sabato 21 dicembre 2019

PRESCRIZIONE DEL REATO: UN DIRITTO NATURALE E FONDAMENTALE PER LA CERTEZZA DEL DIRITTO



La prescrizione del reato non è nata nel diritto italiano per favorire il delinquente di turno. Sia ben chiaro. A torto ed a sproposito si parla di “garantismo” o di eccesso di tutela o di “giochetti processuali”.
La prescrizione, semmai è collegata ad un’esigenza fondamentale del diritto: la certezza. Certezza significa definitività del provvedimento, ragionevole durata del processo, in una parola, “giustizia efficiente”.
Perché la verità è tutta qui.
Ogni volta che si “dilatano” i tempi di prescrizione del reato, la giustizia fa un passo indietro e scopre un po’ di più la inadeguatezza di un sistema giudiziario ingolfato in un oceano magmatico di norme e riforme inutili se non dannose. A tutto danno del cittadino.
L’abolizione della prescrizione dei reati ordinari e di minore gravità potrebbe ammettersi (ma è un paradosso, un’assurdità) laddove  tutti i processi penali si concludessero con la condanna del colpevole.
Ciò dovrebbe presupporre che ogni imputato sia colpevole. Allora a che servirebbe il processo?
Provate a chiedere ad un innocente, ad una persona che ha subito ingiustamente un processo penale e poi è stata assolta cosa si prova ad ogni udienza, ad ogni testimonianza, ad ogni interrogatorio, a salire e scendere le scale di un qualsiasi Palazzo di Giustizia, ad andare e venire per anni dallo studio di un avvocato, sapendo in cuor proprio di non avere colpa.
Già il processo stesso è una pena. E questa pena deve avere un termine certo, che ponga fine alla indeterminatezza di un processo infinito.
È antigiuridico e contro il diritto naturale che un soggetto, magari per un reato lieve, debba sottostare vita natural durante ad un processo che, in ipotesi, lo veda poi assolto dalle accuse.
Chi risarcirà l’innocente dagli abusi patiti, dalle sofferenze psicofisiche, dai costi economici da rovina, dalle limitazioni di dover sottostare ad una gogna perpetua?
Né, del resto ed all’altro estremo, sono ammissibili i processi sommari, senza tempi adeguati alla difesa che, spesso, deve cercare in extremis documenti, testimonianze, prove della innocenza dell’imputato.
La rapidità non è quasi mai sinonimo di giustizia. Anzi.
Gli errori giudiziari sono una realtà in tutti gli ordinamenti giudiziari. Ecco perché la pena di morte è inaccettabile ed inumana. E basterebbe vedere quanti innocenti sono stati giustiziati per una sentenza sbagliata.
Ecco, allora, che l’unica soluzione giuridicamente valida è la prescrizione che dà, da un lato, all’ordinamento giudiziario la possibilità di perseguire e punire – in tempi ragionevoli (anni) - il colpevole dei reati non gravissimi, dall’altro limita nel tempo la stortura di indagini e processi sine die che durino decenni senza che si arrivi al verdetto finale.
Del resto, proprio in tema di prescrizione del reato, il nostro codice penale precisa che non vi è prescrizione per i reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo. In questo caso, la prudenza e la saggezza del legislatore, vista la gravità del reato e l’offesa alla società, hanno previsto che il colpevole ne risponda usque ad mortem
Per i più “convinti” esiste – del resto – anche la possibilità di rinunciare alla prescrizione, anche per reati lievi.
E tutto questo è già realtà nel nostro ordinamento.
Basta dunque con riforme ignoranti, assurde, illogiche e che offendono i diritti fondamentali del cittadino.
Semmai, la politica si impegni alla maggiore efficienza del sistema giustizia, fondamentale per la società, fornendo i Tribunali di adeguate risorse, di personale e di strutture, realizzando una giustizia prossima e funzionale, senza allucinate revisioni e scarnificazioni degli uffici sul territorio e spaventevoli carenze di personale.
Questa sì che sarebbe, finalmente, una vera (e giusta) riforma.
By Michele Barbera  

venerdì 22 novembre 2019

AZIONISTI IN TRAPPOLA NELLE BANCHE POPOLARI



Tradizionalmente, le banche popolari hanno da sempre rappresentato un punto fermo nell’economia del territorio. Le banche popolari, nate da un’azionariato diffuso, di estremo coinvolgimento delle comunità locali, erano il volano di un circuito il più delle volte virtuoso che si distingueva anche per l’attenzione alla piccola impresa, agli artigiani ed in genere al tessuto economico locale.
Dal 2015 non è più così.
A farne le spese, ancora una volta, i soci. Quelli piccoli. In tutto il territorio nazionale.
Prima della famigerata riforma, che è stata “imposta” dall’Unione Europea, il valore della quota era attribuito dai soci nelle apposite assemblee annuali. Talvolta, però è capitato (i casi più estremi sono stati le Banche popolari venete) che i consigli di amministrazione gonfiassero, con l’aiuto di esperti prezzolati, il valore della singola quota. Ciò aveva un duplice effetto benefico: da un lato rassicurava il socio sulla tenuta del suo capitale in quote, dall’altro, rendeva grassi i bilanci delle banche.
Inutile dirlo, su questa prassi, malevola ed illecita, gli Organi di Vigilanza (leggi Banca d’Italia) non hanno fatto granché. Erano tutti contenti.
La fiducia di cui godeva la banca, pur su dati falsi, invogliava i depositi, creava masse di risparmio notevoli ed, in genere, c’era una certa riluttanza da parte del socio a monetizzare le quote, in quanto le famiglie vedevano l’investimento come sicuro e durevole.
Quando il sistema ha imposto la conversione delle quote in azioni, è avvenuto il corto circuito.
Intanto è scoppiata la bolla del valore “gonfiato”. Poi, i soci hanno dovuto fare i conti con la materiale impossibilità di vendere le azioni, sebbene quasi tutte le banche popolari siano quotate (inutilmente) ad un mercato secondario – l’HIMTF – che in realtà è poco frequentato e che ha visto deprezzarsi il valore della quota-azione delle varie banche popolari del 30/40%.
I volumi di scambio sono bassissimi e le Banche popolari – di fatto – con un’artata interpretazione del Testo Unico Bancario spesso rifiutano di rimborsare le quote-azioni al socio che intende uscire dal capitale sociale, prendendo a mente la necessità di salvaguardare il “capitale sociale”.
Di fatto, a meno che non si goda di “raccomandazioni” privilegiate (vedi il caso di Renzo Rosso e di Giuseppe Stefanel che hanno venduto le loro azioni di Banca Popolare di Vicenza realizzando utili per centinaia di migliaia di euro, quando già la banca era in crac e rifiutava di acquistare le azioni agli altri soci), il socio che vuole recedere dalla Banca ha solo due alternative: sperare di vendere ad altro privato (leggi “pollo”) o assoggettarsi alle macchinosità dell’HIMTF, senza nessuna garanzia di prezzo e di tempo.
Il semplice recesso, o l’esclusione (si pensi alla morte del socio), spesso fanno scattare nella Banca il rifiuto al rimborso, rifiuto che, legge alla mano, è sicuramente illegittimo.
Sono già in corso numerosi contenziosi, ed il caso è arrivato sin’anche all’Alta Corte di Giustizia Europea.
Vi sono interessanti pronunce dei Giudici di merito che ristabiliscono la legalità, denunciando gli abusi delle Banche.
Ancora una volta la politica è latitante ed al contrario di quanto strombazzano i politicanti di nuovo e vecchio corso, i risparmiatori fanno sempre più la figura di sprovveduti e la fine dei truffati, spesso perdendo i risparmi di una vita.
Ma il risparmio è o non è un valore tutelato dalla nostra Costituzione?
Abbasso i BANKSTERS!!!
By Michele Barbera


sabato 12 ottobre 2019

MILANO NERA WEB PRESS E NEROBRAND: IL RACCONTO "IN PUNTO DI MORTE" VINCITORE DEL CONCORSO





Ripropongo, su gentile richiesta di qualche "vecchio" mio lettore, il racconto vincitore del concorso "NEROBRAND" di MilanoNera WebPress. Il tutto con l'introduzione della Redazione di MilanoNera.

Michele Barbera, con il racconto In punto di morte, è il vincitore del primo concorso gratuito NeroBrand per spy story e Legal Thriller. La competizione, organizzata da ILoveFranchising in collaborazione con il magazine MilanoNera, ha goduto della partecipazione di oltre 200 scrittori, rendendo la selezione una sfida davvero ardua per la qualità dei testi in gara.
Ogni concorrente poteva partecipare con una sola opera al limite di tre cartelle dattiloscritte e il vincitore, scelto da una giuria redazionale e dallo scrittore Paolo Roversi, ha saputo organizzare un trama avvincente, condita d’ironia, all’interno di un intrigante racconto epistolare.
L’opera vincitrice è stata pubblicata sull’ultimo numero di IloveFranchising, free-press diffuso in 20.000 copie in occasione del RomeExpo, la fiera del franchising di Roma.

In punto di morte
Caro Giorgio,
Non immaginavo finisse così. Ho rifiutato l’ultimo ciclo di chemio. Sono stufo. I tre interventi chirurgici e non-so-quante flebo di pastrocchi chimici sono stati inutili. Sento che la linea del traguardo è vicina. Pericolosamente vicina. Voglio essere sveglio quando succederà, senza essere intontito da intrugli buoni solo per guerre batteriologiche. Sto qua pieno di tubi e cateteri, inchiodato a questo letto assurdo da trecento euro al giorno. Aspetto la fine. Con gli occhi aperti. Con il dolore che mi corrode da dentro. Ed a tentare di capire se tutto questo ha un senso. Stamattina ho parlato con un prete. Sì, proprio così, uno di quelli veri. Col collare e tutto. Lo sai, li ho sempre considerati come dei pedofili e sparaballe. Non ho mai creduto a quelle storielle sull’aldilà, il peccato e tutto. Ma con lui ho trovato la forza o, forse, una ragione per scriverti questa lettera. Ho preso le mie precauzioni. L’ho consegnata ad un notaio (sono attrezzati di tutto in questa merdosa Clinica per malati terminali). Non la riceverai prima che io faccia il grande salto. A quel punto non mi importerà più di niente. La metastasi mi avrà divorato e digerito.

So cosa ti ha roso il cervello negli ultimi quindici anni. La morte di tuo padre.
L’ho letto nei tuoi occhi quando da laureato sei entrato nel mio studio legale per la pratica. L’ho capito dall’avidità con cui hai rovistato i fascicoli in archivio per cercare il processo. Per studiarlo. Io sorridevo: sapevo che non avresti trovato nulla di interessante in quelle carte.

Ricordo ancora i titoli dei giornali all’indomani del fatto: UCCISO FACOLTOSO INGEGNERE. SOSPETTATA LA MOGLIE. Tua madre rischiava l’ergastoloUn rospo incredibilmente duro da ingoiare per un vispo ragazzetto di quindici anni, rampollo di uno dei casati più blasonati della buona borghesia milanese.

Lo ammetto: non è stato facile difenderla. E farla assolvere. Ci sono riuscito contro ogni naturale previsione. Ma a te è rimasto il dubbio sulla sua innocenza. Ti capisco. Sappilo: quando è successo il fatto tua madre era sconvolta. A quel punto, il mio intervento è stato provvidenziale. L’ho strappata alla scena del delitto e l’ho spedita con la macchina al più vicino centro commerciale: doveva spendere in diversi negozi e pagare con la carta di credito, facendosi notare il più possibile. Un alibi le sarebbe stato utile. Ho atteso un po’ dopo che lei se n’era andata. Poi ho alzato la cornetta del telefono dello studio di tuo padre (con un fazzoletto, per non lasciare impronte). Ho composto il numero di casa mia. Vantaggi di abitare da solo. Nessuno avrebbe risposto. Dopo tre squilli a vuoto si è inserito automaticamente il fax. Ho lasciato che l’odioso squittio riempisse la cornetta. Dai tabulati sarebbe risultato che l’ingegner Luigi Ambrosio aveva fatto l’ultima telefonata della sua vita al caro amico, l’avvocato Federico Gianguerri, e che si era intrattenuto amabilmente con lui per almeno dieci minuti. Mentre tua madre era a fare shopping.

Il fatto fu denunciato da tua madre al suo rientro, dopo cinque ore. Riferì con orrore che il marito era stato ucciso con un qualcosa (mai trovato) che gli aveva fracassato la tempia destra.
La Procura sospettò  subito di lei. Una giovane vedova che, forse, non aveva mai amato suo marito. E non solo per i vent’anni di età che li separavano. Si disse  che solo lei avrebbe potuto commettere il delitto: non vi erano segni di effrazione, tuo padre non aveva nemici e spuntarono fuori le liti e la recente minaccia di divorzio dell’ingegnere, stanco dei capricci della sua sposa bambina.
Il confronto tra l’ora del decesso, il tabulato telefonico e l’ora degli scontrini della carta di credito cancellò, però, i dubbi alla Corte di Assise. L’assoluzione fu pienamente meritata. Con tante scuse da parte della Procura.

Durante il processo non mancarono le difficoltà.
Potevamo mai immaginare che quel pidocchioso di José, il giardiniere sudamericano, avesse visto tua madre uscire subito dopo l’omicidio?
Il bastardo mi aveva pure osservato attraverso la vetrata dello studio mentre facevo la telefonata fantasma. Si servì di me per ricattare tua madre. Dovetti sborsare oltre cento milioni di lire per tacitarlo. Non bastarono. José voleva di più. Voleva tua madre, possederla fisicamente. Era impazzito, le sbavava dietro. Per me e tua madre il ricatto divenne insopportabile. Pianificammo tutto con calma. José morì durante il suo primo e ultimo appuntamento d’amore. Durante l’illusione del cedimento di quella che lui chiamava la Señora, si accasciò sul letto matrimoniale, ubriaco e avvelenato. Il corpo lo seppellimmo nel giardino sul retro della villa. Per quanto ne so è ancora là. Nessuno è mai venuto a chiedere di lui.
So quanto è stato difficile in questi anni crescere orfano e convivere con un sospetto terribile. Per quanto possibile, ti sono stato vicino.
Ma quello che stai leggendo non deve cambiare la tua opinione su tua madre.
Lei è veramente innocente per l’omicidio di tuo padre.
Ad ucciderlo sono stato io.

Era rientrato all'improvviso e ci aveva scoperti mentre facevamo l’amore. Una scena terribile. Minacciò di chiamare la polizia. Di fare scandalo. Dovetti inseguirlo semi nudo per tentare di persuaderlo.  Non ci sono riuscito…

Buona Lettura!
By Michele Barbera 

martedì 8 ottobre 2019

COME PIANGEREBBERO GLI ANGELI... DONNE E POESIA DI RENE' DEPESTRE




Una bellissima poesia sulle donne di René Depestre, poeta haitiano, esule a Cuba. Un artista poco conosciuto in Italia. 
René Depestre è stato definito dalla critica, il poeta del meraviglioso incarnato, di un'infanzia del cuore, capace di mostrarci attraverso la poesia la possibilità di avvicinarci, con i sentimenti, alla reciproca fraternità. 


Come piangerebbero gli angeli,
se la donna non esistesse.
Come avrebbero freddo gli alberi,
come avrebbe paura della mano dell’uomo,
il pane di primo mattino
ed il mare delle proprie onde,
se la donna non esistesse.
Come sarebbero soli i camini,
come piangerebbero gli angeli
nelle notti di pioggia,
come invecchierebbero presto gli dei
se la donna non esistesse.
II cielo sarebbe sempre corrucciato,
le api non avrebbero scoperto
iI miele, né l’uomo l’aratro,
né l’Indio la sua America,
né il cuore la poesia,
né le rondini la primavera,
né i popoli avrebbero trovato
iI loro orientamento nella rivoluzione,
se la donna non esistesse.
La vita sarebbe senza leggende,
senza sale, senza porte, senza bussola.
II giorno e la notte dormirebbero
sulla stessa sabbia fredda,
ed i galli invece di cantare
e gli alberi invece di fiorire
ed i poeti invece di amare
passerebbero il tempo a disegnare
piccole croci sui muri
sui letti, sui quadri
e le strade senza fine del mondo!

(René Depestre [Jacmel, Haiti, 1926- ed esule a Cuba],  da Poeta a Cuba, Edizioni Accademia, Milano, 1973 [a cura di Ugo Salati])

lunedì 16 settembre 2019

Il piacere di leggere: PICCOLA PRETURA di Giuseppe Guido Loschiavo


Sono veramente pochi i romanzi che fanno discutere – con tanto ed il contrario di tanto – anche a distanza di settant’anni dalla loro pubblicazione.
Come “Piccola Pretura” di Loschiavo.
Solo per questo il romanzo meriterebbe di essere letto e gustato.
Onore al merito, dunque, all'Editore Aulino che, con una coraggiosa scelta, ha deciso di donare ai lettori di oggi, in un'accattivante e nuova veste tipografica, il romanzo da cui Pietro Germi ha tratto nel 1949 il capolavoro del cinema “In nome della legge”, antesignano di una serie di fortunate pellicole ambientate in una Sicilia da feuilleton, da romanzi di cappa e spada, in cui il bene lottava eroicamente contro il male.
Germi girò il film, che taluni definirono - con modaiola ampollosità american style - “il primo western italiano”, nel centro siciliano di Sciacca. La città all’epoca ha fatto da sfondo, oggi diremmo location, anche ad altre sceneggiature di successo quali Sedotta ed abbandonata.
Ma di primati il romanzo ed il film, ne hanno altri.
Sia pure con sfumature narrative e stili differenti (ampiamente dibattute e discusse), sono precursori di quella multimedialità (cinema, libri, fiction, documentari) che i tuttologi chiamano “mafiologia”, termine ovvio che non sto qui a spiegare.
Ritornando al romanzo in sé, l'autore è Giuseppe Guido Loschiavo, un magistrato palermitano, nato nel 1899 e morto nel 1973. Loschiavo, che percorse tutta la carriera giudiziaria, sino ad arrivare a Presidente della Corte di Cassazione, pennellò l'opera di generosi e visibili tratti autobiografici. Loschiavo, a fronte delle persistenti polemiche innescate dai “mafiologi” (e di primo rango) sui suoi scritti, ebbe il lungimirante e mirevole buon senso di fregarsene. Con lo spirito di indipendenza proprio da magistrato, diede libero sfogo al suo pensiero dando alle stampe nel 1954 persino un contestatissimo e controverso articolo sulla morte di “don” Calò Vizzini il boss dei boss di Villalba.
Il giudice e scrittore G.G. Loschiavo
Quello che più colpisce è che a fulminare di strali il romanzo di Loschiavo non è il pensiero oscurantista o inquisitorio, ma l'avanguardia del progressismo laico e liberopensatore. Peccato che tutto avvenga a posteriori e non tenga conto né dell'epoca in cui il romanzo è stato scritto, né di quella in cui è stato ambientato.
Lo storico Antonino Cutrera, autore nel 1900 del saggio “La mafia ed i mafiosi”, corredato persino da una “mappa” della diffusione mafiosa in Sicilia, ben ritrae la confusione che vi era ad inizio secolo attorno al fenomeno mafioso, visto più come un dato sociologico che criminale. Il saggio ritrae a tutto tondo la querelle tra studiosi stranieri che accusano la forza criminale della mafia e i pensatori italiani che si rifugiano in immagini vetero-romantiche quali i Beati Paoli e le società carbonare segrete. Stupisce, per l'epoca, l'accuratezza del tedesco Carl August Schneegans che affermò “la mafia è ad ogni modo uno Stato nello Stato, rappresentando una forza illegale ed arbitraria, la quale invade l'ordine e la legalità”.
Oggi fanno riflettere le parole di Maria Falcone, sorella di Giovanni: “La mafia prima, non sapevamo cosa fosse. L'unica volta che ne parlammo in famiglia, quando abitavamo in via Castrofilippo, ricordo che fu in coincidenza con l'uscita del film “In nome della legge”. Ma anche in quel caso si rivelò un discorso su un problema che non sentivamo vicino a noi”.
Sciascia, il senatore comunista Berti, lo stesso Camilleri si sono scagliati, in tempi e modi diversi contro il film ed il romanzo, colpevoli, a loro dire, di ritrarre un matrimonio impossibile tra mafia e stato, tra il codice d'onore della mafia e la legalità.
Si tratta, è chiaro, di letture postume, non contestualizzate del romanzo, che non colgono la “zona grigia” del pensiero, anche giuridico, che ancora nel 1969 faceva statuire alla Corte di Assise di Bari che “non si potrà attribuire alla qualifica di “mafioso” se non il valore di semplice qualità personale rivelatrice di una spiccata potenzialità criminale ma non ancora produttiva di effetti penalmente rilevanti” (risultato: assoluzione di 64 imputati, fra cui Riina, Provenzano, Bagarella e Liggio).
Il comune sentire, anche giuridico, è figlio dei tempi e muta. E così, nel 2014, il giudice Scarpinato apostrofò il film come una trappola culturale, “una favola western ambientata in Sicilia con un epilogo utopistico e consolatorio: il capomafia che si toglie il berretto di fronte al giovane magistrato coraggioso e con tono da John Wayne esclama: “è ora di rientrare nella legge”.
È significativo, tuttavia, che un boss del calibro di Buscetta, davanti a Giovanni Falcone, dichiarò che il giudice gli trasmetteva la calma e la forza tranquilla della giustizia allo stesso modo del Pretore del film di Pietro Germi. Buscetta riconosceva che nel film il Pretore riusciva a piegare, dopo una lotta difficile, la legge della mafia a quella dello Stato.
Potrei continuare per pagine a riferire del pensiero contrastato sul romanzo di Loschiavo.
Voglio fermarmi qui.
Voglio lasciare i lettori approfittare dell'iniziativa di Aulino per gustare questa chicca letteraria che a buona ragione potremmo ascrivere quale classico con cui, nel bene e nel male, autori del calibro di Sciascia, Camilleri ed altri hanno dovuto fare i conti, narrativamente parlando.
Leggere del Pretore Guido Schiavi (richiamo onomobiografico dell'autore?) è come leggere dell'antesignano dello sciasciano capitano Bellodi o del nonno del commissario Montalbano.
La mafia, il baronesimo (crasi di barone e feudalesimo), la lotta della giustizia ed alla sopraffazione sociale, sono temi che il romanzo affronta nello spirito del suo tempo, con lo stile e la tempra di un’opera storica che tale vuole essere.
Il romanzo non ha dietrologie a cui rendere conto. Probabilmente, è più corretto vederlo come il diario postumo di un giovane magistrato che deve affrontare la realtà difficile di una Sicilia devastata dall'eredità post-borbonica e dell'annessione sanguinosa e violenta al Regno d'Italia che scagliò i suoi strali sopratutto contro le classi più povere, spazzando ogni resistenza con stragi ed eccidi capitanati da Garibaldi, servo utilmente idiota di lobby affaristico-politiche.
Se è sbagliato romanzare la mafia o, almeno, quella della post-Unità, altrettanto lo è esaltare il falso eroismo degli invasori piemontesi che alimentarono il risentimento popolare per i tanti atti di ingiustizia perpetrati.
Insomma, il romanzo va letto e discusso con gusto ed intelligenza, il dibattito è aperto: con l'unica certezza che la mafia va combattuta e deve essere sconfitta.
In nome della legge. Parola del Pretore Guido Schiavi.
By Michele Barbera

sabato 14 settembre 2019

SUPERIOR STABAT LUPUS...

Quanti lupi incontriamo ogni giorno!
Dedicato a... tutti gli agnelli, "vittime" della prepotenza e dell'arroganza, costretti a subire le falsità e le calunnie!

Da Fedro, Lupus et agnus, Fabulae 1.1
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant,
siti compulsi. Superior stabat lupus,
longeque inferior agnus. Tunc fauce improba
latro incitatus iurgii causam intulit;
'Cur' inquit 'turbulentam fecisti mihi
aquam bibenti?' Laniger contra timens
'Qui possum, quaeso, facere quod quereris, lupe?
A te decurrit ad meos haustus liquor'.
Repulsus ille veritatis viribus,
'Ante hos sex menses male' ait 'dixisti mihi'.
Respondit agnus 'Equidem natus non eram'.
'Pater hercle tuus' ille inquit 'male dixit mihi';
atque ita correptum lacerat iniusta nece.
Haec propter illos scripta est homines fabula
qui fictis causis innocentes opprimunt.
Traduzione all'italiano

Presso lo stesso ruscello erano giunti un lupo e un agnello
spinti dalla sete; di sopra stava il lupo
e di gran lunga più in basso l'agnello. Il birbante,allora,mosso dall'insaziabile gola,
cercò un pretesto di litigio.
"Perché" disse " hai reso torbida
l'acqua a me che bevo?" Il lanuto di rimando, timoroso:
"Come posso , di grazia,far ciò io, lupo?
l'acqua scorre da te ai miei sorsi"
Infastidito dalla forza della verità, quello ribatté:
"Sei mesi fa hai detto male di me."
Rispose l'agnello:"Per la verità non ero nato."
"Tuo padre, per Ercole,-disse quello- ha parlato male di me"
E così, afferratolo, lo fa fuori con ingiusta uccisione.
Questa favola è stata scritta per quegli uomini
che tormentano gli innocenti con falsi pretesti.

By Michele Barbera

venerdì 30 agosto 2019

SOPPRESSO L'UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI MENFI


Con decreto del 18/07/2019 il Ministro della Giustizia Bonafede ha statuito la cessazione del funzionamento del Giudice di Pace di Menfi. Ufficio soppresso. Amen. 
Si può dire "cronaca di una morte annunciata". 
Già nel recente passato, prima durante la sindacatura Botta e poi con Lotà, ci siamo battuti - nell'interesse pubblico - affinché l'Ufficio venisse mantenuto. 
Si era parlato del trasferimento dell'Ufficio in Piazza Vittorio Emanuele e della intitolazione dell'aula delle udienze alla memoria del Giudice di Pace Peppino Rotolo che rivestì con merito le funzioni.
Tutte chiacchiere.
E che dire di fronte all'ignavia, alla superficialità ed al disinteresse non solo delle Amministrazioni comunali di Menfi, ma anche di quelle facenti parte dell'Unione dei Comuni?
Agghiacciante il contenuto della nota del 30/01/2019, citata nella motivazione del decreto, con cui il Sindaco del Comune di Menfi ha comunicato al Ministro che "il Comune non è nelle condizioni di poter garantire una efficiente ed efficace funzionalità dell'ufficio del giudice di pace per carenza di risorse umane, considerato che non è pervenuta disponibilità da parte dei Comuni di Santa Margherita Belice, Montevago e Sambuca di Sicilia al trasferimento di unità di personale". 
Il Ministro ha preso atto ed ha chiuso l'ufficio. Punto.
Inutile ripetere e spiegare le funzioni pubbliche e la necessità di un presidio giudiziario di prossimità. 
Inutile quando ad ascoltare non c'è nessuno dei potenti, di quelli che siedono nella stanza dei bottoni. 
Menfi e la deprecabile ed assopita "Unione dei Comuni" perde un centro di vitale interesse per il pubblico e la cittadinanza dei quattro Comuni. 
Le ragioni di questa miopia amministrativa sono evidenti. 
Così in un silenzio fragoroso, un pezzo delle istituzioni va via dal territorio belicino. E tutto passa sotto un velo di ipocrisia istituzionale all'insegna del "non vedo, non sento e non parlo". 
Ogni ulteriore commento è superfluo.
By Michele Barbera


venerdì 23 agosto 2019

CHI CI CONDANNA A MORTE, OVVERO LA POLITICA IMBECILLE



Donald Trump, Presidente degli USA, Xi Jinping, Presidente della Cina, Vladimir Putin, Presidente della Russia, Jairo Bolsonaro, Presidente del Brasile.
Questi gli imbecilli che condannano il pianeta all’agonia ambientale.
Il primo imbecille è di sicuro Donald Trump che, con la sua politica negazionista del surriscaldamento e del climate change, ha dimostrato arroganza e spietatezza, nonché l’avidità tipica del tycoon finanziario. La sua speculazione è arrivata all’imbecillità pura tentando di “acquistare”, per depredarla e devastarla delle sue risorse, la Groenlandia.
Se gli Stati Uniti, prima nazione del mondo lo fanno, allora tutti possono farlo.
La Cina, dopo uno sviluppo industriale selvaggio, si è accorta nel 2015 che morivano di inquinamento 4000 persone al giorno e che l’inquinamento causava contraccolpi all’economia nel 2018 per un danno concreto di 33 miliardi di euro. Da allora i proclami ambientalisti sono stati tanti, ma – in concreto- cosa è stato fatto? Nulla o poco più. La preoccupazione della Cina è lo sviluppo industriale, mica la continua immissione di veleni nell’ambiente. Xi Jinping, Presidente della Cina, traccheggia, tentenna, discute e temporeggia. L'importante è il capitalismo cinese (sic!) che truffa ed invade gli occidentali con prodotti scadenti e simil-imitazioni.

Ancora più dannoso è stato ed è il famigerato ed ambiguo Vladimir Putin, vero dittatore “democratico”, con malcelate mire espansionistiche ed antioccidentali. Meglio una Siberia abitabile e sfruttabile. Meglio la speculazione, piuttosto che salvaguardare le millenarie foreste. E così ha dato il via. Incendi incontrollabili, “incidenti nucleari”, radiazioni, clima impazzito, etc… machissenefrega!!!
Che dire dell’ineffabile e bieco Jairo Bolsonaro, Presidente di un Brasile, che nega il disboscamento ed ha dato mano libera alle corporazioni degli agrari e degli allevatori per un disboscamento selvaggio delle foreste pluviali dell’Amazzonia, con incendi che si propagano senza che nessuno muova un dito?
E questo nonostante sia stato avviato, ad esempio, il Fondo governativo per la Foresta Amazzonica, dove le Nazioni dell’Occidente versano ogni anno decine di milioni di euro (solo la Norvegia negli ultimi anni ha versato un miliardo e duecento milioni di euro) per compensare il mancato reddito al Brasile.
Ci stanno condannando a morte. L’avidità, la speculazione, l’ingordigia di questi potenti non ha limiti e ci condurrà all’estinzione, con buona pace di Greta e dei suoi fan.
Questi politici corrotti e miopi, per scopi insani, diabolici e nichilisti, sono i veri terroristi del pianeta.
Sono stati capaci di destabilizzare l’intero ecosistema.
Questi sono i politici che andrebbero destituiti subito e giudicati per crimini contro l'umanità.
È davvero incredibile che i Capi delle quattro Nazioni più grandi ed importanti del Pianeta abbiano deciso di condannarci tutti a morte. Senza appello.
E tutto perché nella loro imbecillità non riescono a capire la gravità di quello che sta succedendo.
I loro soldi, le loro false ricchezze svaniranno di fronte all’agonia della Terra.
Mi fa ridere Ciuffone Trump che telefona a Putin la Faina, chiedendo se ha bisogno di aiuto per la Siberia. Di sicuro si saranno fatte quattro risate alle spalle dell’intera popolazione mondiale.
Vergogna!
By Michele Barbera

venerdì 16 agosto 2019

CASTELVETRANO: RICORDO DI VITO LIPARI, ASSASSINATO DALLA MAFIA



13 agosto 2019.  La mattina è assolata nelle campagne di Castelvetrano. Nella quiete di un'estate rovente, l’afa scalda rapidamente l’aria, quasi da togliere il respiro.
Lungo la strada che da Triscina conduce al centro abitato, all’uscita di una curva, sul margine destro della carreggiata, lo sguardo inciampa su una pietra, una stele sgrossata.
Solida, fissa, come il ricordo di una vita, come una ferita della memoria che non si è mai rimarginata. 
Semplice ed inamovibile, come la verità.
Nel 1980 in quel punto di strada non c’era alcuna stele.
Nella mattinata del tredici agosto di trentanove anni fa, Vito Lipari percorreva da solo, a bordo della sua macchina, quel tratto di asfalto anonimo che lo conduceva a Castelvetrano, città di cui era il Sindaco, il primo cittadino. La prima autorità. Il primo ostacolo.
Non erano anni facili. Così come non era facile fare politica, avere voglia di fare ed essere testimoni di idee, di verità, di giustizia. Ed essere coerenti con quegli ideali che allora si sposavano con le proprie azioni, con la propria condotta di vita.
Per chi non si piegava, per chi non accettava compromessi facili e non si prostrava succube alla speculazione criminale mafiosa, la “sentenza” era sbrigativa, feroce, senza appello, senza pietà, senza speranza.

Bastava dire “no”. O anche chiedere “perché”. O sapere ciò che era meglio ignorare.
Per chi era d’intralcio, di “ostacolo” alla mafia, la fine veniva decisa rapidamente e sommariamente.
Magari durante una cena fra “amici”, in modo tanto osceno, quanto cinico.
Così, dicono le carte processuali, o, almeno, “alcune” carte, fu deciso l’assassinio di Vito Lipari.
I colpi di arma da fuoco che risuonarono in quel punto della strada non volevano uccidere solo Vito Lipari, ma anche ciò in cui egli credeva e per cui aveva lottato, ed, assieme, la rabbiosa voglia di riscatto di una terra che vuole sciogliersi da una schiavitù atavica, da catene che da troppo tempo la opprimono. E spegnere la sua sete di libertà.
Dell’omicidio di Vito Lipari si occuparono, fra gli altri, Paolo Borsellino e Mauro Rostagno. 
Nomi pesanti nella storia della Sicilia che combatte la mafia, che hanno pagato con la vita il tributo alla ricerca della verità e l’attaccamento alla loro terra.
Come sempre accade in quelli che vengono definiti “omicidi eccellenti”,la verità processuale su Vito Lipari si è scontrata, e duramente, con la traggedia, il gioco sporco delle parti, con montature, alibi e depistaggi, con pentiti e con nomi pesanti dell’establishment mafioso siciliano, perdendosi nel labirinto sciasciano delle apparenze, delle mezze verità, delle collusioni e delle amicizie importanti.
Mentre osservo la stele che affida al tempo il ricordo di Vito Lipari, sento le parole tanto emozionate e commosse quanto efficaci ed accorate, del figlio Francesco, rivolte non solo alla folla di parenti ed amici presenti, ma, credo, ai siciliani tutti.
“Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi avrai ragione”. Francesco, nel discorso che ricorda il papà, cita Steve Jobs, un personaggio anni luce lontano da Vito Lipari, ma con in comune il tratto della coerenza, della tenacia, della resistenza ed attaccamento alle proprie idee ed alla propria voglia di fare.
Il successivo richiamo di Francesco alla Carta Costituzionale, “la più bella del mondo”, è forte ed intenso, così come la constatazione che la realtà, quella in cui viveva e lottava Vito Lipari, “era molto diversa”.
“Un lutto mai elaborato” da una Città, quella di Castelvetrano, che ha convissuto in maniera scomoda con la mafia, pagandone un prezzo altissimo, e che, ancora oggi, chiede verità e giustizia. Il ricordo di Vito Lipari, conclude Francesco, vuole essere “un atto di devozione alla mia Città, ai miei concittadini”.
Un atto di devozione, aggiungiamo noi, alle persone perbene, ai siciliani onesti, a coloro che credono nella redenzione di una terra ottenebrata dalla violenza malvagia di un mostro chiamato mafia.
By Michele Barbera

mercoledì 7 agosto 2019

DIFFAMAZIONE AGGRAVATA DALL'ODIO RAZZIALE: LA CONDANNA COLPISCE ANCHE I PARLAMENTARI


Il 22 luglio scorso la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sentenza n. 32862 ud. 07/05/2019 - deposito del 22/07/2019) ha affermato che è compatibile con il disposto dell'art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, l’applicazione dell’aggravante ex art. 3, comma 1, l. 25 giugno 1993, n. 205 (ora art. 604 ter cod. pen.), in relazione al reato di cui all’art. 3, comma 1, lett. a), l. 13 ottobre 1975, n. 654 (ora art. 604 bis cod. pen.) commesso da un parlamentare mediante dichiarazioni rese nel corso di un’intervista radiofonica, volgari ed irridenti nei confronti di esponenti dell’etnia Rom, ripetutamente associati ad una condizione di illegalità condivisa, per via genetica, dall’intero popolo, configurandosi in tal caso una manifestazione d’odio funzionale alla compressione dei principi di eguaglianza e libertà rientrante nelle "ipotesi eccezionali" individuate dalla giurisprudenza della Corte EDU, in presenza delle quali si giustifica l’ingerenza statuale punitiva nei confronti della libertà di espressione.
L'immunità parlamentare, dunque, sia pure "aumentata" dal diritto di cronaca, non esime da responsabilità il parlamentare che abbia effettuato pubbliche dichiarazioni che, per la loro offensività esulino dal contesto parlamentare e dall'autonomia dello stesso rispetto all'ordinamento che regola l'attività del comune cittadino. 
La sentenza è destinata da un lato a far discutere i paladini dell' "autonomia" delle "libere" propalazioni dei parlamentari, dall'altro fissa, con minuziosa specificità e richiami importanti ai principi costituzionali e consolidati filoni giurisprudenziali, i limiti della libertà di espressione dei componenti del Parlamento che, da un lato, hanno piena autonomia nell'esercizio delle loro funzioni, ma sono soggetti alla comune disciplina penalistica laddove le condotte e le dichiarazioni esondino le funzioni proprie dei parlamentari. 
Del che consegue che l'immunità parlamentare non si traduce a priori in una esenzione di responsabilità "generalizzata" o in una licenza di "libera offesa", specie se rivolte a etnie, razze o intere comunità che dir si voglia.
Chissà se "qualche" parlamentare potrà trarre da ciò una briciola di cauta saggezza.
Consentitemi di dirlo: ne dubito. 
By Michele Barbera