domenica 11 ottobre 2026

LA PACE CHE NESSUNO VUOLE

 


Le ultime dichiarazioni sul conflitto russo-ucraino del peggior presidente USA di sempre, Ciuffone detto Trump, spengono (sino al prossimo voltafaccia del medesimo) ogni possibilità di una fine del conflitto in modo pacifico, almeno fino a quando Zelensky (il pupo messo lì con la spinta proprio degli USA e della Nato) non se ne va o… viene fatto fuori (speriamo metaforicamente).

Ciuffone Trump, l’uomo che pretende il Nobel per la Pace dopo aver aizzato e scatenato ogni conflitto in ogni parte del globo terracqueo, avere assestato un efferato colpo di Stato nel Venezuela, peggiorando le cose se possibile, che vuole invadere ed appropriarsi del Canada, della Groenlandia e Cuba, che ha innescato una crisi petrolifera mondiale senza precedenti, scatenando una guerra con l’Iran di cui nessuno sentiva il bisogno, questo venditore di macchine usate e farlocche, debole con i forti e forte con i deboli, che considera l’Europa come una servetta straccivendola e la NATO come un obsoleto organetto stonato … Questo bambinone viziato e capriccioso ha sputato l’ennesima sentenza dopo essersi sottomesso al sanguinario dittatore russo, disprezzato fino al giorno prima.

E, allora, questa pace?

Non la vuole Putin. Nonostante dal giorno dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 (il ventesimo conflitto scatenato da Putin durante la sua dittatura) Putin e i suoi scagnozzi urlino che la Russia ha raggiunto i suoi obiettivi, la realtà è un’altra. L’operazione-lampo è diventata una guerra di logorio, dove tutti perdono. Centinaia di migliaia di soldati russi morti, la crisi economica che attanaglia il popolo russo, preziose risorse naturali svendute ai paesi fornitori di armi, la sottomissione alla Cina, etc,,, Tutto questo in cambio di che? Una porzione inutile di territorio alla Nazione che già è la più vasta della Terra? Putin non può accontentarsi di qualche fazzoletto di territorio ucraino. Deve dimostrare la vittoria del dittatore, con l’annientamento di Zelensky, terrorista e nazista e la sottomissione dell’Ucraina allo zar. Se Putin non vince, l’oligarchia russa non lo temerà più e lui finirà “suicidato” o “incidentato” come ha fatto con i suoi avversari per vent’anni. A ragion veduta avrebbe fatto meglio a comprarsi le elezioni in Ucraina, spendendo molto di meno e piazzando a Kiev un fantoccio come in Bielorussia.

Non la vuole Zelensky. Il presidente nerovestito trema come una foglia dopo che Trump ha dichiarato che lui è finito e che l’Ucraina ha bisogno di un nuovo leader. Lui è l’uomo dell’Occidente, del “finché c’è guerra c’è speranza”, che si è arricchito con il suo cerchio magico di milioni e milioni di eurodollari stornati ai genitori in Israele, occultati in attesa di una “pacificazione” che gli consentisse di ritirarsi all’estero dopo le fatiche ed il sangue (altrui) di una guerra fatta per conto terzi. Trema come una foglia, perché teme che se anche l'arcigna Von der Layen lo molla, per lui è finita. Si affanna a promettere a Macron & Co. lo sfruttamento futuro di mirabolanti risorse naturali che non sono sue e che probabilmente non saranno della futura Ucraina, ridimensionata nei confini e sfiancata dalla furia devastatrice russa. Trema, perché le dichiarazioni di Trump paiono più una licenza di uccidere che un calembour politico.

Non la vuole Trump. Nel caos generato dalla guerra il Ciuffone ha imparato a saltellare qua e là, spadroneggiando e rivendicando una superiorità USA ormai persa. Le sue uniche armi sono le minacce che spara a destra e sinistra secondo una confusa convenienza. Mercé i suoi accordi affaristici con Putin, ha ritirato ogni appoggio all’Europa, ha piegato gli USA alle Compagnie petrolifere predatorie che hanno messo le avide mani sulle risorse del Venezuela, ha innescato la guerra con l’Iran mandando in tilt il mercato petrolifero mondiale. A che pro? I meglio informati dicono che di suo abbia guadagnato qualche miliardo di dollari da che è Presidente. Il Ciuffone ora, dopo essersi riempito la saccoccia, spera di rimanere nella storia, magari affibbiando il suo nome a qualche Golfo, Oceano o Stretto. Questo perché i dispettosi parrucconi “truccati” del Nobel proprio non glielo vogliono dare. E lui piange con la bocca piena. Come i coccodrilli.

Non la vuole la cricca Von Der Leyen & Macron. L’Europa a trazione Von der Leyen ha fallito. L’azzimata nonnina crucca, figlia e serva delle multinazionali, che starebbe bene in qualche ospizio castellato a cinque stelle della Bavaria, nel conflitto russo ucraino ha sbagliato tutto. Anziché cercare il dialogo pacificatore con Putin all’inizio del conflitto o richiedere l’intervento dell’ONU ha preferito da subito gridare “Mamma arriva Putin!”, per schierarsi con uno Zelensky ringalluzzito dai portafogli europei. Gli analisti dicevano che “non bisognava umiliare la Russia” e che la sconfitta dell’Orso siberiano sarebbe stata un “vincere facile.” Non è stato così. Allora, si agita lo spettro dell’invasione russa dell’Europa, per costringere gli europei e quel fantasma che è diventata la Nato e per sperperare i soldi degli europei in una guerra inutile. Un conflitto che ha piegato l’Europa dopo le rovinose politiche della lunatica nonnina in materia di “green” e cavolate vaccinal-farmaceutiche. La vera sconfitta in questa “guerra” è l’Europa, ed il Ciuffone si sbellica dalle risa. Mi chiedo se la Nonnina si renda conto di quanto inquinamento abbia portato la guerra (e quanti rischi di danni nucleari). Altro che auto elettriche e batterie farlocche cinesi. La guerra ha messo in ginocchio l’intera economia europea che faticherà non poco (ci vorrano anni) a rialzarsi (guerra permettendo). Una pace senza ritorno economico e con l'attrazione dell'Ucraina nell'orbita politica russa, sancirebbe il fallimento di Von Der Leyen & co.

Il “Memorandum Alaska”. Da tempo circola nel deepweb un documento, in un inglese stentato, ma che ora appare profetico e quantomai inquietante. Cosa hanno detto (e soprattutto) pattuito Putin e Trump nel fatidico incontro in Alaska? C’è davvero stato un “Memorandum” che Putin e Lavrov richiamano ogni volta che Ciuffone ne spara una delle sue? Gli accordi in Alaska ci sono stati. E sono quantomai importanti per capire quello che sta succedendo oggi.

1. Non intervento della Russia nelle politiche americane nell’area atlantica: Putin non è intervenuto in Venezuela, né lo farà quando toccherà a Cuba o, possibilmente, Canada e Groenlandia.

2. Disimpegno USA nella NATO e nell’area euro-baltica. Gli USA non approveranno mai un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO. Anzi, il Ciuffone da un giorno all’altro e con la scusa del mancato appoggio all’attacco all’Iran ha ritirato progressivamente risorse militari dallo scacchiere europeo e baltico. L’Ucraina, prima o poi, con il mancato appoggio USA, rientrerà nell’orbita russa. A rischio la Moldavia ed i Paesi baltici... se Putin vivrà abbastanza. Quanto a Zelensky….

3. Ridimensionamento dell’IRAN. Sin da subito ha stupito che la Russia, che pure ha avuto nell’Iran un potente alleato nel conflitto ucraino, abbia voltato le spalle alla repubblica islamica di fronte all’aggressione USA. In tutto questo c’è una logica. Ma davvero credete che la Russia voglia ad un tiro di schioppo dai suoi confini una repubblica teocratica preda di ambizioni integraliste? E che possa riuscire ad avere un’arma nucleare? Per Putin ogni religione è buona fin quando sta al suo posto. Ha combattuto l’ISIS fuori e dentro i confini. Essendo l’Iran a rischio integralismo, una buona tirata della catena serve ad ammansire ogni velleità terroristica. Né Putin teme il venir meno delle armi iraniane… se l’USA ritira il suo sostegno a Kiev. Per le "motivazioni" degli USA alla guerra, Israele non basta. Fatevi due conti con il prezzo pazzo del petrolio e quanto hanno guadagnato le Compagnie con il "saliscendi" in base a quello che dice il Ciuffone ogni mattina.

4. Ridimensionamento della CINA. Il nemico del mio nemico è mio amico. Massima vecchia ma sempre attuale. USA e RUSSIA tollerano male l’espansionismo economico cinese. E sanno che da soli non lo possono contrastare. L’unica via è sedersi ad un unico tavolo per porre delle regole: l’apertura dello Stretto di Hormuz consentirà alla Cina di riaprire la rotta dei propri scambi commerciali ma la Cina dovrà limitare le sue attività e le sue ambizioni in Africa a favore di Russia e della ”democrazia” importata dall’America.

E l’Europa? Provate ad indovinare…

By Michele Barbera



sabato 10 ottobre 2026

ANNE CARSON, PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2026

 


La scelta dell’Accademia Svedese anche per quest'anno ha rispettato la tradizione che vuole che negli anni pari il Premio Nobel per la Letteratura vada ad una donna.

Meno scontata è stata la scelta di ANNE CARSON, letterata, poetessa scrittrice e saggista canadese che, di sicuro non se l’aspettava, visto che per comunicarle la vincita del Nobel l’hanno dovuta rintracciare in Islanda, mentre – si dice – ascoltava il rumore del vento.

Anne Carson non è un'autrice che si può ascrivere con facilità ad un perimetro stilistico o una categoria di genere letterario. È di formazione rigorosamente e felicemente classica, ha tradotto i poeti e gli autori di tragedie greche, ha affondato i suoi studi nella tradizione latina, ha insegnato nelle Università canadesi e statunitensi, ha scritto oltre venti libri di letteratura “ibrida”: saggi, traduzioni, poesie, a volte mescolando nel suo linguaggio, stili e generi in una sorta di zibaldone di leopardiana memoria. Proprio sull'uso del linguaggio come mezzo espressivo dell'interiorità, la letterata canadese afferma: «Il linguaggio è ciò che attenua il dolore di vivere con gli altri, il linguaggio è ciò che fa riaprire le ferite.»

Espressività amplificata è la poesia che diventa un moltiplicatore dei sentimenti, un acceleratore di emotività: «Se la prosa è una casa, la poesia è un uomo in fiamme che la attraversa correndo molto velocemente.»

Carson ha interpretato a modo suo gli autori classici, di cui oltre che profonda conoscitrice è una vera e propria innamorata, con esiti a volte non esenti da dotte polemiche o, forse, di felici dibattiti. Dalla poesia lunga ai “frammenti” di Men in the Off Hours (2000), la sua è stata chiamata una letteratura di destrutturazione e ricostruzione, di rielaborazione, se non di una vera e propria “frammentazione”, diretta erede della tradizione ellenica. 

La parola, in versi, saggi, epigrammi e a volte epitaffi, diventa strumento duttile, con cui scolpire semeioticamente e comunicare la propria sensibilità umana e a volte con richiami diretti a una trascendenza con il sentimento del divino. Afflato richiamato da chiose delle Confessioni di S. Agostino, presente nei suoi versi come una dimensione non puramente spirituale, ma come presenza intima, quasi fisica, quotidiana, animata da un'attrazione spasmodica.

Nei versi liberi, epigrammatici ma anche nei componimenti più estesi, si percepisce l’influenza della poetessa Saffo, in cui il sentimento dell’amore umano è acceso di ardente passione e di dolore irrazionale allo stesso tempo: «Il desiderio raddoppiato è amore e l'amore raddoppiato è follia.» Ed ancora: «Quando io ti desidero, una parte di me non c’è più: la tua mancanza è la mia mancanza. Non avrei desiderio di te, se tu non mi avessi consumato.»

Una delle opere saggistiche della Carson è intitolata appunto “Eros, il dolce amaro”, nel sentimento gianiforme ed ambiguo dell’amore che è soddisfacimento e appagamento dei sensi, ma genera anche l’inquietudine ed il dolore del distacco tra l’amante e l’amato, divisi insondabilmente da un vuoto che genera inquietudine.

In “Era una nuvola” Anne Carson ripropone la tragedia euripidea di Elena in chiave assolutamente moderna e attuale. La denuncia della guerra come conflitto ingiusto ed iniquo che coinvolge l’individuo e la società e il contestuale desiderio tormentato di pace, ed esalta la condizione della donna che lotta per la propria affermazione nella società come portatrice di valori positivi ed evolutivi. Scrive la Carson con mirabile sincretismo concettuale: «Perché esiste la tragedia? Perché sei pieno di rabbia. Perché sei pieno di rabbia? Perché sei pieno di dolore.»

La cifra stilistica dell’autrice è dunque una riscoperta, anzi una reinterpretazione, della classicità non nella sua fissità, nell’immobile e museale analisi filologica, ma come strumento epistemologico, come chiave per scoprire una modernità che abbraccia l’individuo ed è in grado di penetrarne le sottigliezze dell’essere, mettendone a nudo i sentimenti ed i conflitti.

Mi piace chiudere questo mio “invito” alla lettura di Anne Carson con la citazione delle “Confessioni” che la Carson pospone alla poesia “I nottambuli”: “Ma dico di sapere decisamente che il tempo passato non ci sarebbe, se nulla passasse. E il futuro non ci sarebbe, se nulla stesse arrivando. E il presente non ci sarebbe, se nulla fosse.”

By Michele Barbera



martedì 29 settembre 2026

ANNULLATE SANZIONI INPS AD UN IMPRENDITORE SACCENSE PER OLTRE 50.000 EURO

 


Con due distinte Sentenze (32/2025 e 209/2026) i Giudici del Lavoro del Tribunale di Sciacca hanno annullato tre diverse ordinanze ingiunzioni emesse da parte dell’INPS di Agrigento a carico di un imprenditore di Sciacca per un totale che superava i cinquantamila euro. Le ordinanze erano state notificate a seguito di alcuni accertamenti su presunte omissioni contributive.

Avv. Salvatore Galluzzo
Gli avvocati Salvatore Galluzzo e Michele Barbera del Foro di Sciacca hanno impugnato le ordinanze dell’INPS in due diversi giudizi davanti il Giudice del Lavoro del Tribunale di Sciacca, eccependo in diversi motivi la violazione da parte dell’INPS sia della normativa di depenalizzazione delle omissioni contributive, sia la normativa relativa all’accertamento ed irrogazione delle sanzioni amministrative.

Le istruttorie processuali che si sono svolte in modo minuzioso, hanno posto in essere le diverse illegittimità e irregolarità delle originarie ordinanze a fronte delle quali l’INPS - in corso di causa – era stato indotto ad adottare un provvedimento in autotutela per la revoca dei provvedimenti impugnati e la riduzione al minimo delle sanzioni. Circostanza che comportava comunque l’annullamento delle originarie ordinanze e sanzioni.

All’esito dei processi, le ordinanze, anche alla luce dei provvedimenti in autotutela e della violazione delle disposizioni della L.689/81 relative alla tempestività dell’accertamento ed alla irrogazione delle penalità a carico dell’imprenditore saccense sono state comunque annullate.

By Giuseppe Russo


domenica 20 settembre 2026

ALESSANDRIA DELLA ROCCA, INTITOLATA LA PIAZZA AL BEATO ROSARIO LIVATINO

 


La data del 22 agosto 2026 è destinata a rimanere nella Storia Civica della comunità alessandrina. Nella sapida cornice del “Mennula Fest 26”, arricchito dalle eccellenze gastronomiche del territorio e dalla folta presenza di Gruppi Folcloristici di tutto il mondo, sulle note patriottiche della Fanfara dei Bersaglieri si è svolta la solenne cerimonia di intitolazione della Piazza principale della cittadina al Beato Rosario Angelo Livatino, fortemente voluta dall’Amministrazione guidata dal Sindaco Prof. Salvatore Mangione, come ulteriore occasione di crescita del territorio e di promozione della cultura della legalità. Una fortunata contaminazione tra la fede religiosa, l'impegno civico e la promozione sociale della comunità.

Presieduta da S.E. il Prefetto di Agrigento, Dott. Salvatore Caccamo, compartecipata da una folta rappresentanza dei Sindaci del Territorio, dall’On.le Maria Margherita La Rocca Ruvolo, dalle massime Autorità di Polizia e delle Forze dell’Ordine, da don Mario Sorce, in rappresentanza di S.E.R. Mons. A. Damiano, Vescovo di Agrigento, dalle Associazioni intitolate al Giudice canicattinese, martire della Fede, ed alla presenza di un numeroso pubblico particolarmente attento, la cerimonia ha avuto attimi di intensa commozione e di fervente memoria per la figura del Giudice barbaramente assassinato dalla mafia.

Nella motivazioni ufficiale dell’intitolazione si legge: “Con la ridenominazione dell’antica Piazza Cavour, Alessandria della Rocca consegna alla propria memoria collettiva il nome di un uomo che ha incarnato i valori più alti della Repubblica. Non è soltanto di toponomastica: è la scelta di una comunità che riconosce nel sacrificio del magistrato un patrimonio civile ed educativo da custodire e trasmettere. Questa Piazza vuole essere un luogo di incontro, di educazione civica e di speranza, dove il ricorso del Beato Rosario Livatino continui a ispirare, soprattutto nelle nuove generazioni, il rispetto della legalità, della giustizia e della dignità di ogni persona”.

È seguita anche, come espressione dell’impegno civico sul fronte della legalità della comunità alessandrina ed attestazione del forte legame civico tra la Comunità alessandrina e le Istituzioni, il conferimento della Cittadinanza Onoraria del Comune a S.E. Dott. Salvatore Caccamo Prefetto di Agrigento, al Vice prefetto Vicario Dott.ssa Elisa Vaccaro ed al Dirigente della Prefettura Dott. Giuseppe Montana, figure che si sono particolarmente distinte per l’attenzione dedicata al territorio alessandrino ed alle istanze provenienti da una comunità simbolo del riscatto economico e sociale dell’entroterra agrigentino e che manifesta un particolare attaccamento ai valori civici ed istituzionali.



Seguitissimi ed applauditi gli interventi di S.E. Dott. Caccamo, dell’On.le La Rocca Ruvolo che ha parlato anche a nome dell’Amministrazione Regionale, del Prof. Salvatore Mangione, Sindaco di Alessandria, dei rappresentanti delle Associazioni.


C’eravamo anche noi ed abbiamo avuto occasione di ricordare, davanti al qualificatissimo pubblico, la figura di Rosario Livatino con le parole del nostro libro a lui dedicato per la promozione della causa del martirio, “Nessuno è luce a se stesso”. Un saggio che ha anticipato e sostenuto il martirio in odium fidei, ma che è stato per l'autore, soprattutto, una ricerca dello spirito, una scoperta mai finita di una figura eroica nel silenzio quotidiano della sua vita e che è diventata, dopo la morte, l’eco incessante dei valori cristiani che permeano la nostra terra, recando il messaggio rivoluzionario che ciascuno di noi può essere credibile testimone di Fede con il proprio lavoro, silenzioso e quotidiano, che diventa, nelle parole del Beato Rosario, “dedizione di sé a Dio”.



By Michele Barbera


sabato 5 settembre 2026

L’ISLAM E IL DOMINIO ARABO DELLA SICILIA: UNA BRUTTA E SANGUINARIA STORIA (CHE NON VOGLIAMO SI RIPETA)

 



Da 1500 anni l’islam assedia l’Occidente. Con una ossessiva e violenta voglia di occupazione e di sopraffazione del cristianesimo. 
La Sicilia, e parte dell’Italia meridionale, hanno già vissuto il dramma dell’occupazione araba per due secoli a cavallo tra l’800 ed il 1060, anno della riconquista dell’isola da parte dei Normanni.
Ai nostri giorni, l’islam non utilizza più gli assalti pirateschi e le scorribande armate. 
Si insinua nelle comunità occidentali con la taqiyya, la dissimulazione, un approccio menzognero e buonista che nasconde i fini di occupazione e le reali intenzioni di sopraffazione. 
Si confondono tra i profughi, propagandano un islam "moderato" e progressista con l’utilizzo strumentale di figure femminili a mostrare donne emancipate e libere. Sedicenti portavoce propugnano l’uguaglianza di diritti, il rispetto delle minoranze e la libertà di culto, stringono pseudoalleanze con movimenti politici che aprono alle istanze islamiche, etc…
Tutta questa finzione è destinata a cadere non appena il rapporto di forza con il territorio cambia. Allora subentra la dottrina coranica e la sharia, la legge islamica dura e repressiva. Inesorabilmente.
In Sicilia già nell’anno 827 gli arabi avevano invaso e preso d’assalto diverse città dell’isola dando vita ad assedi e battaglie furibonde e sanguinarie. Girgenti fu distrutta nell’829 dagli arabi per ritorsione,  a seguito di un capovolgimento di fronte che li aveva costretti a fuggire verso Mazara.
La resa di Palermo agli arabi nell’anno 831 costò la vita, secondo lo storico Ibn al-Athir, a circa 70.000 palermitani con il drammatico spopolamento della città. Dopo toccò a Siracusa, ed anche lì gli arabi si diedero a saccheggi, massacri, distruzione e uccisione di migliaia di siracusani, specie quelli che si erano rifugiati nelle chiese cristiane. Imprigionarono l’arcivescovo Sofronio che fu condotto in catene a Palermo. Nel 902 la “guerra santa” condotta dall’emiro Ibrahim II, assediò Taormina e condusse al saccheggio della città ed alla strage di donne, bambini e uomini. Il vescovo Procopio rifiutò di abiurare la fede cristiana e venne torturato ed ucciso. Il resoconto arabo parla di un crollo quasi totale della popolazione che abitava la città.
E questo è quello che successe solo ad alcune delle maggiori città siciliane.
I siciliani che non si vollero convertire all’islam divennero “dhimmi” e dovevano pagare la  “jizya” la tassa che grava su cristiani ed ebrei (viene applicata anche oggi negli stati islamici).Non solo ma non potevano edificare luoghi di culto, né manifestare in pubblico la loro fede cristiana o, tantomeno, fare apostolato o proselitismo cristiano.
La storiografia ufficiale ricorda gli arabi come fautori di progresso nell’agricoltura e nell’architettura ma il prezzo che i siciliani hanno dovuto pagare in termini di vite umane è stato altissimo. L’islamizzazione dell’isola fu un processo violento e sopraffattore.
Non fu semplice per i normanni restituire l’isola al cristianesimo, tanto è vero che, dopo la sconfitta degli arabi da parte di Ruggero d’Altavilla, ci vollero ben due secoli di difficile convivenza, lotte e battaglie.
Il retaggio culturale e sociale islamico è stato ben più pesante.
Molti studiosi, anche dell’Accademia della Crusca, propendono che la “mafia” siciliana derivi concettualmente dall’arabo mo'afiah che significa tracotanza, arroganza ed, allo stesso tempo, protezione. Così come, l’intolleranza allo Stato ufficiale e la preferenza a volere regolare i dissidi all’interno delle singole comunità con la legge della violenza e dell’”onore” che supera e sovrasta quella dello Stato.
Anche la condizione della donna siciliana, che nell’islam è subordinata e soggetta al volere dell’uomo (come un oggetto o un bene qualsiasi), è stata influenzata negativamente dall’occupazione araba. Per le donne siciliane, sino alla metà del secolo scorso, era normale uscire velate sul capo a nascondere sin anche i capelli, portare vesti lunghe quasi sempre di nero, per coprire il corpo e celare le forme, così come essere naturalmente sottomesse al volere del patriarca della famiglia.
Più di due secoli di oppressione araba dell’isola sono stati difficili da cancellare. E non sono sicuro che ci siamo riusciti del tutto.
Si guardi al lato africano ed asiatico del Mediterraneo.
L’Egitto, la Siria, la Turchia, l’Africa settentrionale, i territori del Magreb erano territori di religione cristiana, conquistati e sottomessi dall’islam con altrettante guerre e violenze. Nessuno ha potuto restituire a queste popolazioni la libertà e la tolleranza del cristianesimo. I cristiani a tutt’oggi sono malvisti e mal sopportati. In Nigeria oggi ed in altre zone d’Africa si sta consumando il martirio collettivo di intere popolazioni, uccise solo perché cristiane e perché rifiutano di convertirsi all'islam.
Ma l’islam non è soddisfatto.
Il sogno di Maometto di conquistare Roma e sradicare il cristianesimo è vivo e vegeto negli animi di decine di migliaia di mussulmani fanatici, ben lieti di sacrificare la loro vita con il martirio, magari ammazzando gli infedeli (anzi i “cani” infedeli) e conquistare così il sollazzo nell’improbabile paradiso con le 72 vergini.
La “guerra santa” non è finita. E l’islam non scenderà mai a patti con il cristianesimo.
By Michele Barbera