sabato 5 dicembre 2020

DOPO IL COVID-19? NON BASTERA' L'ASSISTENZIALISMO




"Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita". Così pensava Confucio. 
Il mero assistenzialismo di Stato, chiamatelo come volete, non basta né basterà. 
La pandemia ha dissanguato l'economia della nostra Italia, ha azzerato quel turismo che per noi era una risorsa unica e indispensabile e non poteva essere diversamente per la ricchezza culturale ed ambientale che la nostra nazione si ritrova. 
Purtroppo, la nostra economia farà fatica a riprendersi e già i dati statistici dicono che il 60% delle imprese si troverà in situazione disperata, sopratutto nell'ambito ricettivo e turistico. 
In tale contesto, la politica del "reddito di cittadinanza" che ha svilito l'iniziativa privata, che ha azzerato il microtessuto economico legato ad iniziative private, seppure piccole e marginali, e che si  è innestata in una cronica disoccupazione, nella latenza di posti di lavoro e di sottosviluppo industriale, non ha fatto altro che peggiorare le cose. 
Una economia sana si basa sul lavoro, privato e pubblico, la nostra Costituzione lo salvaguarda come valore fondante la nostra Nazione
Un'economia sana incentiva le iniziative produttive e gli "scudi" statali debbono salvaguardare per prima cosa i posti di lavoro, i livelli occupazionali ed il tessuto produttivo.
Un sussidio dato in cambio di niente diventa un disincentivo a lavorare. 
Il lavoro è sopratutto dignità, significa rispetto per l'individuo e la società, significa anche ricchezza collettiva. 

La domanda che molti economisti si fanno è: chi pagherà il conto del COVID?
La risposta la sappiamo tutti. Non certo chi dipende dal settore pubblico ed ha uno stipendio sicuro. Né le banche e le multinazionali, intente sin d'ora a preservare gelosamente i propri profitti.
In prima battuta, e già accade, pagheranno i dipendenti privati delle piccole e medie imprese, degli stabilimenti locali, licenziati o tenuti in coma da una cassa integrazione "ad esaurimento" ed asfittica.
Poi l'impresa locale, che non ha le risorse per continuare l'attività, né il mercato in cui collocare il prodotto. Né i soldi per pagare le tasse.
Infine, si continuerà a dissanguare, per quel poco che rimane, il lavoro autonomo, la rara iniziativa privata che oltre a subire la pressione fiscale oltre misura, dovrà fare i conti con una depressione economica senza precedenti.
In ciò, non dimentichiamo i giganti del commercio WEB, rifugiati nei paradisi fiscali, che hanno vampirizzato il commercio locale a beneficio di quello on line: un incremento durante il COVID-19 dell'80% che significa sottrarre ulteriori risorse ai circuiti del commercio locale.
Alla fine il meccanismo dell'assistenzialismo si incepperà perché nessuno pagherà o potrà pagare le tasse e lo Stato non avrà le risorse per soddisfare i crediti assistenziali.
E' un circolo vizioso fatale e distruttivo.
Ed allora, prima che sia troppo tardi, il Governo attui concrete misure per la salvaguardia del tessuto economico, delle imprese, del commercio locale, e destini i fondi in funzione dello sviluppo infrastrutturale e di quelle iniziative economiche che producono posti di lavoro e ricchezza. 
Meglio indirizzare i fondi a microiniziative private (non solo giovanili), defiscalizzando le neo-partite IVA, incentivando il piccolo lavoro autonomo e professionale, snellendo la burocrazia, aumentando le agevolazioni per chi assume, per chi vuole acquistare attrezzature, per chi vuole aprire attività artigianali, piuttosto che alimentare un fastidioso assistenzialismo improduttivo che alla fine disincentiva ogni stimolo economico e produttivo. 
Ogni altra politica meramente assistenziale è destinata a fallire. Il sussidio va bene se temporaneo e funzionale ad un sostegno economico transitorio. Poi diventa generatore di squilibrio economico e produce solo debito e sottosviluppo.
E' ora di insegnare a pescare, di incentivare il lavoro. Per il bene ed il futuro dell'Italia.
Altrimenti, altri approfitteranno della nostra debolezza. E, a quel punto, sarà troppo tardi.
Michele Barbera