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lunedì 20 marzo 2023

L’ACQUEDOTTO INUTILE, ANACRONISTICO E DANNOSO DI SICILIACQUE (Società a capitale privato per il 75%)

Invaso Garcia


Siciliacque insiste per realizzare il suo acquedotto. Per farlo ha dato al Comune di Menfi risposte generiche, errate e fuorvianti, dicendo che provvederà a modificare il progetto.
Perché?
Semplice, perché realizzando l’acquedotto rivende ai siciliani l’acqua che loro stessi hanno.
È il sogno di ogni imprenditore: avere il prodotto da vendere a costo quasi zero, senza problemi di approvvigionamento.
Ma da altre parti (Italia) che succede?
Regione Puglia. Acquedotto Pugliese”, società interamente pubblica, di cui è proprietaria la Regione Puglia, con le risorse del PNRR sta realizzando il più grande dissalatore ad osmosi inversa d'Italia. Il costo? Cento milioni di euro, lo stesso del nostro fantomatico acquedotto.
Però, Acquedotto Pugliese è società pubblica che non guarda al solo profitto e con la realizzazione del dissalatore preserverà le risorse idriche della regione e migliorerà le falde acquifere pugliesi.
Ecco come si fa un'opera utile.
In Israele il 90% dell’acqua potabile deriva da azioni di recupero.
In Arabia è stato sviluppato il primo dissalatore ad impatto zero che disseterà un nucleo di città costruite nel mezzo del deserto.
Le Isole Canarie hanno in fase di realizzazione un impianto dissalatore autoalimentante che sarà ubicato nell’oceano.
La dissalazione effettuata con energie rinnovabili costituisce una delle sfide principali per il futuro dei Paesi soggetti a scarsità idrica e le zone aride, dove i dissalatori sono più usati, sono anche quelle con il maggior irraggiamento solare e quindi più̀ adatte al fotovoltaico.
Udite udite, anche il mitico Musumeci, intervistato dal Messaggero, nella nuova veste di ministro ha detto la sua: “contro la siccità, secondo il ministro della Protezione Civile e del Mare, Nello Musumeci, uno degli obiettivi del governo è "investire in dissalatori e depuratori". Per Musumeci, bisogna "guardare al modello israeliano per ridurre gli sprechi, ad esempio non usare acqua potabile per irrigare i campi".
Siciliacque, invece, per fare l’acquedotto ha dismesso il dissalatore di Trapani (ritenuto antieconomico), ed ha abbandonato l’idea di costruire un dissalatore a Marsala.
Tanto c’è il Garcia. Dove l’acqua si può prelevare senza problemi. È davvero così?
L’invaso del Garcia ha una capacità di 80 milioni di metri cubi. Ma per la quasi totalità del tempo e delle stagioni non riesce ad andare oltre la metà della capienza. Per di più non dimentichiamo che l’acqua del Garcia dovrebbe servire il comprensorio agricolo Sicilia-ovest ed è pure destinata ad usi civili.
Quest’anno, a marzo 2023, nei 25 invasi siciliani mancavano all’appello ben 230 milioni di metri cubi di acqua. Proprio il Garcia registrava a marzo un volume di appena 39 milioni di mc, mentre l’anno scorso nello stesso periodo erano 55.
Il progetto Siciliacque ha una portata stimata di oltre 300 l/s. L’approvvigionamento dal Garcia (che peraltro è un’area naturale protetta) è stimato in circa 6 milioni di mc all’anno.
In caso di cicli temporali siccitosi a farne le spese sarà in primo luogo l’agricoltura, in quanto l’uso civico avrà la precedenza. Non solo, ma il progetto prevede che il “nuovo sistema di adduzione sia il più universale possibile, con la capacità di sostituzione di qualsiasi altra fonte locale”.
Nella Relazione Generale del progetto si afferma che le risorse Garcia “nodo Menfi” e Montescuro ovest sono “complementari” fino al raggiungimento della portata di 300 l/s. E nel caso si può sostituire il deficit di risorsa con “temporanei maggiori prelievi da Garcia”.
Il nodo partitore di Menfi, acquista, dunque, una notevole importanza, anche ai fini dell'eventuale implementazione della portata idrica dell'adduttore.
Ma l’invaso del Garcia non è infinito, non è rinnovabile e risente delle stagioni siccitose. In caso di necessità, dunque, nessuna fonte idrica è esentata dall’implementare la portata dell’acquedotto.
Intanto a Mazara del Vallo, nel febbraio di quest’anno, i cittadini hanno raccolto le firme per la realizzazione di un dissalatore che risolverebbe i problemi idrici della città.
Ma Siciliacque si ostina a portare avanti il mega-faraonico acquedotto inutile e costoso, oltre che obsoleto. Nello spirito e nei fatti l’opera viola i principi del PNRR, non risolve i problemi della cronica carenza d’acqua in Sicilia e non è trasportando l’acqua ad alcuni per toglierla ad altri che si risolve il problema.
Le “migliorie” al progetto promesse al Comune di Menfi riguardano alcuni aspetti secondari di natura tecnica della realizzazione che non spostano la questione principale di un millimetro.
Manca del tutto una serie analisi previsionale dei livelli idrici di bacino e non basta una generica rassicurazione che non verrà prelevata l'acqua dai pozzi di C.da Feudotto a Menfi. 
Nessuna fonte idrica è al sicuro. Siciliacque, anziché puntare al rinnovabile, punta invece all’impoverimento cronico del territorio e, nel momento in cui si raggiungerà la criticità, potete stare tranquilli che la multinazionale, che ha la maggioranza del capitale, abbandonerà la Sicilia a se stessa in cerca di nuovi profitti e di nuovi territori.
In conclusione, occorre:
a) che Siciliacque si confronti in una conferenza di servizi con i cittadini interessati (la società ed il Comune di Menfi non hanno mai risposto alle pressanti istanze in tal senso rivolte dai vari comitati);
b) che venga recuperata la possibilità di reimmettere in funzione il dissalatore di Trapani alimentandolo con i pannelli solari;
c) che venga prevista la possibilità di realizzare depuratori delle acque reflue per l’utilizzo in agricoltura e nuovi dissalatori laddove siano registrate esaurimenti di falde e/o loro inquinamento;
d) che venga adoperata l’innovazione tecnologica per implementare i dissalatori a “impatto zero” come alternativa seria e produttiva rispetto all’inutile acquedotto.
Se Siciliacque non vuole fare questo, deve essere necessariamente estromessa dal capitale la quota “privata”, considerato che la gestione virtuosa dell’acqua pubblica non può prescindere dalla tutela della risorsa idrica e dall’adozione di pratiche di interesse pubblico non mirate alla speculazione in un ambito essenziale che mette a rischio non solo la sopravvivenza economica della Sicilia, ma anche della popolazione civile.
Le amministrazioni locali interessate debbono battersi per questo, reclamando anche presso la Regione, che non può “dormire” o rimanere indifferente rispetto a strategie speculative private che contraddicono ogni logica di investimenti pubblici.
By Michele Barbera

mercoledì 9 maggio 2018

GIRO D'ITALIA 2018: MENFI TIFA SALVATORE PUCCIO!!! E I CRONISTI DELLA RAI NE COMBINANO UNA DELLE LORO...

Inutile nasconderlo: quando passa la carovana del Giro d'Italia c'è sempre un'emozione nascosta che salta fuori prepotente. 
Menfi aveva vissuto nel 1986 il Giro d'Italia, quando i ciclisti attraversarono il centro storico rinnovato per l'occasione. Era la parte finale della tappa Palermo-Sciacca, funestata all'arrivo dall'incidente a Ravasio. 
Oggi qualcuno ha ricordato quell'incidente: ne mormoravano i tifosi, ne hanno parlato i cronisti RAI, ma - imperterrito - il Giro d'Italia ha vissuto, dopo quella terribile vicenda, altre esaltanti edizioni, trasmettendo agli spettatori adrenalina pura, voglia di urlare e di incitare gli atleti del pedale. 
Quest'anno Menfi aveva una ragione in più, il giovane Salvatore Puccio, di origini menfitane, annoverato tra le promesse del pedale e che è stato una presenza viva al Giro. 
Nonostante non fosse contemplato alcun passaggio nel centro storico, ma solo un passaggio "esterno", Menfi si è assiepata a bordo strada: con striscioni, cori improvvisati e grida di incitamento ha voluto mostrare il proprio sostegno a Salvatore. 
I cronisti RAI, che hanno tralasciato ogni altro aspetto di Menfi, hanno, però, saputo rimarcare cinicamente la morte della giovane ragazza avvenuta nel 2003 per la sindrome di Creutzfeldt-Jakob, con tanto di immagini di repertorio del funerale, proprio a far vedere che non si trattava di un'improvvisazione.
Mi ha fatto male, perché penso alla famiglia, che ha sempre cercato ed osservato una stretta privacy sull'evento, mi ha fatto male, perché tutto questo ha il sapore di una ferita non rimarginata, che i cronisti RAI hanno accentuato con la crudezza di una cronaca che rasentava un voyeurismo curioso ed irrispettoso.
La memoria del dolore è una cosa seria e va osservata e rinnovata negli opportuni contesti, rispettando la riservatezza della famiglia e di quanti da quell'evento furono sorpresi ed addolorati, specialmente i menfitani che ben conoscevano la ragazza. 
Capisco il diritto di cronaca, ma in questo caso non c'entrava proprio: il sacrificio di una ragazza colpita da un destino atroce non ha nulla a che spartire con un evento sportivo che è un circolo mass-mediatico e gaudente, superficiale quanto basta per fare spettacolo pure dei funerali di una ragazza.
Mi chiedo se i giornalisti RAI fossero a corto di argomenti su Menfi. A voi l'ardua riflessione. 
By Michele Barbera 

lunedì 15 gennaio 2018

TERREMOTO VALLE DEL BELICE DOPO 50 ANNI: C'E' ANCORA CHI ASPETTA...


Se dopo 50 anni gli amministratori del Belice sono costretti ancora ad appellarsi allo Stato per avere fondi mentre in Friuli è da tempo chiusa la ricostruzione post-terremoto - dice Musumeci - significa che qui l'intervento pubblico ha parzialmente fallito"
La citazione l'ho presa da Repubblica, ma è la verità ed è il triste bilancio di 50 anni di oscurantismo burocratico che ha frenato la ricostruzione nella Valle del Belice. Non è vero che nel Belice sono stati spesi pro capite più soldi che altrove, contro la catastrofe naturale del terremoto. Semmai è vero che le risorse sono state assegnate come un "peso" che il bilancio dello Stato elargiva come una sorta di munificente remunerazione. Insomma, una sorta di pretium doloris di cui l'Italia beneficava una zona distrutta dal sisma. 
Dopo 50 anni cosa ci si domanda cosa è cambiato. 
Nulla, se non la permanenza di un tessuto cicatriziale socio-economico duro a guarire: il sisma è ancora una ferita aperta nella storia di questa terra. Non bastano le solenni cerimonie e le visite in pompa magna. Se veramente si vuole chiudere la ricostruzione del Belice occorre effettuare una ricognizione seria dei danni che ancora lacerano la geografia del territorio, degli immobili abbandonati ed insicuri che dopo 50 anni si reggono in piedi solo per miracolo. E, sopratutto, si devono dare le risorse pro capite che altre zone del territorio italiano hanno avuto e che hanno consentito di vivere il sisma come una parentesi dolorosa ma breve. 
Non si facciano inutili appelli alla prevenzione e protezione del territorio. Inutili perché nonostante le catastrofi, l'instabilità geologica di cui è geneticamente e strutturalmente affetto il nostro Paese, ancora qualcuno fa finta di niente... e non solo a livello locale, ma anche in quelle centralità che dovrebbero pianificare un'azione attenta di tutela del paesaggio e del territorio, di modo da non stracciarsi le vesti con la loro impotenza all'indomani di ogni scossa sismica che scuote il nostro Paese. 
Ma il futuro dell'Italia non è questo, non è l'immobilità burocratica, l'inerzia politica, ma l'azione amministrativa viva ed efficace. 
Questa è la risposta che le popolazioni del Belice, ancora dopo 50 anni, attendono dalle Istituzioni.
By Michele Barbera