dosate con saggezza popolare, che spiano con ironia quasi cabarettistica la politica, il matrimonio, la famiglia. L'originalità di Pippo è quella di allontanarsi dal topos classico di una Sicilia antica, ma come in un lacerto diacronico, il siciliano affronta (e talvolta perde, ma sempre col sorriso) in singolar tenzone la modernità del telefonino o dell'incidente stradale, che diventa macchietta, stigma dei luoghi comuni, ma veri. 
Stupisce, poi, alla fine, quasi un ossimoro distopico, l'appendice di alcune poesie in "lingua" italiana, dove l'autore invita chi legge, travolgendolo in un flashback intimistico, sull'onda di una ritrovata gioventù. In queste pagine finali, l'autore, con velato rimpianto rivive momenti della memoria, luoghi del suo spirito, dove la realtà trascolora in un universo di metafore tristi ed intense, di assonanze nude ed intense come pennellate affidate ai sogni della speranza. 
By Michele Barbera 

lunedì 24 dicembre 2018

A NATALE SIATE INTELLIGENTI: REGALATE E REGALATEVI UN LIBRO


Guardatevi in giro: tanta gente affannata per il regalo last minute, all'ultimo minuto, la corsa al gadget tecnologico, all'ultima fuffa della moda. 
Salvo poi a scoprire che si tratta di regali sostanzialmente inutili o... spreconi. Che già all'indomani della festa saranno obsoleti o riposti in qualche angolo dimenticato.
L'altro giorno ho letto con piacere una intervista a John Grisham, un autore da 200 milioni di copie vendute in tutto il mondo, del quale ho letto con gusto gran parte dei quaranta romanzi pubblicati. Margherita Corsi di Vanity Fair lo ha intervistato a tutto tondo, cogliendo anche aspetti meno patinati della sua vita. Mi ha colpito sopratutto un piccolo aneddoto di vita familiare: Grisham racconta che nel periodo della sua infanzia la madre era contraria all'uso del televisore. Dunque, lui, con fratelli e sorelle, ogni settimana andavano alla biblioteca comunale e si portavano a casa una montagna di libri. 
Gli studiosi lo sanno da sempre: leggere stimola la fantasia del lettore, rafforza ed arricchisce il linguaggio e le capacità logiche e di intelletto. La lettura diventa un tesoro che nel tempo dà frutti ineguagliabili.
Ed allora, perché preferire il gadget elettronico che di qui a pochi mesi sarà inutilmente obsoleto? Non è meglio donare un libro? 
Non avete soldi per comprare libri? La tredicesima è stata fagocitata dalle tasse e dai centri commerciali? Siete arrivati con il fiato in gola per gli acquisti e i negozi sono chiusi? 
Allora... accompagnate alla prima occasione i vostri ragazzi nelle biblioteche pubbliche a prendere in prestito un libro. Anche questo li aiuterà a scoprire un mondo insospettato. 
Insomma, non avete scuse. Fate leggere un libro ai vostri figli, nipoti. O, meglio ancora, leggetelo assieme a loro. Li farete ancora più felici.
E se non sapete quale sia il più adatto a loro, iniziate con il chiedere aiuto ai librai, alle vecchie maestre di scuola elementare, al vicino di casa, all'edicolante, al barista. Chiedete loro qual è stato il loro libro preferito, qual è il libro di "moda" e avrete delle risposte sorprendenti, che non vi aspettereste mai. E poi, voi... di persona personalmente, come direbbe il personaggio di Camilleri, non avete mai avuto un libro che avete letto? O che avreste voluto leggere?
Di seguito, vi indico alcuni libri per ragazzi e ragazze che, per quanto "classici" (o, forse, proprio per questo), sono intramontabili (ve la caverete con la spesa di pochi euro): 
- I ragazzi della Via Pal (Molnar);
- L'isola del tesoro (Stevenson);
- Oliver Twist (Dickens); 
- Piccole donne e Piccole donne crescono (Alcott);
- Il barone rampante (Calvino);
- Le avventure di Pinocchio (Collodi);
- Il conte di Montecristo (Dumas);
- Viaggio al centro della terra (Verne);
- Le tigri di Mompracem (Salgari);
- Il richiamo della foresta (London); 
- Il quaderno di Maya (Allende);
- Lo hobbit (Tolkien);
- Il diario di Anna Frank;
- Alice nel paese delle meraviglie (Carroll);
- Il piccolo principe ( Saint-Exupéry);
- Le avventure di Robinson Crusoe (Defoe);
- Canto di Natale (Dickens);
- I casi di Sherlock Holmes (Doyle);
- La storia infinita (Ende);
- Le avventure di Tom Sawyer (Twain);
etc... etc...
Ce n'è davvero per tutti i gusti. Per non parlare dei libri modaioli, dai vendutissimi di Harry Potter sino agli autori italiani che hanno rivolto il loro talento agli adolescenti : Moccia, D'Avenia, etc...
Ed allora e comunque: leggete e fate leggere!
Forse non diverrete scrittori come Camilleri, Grisham, King o Follett ma di sicuro trascorrerete ore indimenticabili e il vostro... cervello vi ringrazierà, assieme ai ragazzi a cui avrete donato un piccolo angolo d'infinito. Buon Natale!
By Michele Barbera 

giovedì 28 giugno 2018

IL PIACERE DI LEGGERE: LA DOGLIA MUTA di PEPPE ZAMBITO


Nelle pagine de La doglia muta mai come in nessun'altra narrazione, traspare forte la metafora della Sicilia, isola e cosmo, terra ricca e perduta nelle sue contraddizioni, nelle sembianze di una donna partoriente che si contorce negli spasmi del dolore, ma che da questo dolore trae l'origine della vita.
La protagonista, la vera protagonista, Gelsomina è donna, piena di mistero e di sorpresa, fiera ed indomita, che si fa scudo e vestale di una tradizione misterica, alchemica ed, allo stesso tempo, succube di forze oscure, retaggio di prepotenze feudali, resa vittima e carnefice di passioni ancestrali, più subite che volute.
È un antitetico gioco delle parti, che naviga all'esterno delle rotte pirandelliane e del verismo verghiano, traccia una parabola empatica, che trascina il lettore in un'epoca che non è antica né moderna, ma idealizzata in un topos che riesce difficile imbrigliare nella storia.
Peppe Zambito si muove a suo agio negli archetipi di un'isola che conosce ed ama, idealizza un conflitto che si muove sottotraccia nella trama articolata e pur nuda del suo romanzo: non offre verità storiche o antropologie edulcorate, ma sentimenti e passioni autentici, che si agitano nel sipario di un microcosmo scolpito con il bisturi impietoso di chi non si rassegna agli stereotipi e rifugge i luoghi comuni.
I personaggi sono caratteri che sanno adeguarsi alle convenienze sociali, che non intraprendono sfide prometeiche, ma sono egualmente coscienti del dualismo distopico che vivono: il barone non si arrende al decadimento sociale ed individuale, abituato a non conoscere altra legge se non la sua, Gelsomina che, invece, da quel decadimento sembra trarre una nuova linfa vitale, anche se è una vita nascosta, muta. 
Così come la femmina siciliana che vive nei volti e nei corpi, nelle passioni e negli amori violenti di Gelsomina, di Giovanna e delle altre donne del romanzo: tutte paiono unite da un destino corale che accettano e verso cui debbono combattere una lotta impari, di fronte a cui decidono talvolta di rassegnarsi: agli occhi di Gelsomina non era né vecchio, né zoppo. Agli occhi di lei lui era il barone.
Ma dietro la realtà falsa che si trincera dietro i cartelli sociali, le differenze di ceto, vi è quella vera che reclama il suo tributo di dolore e sofferenza, che accomuna uomini e donne ed agisce come una livella, travolgendo le impalcature ed i falsi destini, che la inutile presunzione umana costruisce nella sua piccola contingenza.
Così il vecchio barone, Teresa, il “baronello”, Cecè e Gelsomina diventano maschere tragiche che si muovono su un palcoscenico che, improvvisamente, diventa più grande di loro e nel quale provano smarrimento, di fronte all'eterno e soverchiante battito del tempo e della storia.
Il parto, la sua doglia, diventa il simbolo apotropaico del rinnovarsi della vita nel dolore, il nodo gordiano della storia in cui si affastellano le esistenze, nell'esaltazione dei sentimenti, anche quelli più inconfessabili.
Ma è una doglia muta, un qualcosa di innaturale, di torbido, di non accettabile.
Solo la resilienza dell'elemento femminile perpetua la Vita, sa rinnovarla come una sorgente sempre pura che non arresta il suo flusso davanti la morte o alla fragilità umana.
Peppe Zambito, che già in passato ha dato prova delle sue capacità fabulatorie con pregevoli narrazioni, non risparmia al lettore una dose generosa di sentimenti forti, di momenti di dolorosa umanità che rendono viva la presenza e l'azione diegetica nel romanzo. Il colpo di scena finale, la sorpresa, che la protagonista custodisce nelle trame del tessuto narrativo, è la doglia che s'acquieta, che finalmente dona pace, la verità che prende il sopravvento. E ciò a dispetto di trame meschine e di piccole congiure, ordite da egoismi destinati a dissolversi di fronte all'eterno fluire del destino-tempo, vero deus ex machina del romanzo, che governa uomini e cose nella bella e perversa terra di Trinacria.
La doglia muta è un grande atto di amore e di coraggio di Peppe Zambito verso la sua terra e verso i suoi uomini e le sue donne che, forse, vivono nei sedimenti della storia dei grandi eventi, nascosti alle ipocrite sentenze dei posteri, ma le cui orme sono braci ardenti, che animano la passione ed il cammino dei popoli.
By Michele Barbera


sabato 17 marzo 2018

L'AFFAIRE MORO: MISTERO O VERGOGNA?


Ogni cittadino italiano dovrebbe conoscere la storia di Aldo Moro. In questi giorni di “candide” ( o forse dovrei dire ingenue) celebrazioni alla memoria degli eventi di Via Fani, chissà cosa direbbe Leonardo Sciascia che si occupò a caldo della vicenda con il suo nobile, straordinario e scottante saggio-documento, scritto nel 1978. 
Quasi un istant-book, un fulminante resoconto sulla tragica parabola del sequestro di Aldo Moro, la strage della scorta ed, in ultimo, l'assassinio a freddo dello stesso, dopo una penosa prigionia, a fronte della quale, le cosiddette Istituzioni consumarono la falsa ragione di stato nel più bieco opportunismo politico.
L'edizione Adelphi che ho per le mani del libro di Sciascia è corredata anche da un'accurata cronologia degli eventi e della relazione parlamentare “di minoranza” redatta dallo stesso Leonardo Sciascia e depositata agli atti della Commissione in data 22 giugno 1982.
Il sugo del libro pare racchiuso in quella strana epigrafe di Canetti che apre l'opera e lascia sfogo alle cateratte della memoria: la frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto al momento giusto.
Morire al momento giusto. Perché altri (chi altri? quali altri?) hanno deciso di sì. Perché da quella morte qualcuno, o forse in tanti, ne traevano un proprio egostico vantaggio in uno scacchiere politico ballerino e cronicamente instabile. In un misterioso gioco delle parti, in cui nessuno, però, voleva fare l'assassino, ma tutti, in modo più o meno percepibile, hanno aiutato (incoraggiato sarebbe dire troppo) il boia ad uccidere.

Aldo Moro non era semplicemente un uomo politico, era il segno di una stagione che cambiava, che perseguiva ideali di partito nel contesto più ampio di un dibattito parlamentare affannato e contorto.
Sciascia, non dimentichiamolo, era schierato sul fronte del Partito Comunista, sia pure da indipendente, e non risparmia certo critiche alla logica democristiana che nella vicenda Moro sembrava aver soffocato nei suoi maggiori esponenti non solo il “senso dello Stato”, ma anche quello della verità, della solidarietà.
Ma, forse, proprio per questo, per questo antielogio del politico Moro e del suo partito (che viene da rassomigliare ad un emblematico guazzabuglio di invereconda codardia), prima ancora della considerazione per l'uomo e lo statista, che Sciascia rivela la sua onestà intellettuale. Proprio per questo la sua condanna di quella gara di colpevole inerzia e di “presa delle distanze”, che vide tra i suoi maggiori portagonisti gli esponenti di maggior spicco della democrazia cristiana ( senza maiuscole), appare ancora più vivida ed onesta.
Leonardo Sciascia è abituato con la sua scrittura a graffiare la realtà, a scalfire quel velo di buonismo ipocrita che spesso si traduce in collusione, in complice duttilità ed acrobatico trasformismo. E la vicenda Moro ne è un brillante esempio (cattivo esempio) di stato.
Nelle lettere che Moro scrive dalla prigionia e che Sciascia riprende nel loro spirito con sottile sagacia, traspare in tutta la sua sofferenza un j'accuse contro la crudele ambiguità di quelli che Moro considerava i veri arbitri della questione: «Muoio, se così deciderà il mio partito...».
La lucida coscienza dell'uomo di partito, dei giochi di potere che lo avevano assegnato ad un triste destino, si condensano in una parabola che lo aveva precipitato dal vertice del potere alla più assoluta impotenza.
Il libro di Sciascia, per chi non condivide una certa idea del mondo che ha l'autore, deve essere letto con disincanto ideologico e senza retrospettive profetiche.
L'opera è il grido puro, vivo, rabbioso della coscienza di un intellettuale, che ha vissuto il peggiore dei suoi incubi, lo Stato che si comporta da anti-stato, da combriccola che congiura non il silenzio, ma la complicità e la condivisione del male.
Alla fine è morto un uomo. Forse, come dice Sciascia, L'affaire Moro, potrebbe essere letto come opera letteraria e non come opera di verità. Ma così non è. L'assassinio di Aldo Moro non è un romanzo poliziesco, per quanto indecifrabile e fascinoso nella sua malvagia essenza intima. Sciascia, nell'ultimo paragrafo della pseudo-narrazione cita il Borges di Ficciones, e lancia l'ultima sfida al lettore: c'è un indecifrabile assassinio nelle pagine iniziali, una lenta discussione nelle intermedie, una soluzione nelle ultime. Poi, risolto ormai l'enigma, c'è un paragrafo vasto e retrospettivo che contiene questa frase: “Tutti credettero che l'incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale”. Questa frase lascia capire che la soluzione è sbagliata. Il lettore, inquieto, rivede i capitoli sospetti e scopre un'altra soluzione, la vera”.
By Michele Barbera


giovedì 28 dicembre 2017

L'ITALIANO LEGGE POCO E MALE: INDAGINE ISTAT IMPIETOSA


Non c'è niente da fare: saremo forse un popolo di eroi, poeti, scrittori, cantanti e sportivi, ma di lettura non ne vogliamo sapere. 
L'ISTAT ha disegnato per il 2016 uno scenario sconfortante: solo il 40,5% degli intervistati italiani ha dichiarato di aver letto almeno un libro durante tutto l'anno, perdendo sul totale due punti percentuali rispetto all'anno precedente. Dunque, il 60% degli italiani non legge neanche un libro l'anno. 
Il paradosso è che dal punto di vista editoriale le pubblicazioni aumentano: c'è una costante progressione nella pubblicazione di libri e/o di testi, anche in piccole tirature. Come dire che preferiamo pubblicare piuttosto che leggere. Il che è un assoluto controsenso.
Secondo gli editori, il fattore principale che svia la popolazione dal leggere è il basso livello culturale della gente e l'assenza di una adeguata educazione alla lettura da parte della scuola. Se poi pensiamo che questi editori sono i medesimi che pubblicano, il quadro è fatto: non ci si deve lamentare se si pubblicano opere di basso livello culturale, magari redatte da gente che legge pochissimo o con uno scarso retroterra culturale ( e forse con troppa presunzione). Il tutto innesca un evidente circolo vizioso che allontana la gente dagli scaffali delle librerie.
Il dato di fatto è che gli editori, specie medio piccoli, sono portati, a fronte di un contributo in danaro degli autori, a pubblicare di tutto pur di mantenersi economicamente a galla. Anche se poi, in ipotesi, i volumi non si vendono o finiscono al macero. 
Eppure il gusto della lettura nella patria di Manzoni, Pirandello, Svevo, etc... dovrebbe essere se non innato, almeno congeniale. Ed invece, c'è proprio un rifiuto, che poi si traduce in una scarsa intraprendenza ed un interesse "asinino" per la lettura di svago, di piacere o di impegno extra-scolastica. 
L'augurio di fine anno è che recuperiamo il piacere di leggere, se non noi, almeno i nostri figli. Magari approfittando degli sconti o delle edizioni economiche, ma cercando di leggere qualcosa di qualità, anche i "classici", o, perché no?, qualche autore contemporaneo.
Anzi più che un augurio, dovrebbe essere una promessa da fare a noi stessi, prima ancora che agli altri. 
By Michele Barbera 

sabato 9 dicembre 2017

IL PIACERE DI LEGGERE: SPINE D’EUPHORBIA, poesie, di JOSÈ RUSSOTTI (Convivio Editore)


Chi non è mai stato a Malvagna, una terra sospesa fra la Valle dell’Alcantara ed il cielo etneo, non può comprendere e capire sino in fondo Josè Russotti, celebrato artista poliedrico, che fonde in uno raro e splendido connubio, l’espressione viva del suo vivere l’arte: pittore non massificato, dai tratti autenticamente originali, per tecnica e contenuti, e cultore acuto, estremo e raffinato dell’arte dei versi.
Nella silloge Spine d’Euphorbia Russotti ha distillato purezze emozionali in solfeggi di versi sciolti, arricchiti da un’armonia di respiro universale. L’essenzialità profonda ed intimistica della poesia di José Russotti la si intravede sin nella tela cha anima la copertina della silloge. È un suo quadro, in cui nudità essenziali, dolorose, fanno da contrappunto ad una quotidianità metafisica, espressa in un semplice e simbolico filo da lavandaia spoglio, che taglia l’orizzonte del dipinto. Quel quadro è una finestra nell’anima, il fotogramma di un disagio doloroso, scolpito nel nero-profondo della roccia lavica, ripiegata su se stesso.
Uno strano matrimonio quello tra il dolore dell’uomo e la grandiosità della natura: Josè Russotti ama la sua terra, soffre per essa e la sua musa lirica si nutre direttamente ed attinge sacralmente al genius loci, di cui diventa vestale fedele e custode appassionata dell’oikos d’ellenica effige.
Non c’è una semiologia unica nei versi, ma, seguitando il pensiero del filosofo acheo, nulla di ciò che riguarda l’uomo è estraneo al poeta, il vissuto emozionale – creta informe – diventa magma da plasmare, lava stratificata dalla memoria, che talvolta lambisce e talvolta travolge il senso stesso della vita universale. Nella poesia di Russotti c’è la condanna alla “nostra insulsa indifferenza”, c’è la mano tesa ai “neri invisibili”: “sono voci che chiamano e si cercano/negli occhi sgranati dentro un vuoto di nulla”. C’è Malvagna, c’è l’Alcantara, c’è la Sicilia, c’è il mare, c’è una natura ed un paesaggio urbano “non convenzionale” che diventa rifugio, guaritore e panacea dell’animo umano, tempio indissolubile, ma anche timore per l’“amaro evolversi”: “che ne sarà di queste case di calce erosa/ e pomice di lava antica?”, dove riecheggia, acuta, l’eco ancestrale delle leopardiane e fatali magnifiche sorti e progressive che pure Russotti reinterpreta in più punti con l’insistente richiamo alla “ginestra”, resiliente metafora del male di vivere.
Josè Russotti
Nell’ipogeo poetico di Russotti si agita inquieto lo spettro di mille tempeste, di mille passioni e di una memoria storica striata da tenui rimpianti e da vividi dolori. “Ne rimane lieve memoria/fissata nel lampo/ d’uno scatto istantaneo…nei ripensamenti acuti/fitto di trame crudeli”. Il tazebao poetico di Russotti diventa tela bianca in cui fissare ritmi e sinfonie policrome, all’insegna del più puro spirito espressionistico, in cui la realtà è fortemente caratterizzata ed enfatizzata da colori e scene dolorose e violente, che, come in un agone prometeico, danzano “dentro un fuoco di lava”. In questi tratti emerge la passionalità assolutizzante di Josè Russotti che, in tema d’amore, non ammette compromessi: “era come un cercarci tra pazzia e dolore/ tra parole di collera e notti insonni”. Le spine “aguzze” d’Euphorbia diventano metafora dell’amarezza del sentimento inespresso: “come spine aguzze d’Euphorbia/serbo ancora sul volto/ le lacrime amare del congedo”, o anche afflato d’amore sensuale e tormentato: oh amore amaro senza nessuna lusinga…/ di spine acute d’Euphorbia nei fianchi!/ Rimani davanti alle mie mani e lasciati cullare”. Ma se l’amore è dolore, è allo stesso tempo speranza che dà voce alla memoria ed ai rimpianti. Così è per il dolce ritratto della madre, forte e delicato, “presenza divina”, “brace per l’inverno inoltrato”, e mentre nell’attimo fatale del distacco, “un silenzio assordante/di carne lacera/ s’impossessò/ di quella stanza/ austera”, il poeta-figlio rimane “inerme/nell’angolo mesto della pena”, piange “dolorosamente/adagio…/per non destarla”. Anche l’amicizia diventa per il poeta un aspro terreno di scontro in cui dolore e destino non risparmiamo fendenti, talora mortali. Allora, accanto al “grido sconfinato” per la morte dell’amico Salvatore Gaglio, poeta anche lui, Josè Russotti adagia il suo icastico memoriale: “e in questa nuda Sicilia che tanti amasti/ solo le lacrime bagneranno i fiori del tuo giardino”.
Le poesie della silloge sono, perciò, calde digressioni, variazioni sull’empatia universale, venate da malinconica e struggente saudade di cui pure, per la nascita sudamericana, la vena poetica di Josè deve averne parte. Nella consapevole fuggevolezza dell’esistenza “breve” e nella coscienza della precarietà del domani, il poeta si rivolge alla coscienza collettiva della sua città natale per esorcizzare, con un ferale monito a non piangerlo, l’”inavvertito congedo” di chi “vive il dolore”. Lo stesso topos, sommo e tragico, lo ritroviamo nella lirica dedicata al padre: “è soltanto un attimo veloce/come sguardi rubati al tempo/ perché l’età avanza e cancella”.
L’esiziale fine della vita, il tema della morte-distacco-abbandono che “passa addosso”, ineluttabile e crudele, costringono Josè a cercare spazi da riempire con sentimenti veri, che veicola per il lettore, con messaggi subliminali per sconfiggere l’”angoscia dell’attesa” , egli dà al lettore un filo d’arianna, un viatico spirituale: “ti lascio una crepa di lava/ dove ho deposto la mia pazienza” .
La lava è l’archetipo naturistico, l’ossimoro poetico di Josè Russotti: è la linfa della terra, vita e distruzione, ma è anche tomba, custodia ancestrale, culla-bozzolo: “nessuno/avrà rimpianto/della mia pelle/sporca di contrasti./ Nessuno/poserà un fiore/sulla stele di lava brunita”.
L’esistenza umana per Josè è un gioco tragico di ombre e luci, in cui i protagonisti sono preda di un destino che si fa beffa di loro. Per avere la nostra parte e viverla appieno, dobbiamo spogliarci di ogni orpello ipocrita, metterci a nudo con gli altri, servirli dei nostri sentimenti, dell’autentica debolezza del nostro cuore, che trabocca d’amore di creature imperfette, sino a divenire elogio stesso dell’imperfezione.
La vita è, in ultima analisi, un gioco delle parti, una commedia. Se non divina, umana. Come direbbe Nietzsche, sin troppo umana.
By Michele Barbera  

venerdì 13 ottobre 2017

LA CASA NEL CUORE DI BETTY SCAGLIONE CIMO', AULINO EDITORE


Betty Scaglione è un'attenta ed acuta osservatrice del suo tempo e della sua gente. 
Nel genere proficuo del memoir, l'autrice riesce ad accompagnare il lettore in una dimensione propria  ed originale, con uno stile accattivante e sapido allo stesso tempo. La coralità della narrazione fa sapientemente da contrappunto ad una tensione emotiva individuale propria della diaristica personale, con un tocco raffinato e femminile.
Sul piano diacronico di un presente che si fonde intimamente con il passato, nelle terre e nelle atmosfere che furono del Gattopardo, l'autrice rivive esperienze e sentimenti della sua giovinezza, con un “io” narrativo che coinvolge il lettore, reso intimo partecipe del pathos che fa vibrare incessantemente le corde del ricordo.
Betty: è lei, la donna, ritratta con le tinte novecentesche e moderne, in tutta la sua quintessenza di forza e di carisma, il vero protagonista del romanzo; lei stessa, l'autrice, che biograficamente offre al lettore scene e ricordi affezionati, ma anche le altre donne, colte, raffinate, popolane, contadine, apparentemente semplici, ma sempre complici e consolatrici che vivono in religiosa simbiosi con la casa. Donne mai sottomesse, sicure, padrone delle vicende e mai disposte a piegarsi a destini avversi.
Il fabbricato vive ed esiste metaforicamente come una grande madre che accoglie, nutre, ospita, abbraccia i suoi abitanti. Rappresenta quasi un'isola, con un perimetro temporale che si stenta a racchiudere nella normale successione degli anni: è un eterno presente, Betty-ragazza che vive, si confonde in un tutt'uno con la Betty-donna che ricorda. Entrambe realizzano nella casa un unicum onirico, una devozione quasi mistica, che neanche la sciagura del sisma del 1968 riesce a cancellare.
La casa-persona continua ad esistere ed a trasmettere emozioni. In essa è trasfigurata la stessa famiglia, custode amorevole della sacralità delle tradizioni, nume tutelare dei suoi ospiti, in grado sempre di stupire e stupirsi nella quotidianità semplice di ogni giorno e di soffrire e compatire quando il vento contrario agita le vele della serenità domestica.
Gli occhi dell'adolescente-bambina Betty sono curiosi, indagatori, allegri ed allo stesso tempo nostalgici, in pari tempo con il progredire della narrazione.
L'aneddotica che ritma il susseguirsi delle vicende, dei giochi con i coetanei, degli scherzi quasi innocenti, delle passeggiate vivificanti e solenni nella campagna, non risparmia neanche avvenimenti allo stesso tempo funesti ed intriganti, restituiti al lettore con la naturalezza e la freschezza di chi si affaccia con intraprendente curiosità e spensierato interesse alla vita, senza barriere pregiudiziali o filtri sociali. Nel romanzo c'è spazio per il quotidiano vissuto con gli altri e per le riflessioni intime e personali, a volte trasfuse in dialoghi resi con vivace briosità e sorprendente realismo.
Un'opera che rievoca nel lettore suggestioni di un passato unico, radicato nella storia: uno scrigno che aspetta di essere aperto.
Leggere Betty è come sfogliare tra le mani l'album delle foto di famiglia, in cui è facile notare quel particolare che emoziona, quella sfumatura di paesaggio o quel volto che, improvvisamente, rivive nella memoria, immortale come solo il sentimento e l'affetto familiare può essere.
By Michele Barbera