lunedì 16 settembre 2019

Il piacere di leggere: PICCOLA PRETURA di Giuseppe Guido Loschiavo


Sono veramente pochi i romanzi che fanno discutere – con tanto ed il contrario di tanto – anche a distanza di settant’anni dalla loro pubblicazione.
Come “Piccola Pretura” di Loschiavo.
Solo per questo il romanzo meriterebbe di essere letto e gustato.
Onore al merito, dunque, all'Editore Aulino che, con una coraggiosa scelta, ha deciso di donare ai lettori di oggi, in un'accattivante e nuova veste tipografica, il romanzo da cui Pietro Germi ha tratto nel 1949 il capolavoro del cinema “In nome della legge”, antesignano di una serie di fortunate pellicole ambientate in una Sicilia da feuilleton, da romanzi di cappa e spada, in cui il bene lottava eroicamente contro il male.
Germi girò il film, che taluni definirono - con modaiola ampollosità american style - “il primo western italiano”, nel centro siciliano di Sciacca. La città all’epoca ha fatto da sfondo, oggi diremmo location, anche ad altre sceneggiature di successo quali Sedotta ed abbandonata.
Ma di primati il romanzo ed il film, ne hanno altri.
Sia pure con sfumature narrative e stili differenti (ampiamente dibattute e discusse), sono precursori di quella multimedialità (cinema, libri, fiction, documentari) che i tuttologi chiamano “mafiologia”, termine ovvio che non sto qui a spiegare.
Ritornando al romanzo in sé, l'autore è Giuseppe Guido Loschiavo, un magistrato palermitano, nato nel 1899 e morto nel 1973. Loschiavo, che percorse tutta la carriera giudiziaria, sino ad arrivare a Presidente della Corte di Cassazione, pennellò l'opera di generosi e visibili tratti autobiografici. Loschiavo, a fronte delle persistenti polemiche innescate dai “mafiologi” (e di primo rango) sui suoi scritti, ebbe il lungimirante e mirevole buon senso di fregarsene. Con lo spirito di indipendenza proprio da magistrato, diede libero sfogo al suo pensiero dando alle stampe nel 1954 persino un contestatissimo e controverso articolo sulla morte di “don” Calò Vizzini il boss dei boss di Villalba.
Il giudice e scrittore G.G. Loschiavo
Quello che più colpisce è che a fulminare di strali il romanzo di Loschiavo non è il pensiero oscurantista o inquisitorio, ma l'avanguardia del progressismo laico e liberopensatore. Peccato che tutto avvenga a posteriori e non tenga conto né dell'epoca in cui il romanzo è stato scritto, né di quella in cui è stato ambientato.
Lo storico Antonino Cutrera, autore nel 1900 del saggio “La mafia ed i mafiosi”, corredato persino da una “mappa” della diffusione mafiosa in Sicilia, ben ritrae la confusione che vi era ad inizio secolo attorno al fenomeno mafioso, visto più come un dato sociologico che criminale. Il saggio ritrae a tutto tondo la querelle tra studiosi stranieri che accusano la forza criminale della mafia e i pensatori italiani che si rifugiano in immagini vetero-romantiche quali i Beati Paoli e le società carbonare segrete. Stupisce, per l'epoca, l'accuratezza del tedesco Carl August Schneegans che affermò “la mafia è ad ogni modo uno Stato nello Stato, rappresentando una forza illegale ed arbitraria, la quale invade l'ordine e la legalità”.
Oggi fanno riflettere le parole di Maria Falcone, sorella di Giovanni: “La mafia prima, non sapevamo cosa fosse. L'unica volta che ne parlammo in famiglia, quando abitavamo in via Castrofilippo, ricordo che fu in coincidenza con l'uscita del film “In nome della legge”. Ma anche in quel caso si rivelò un discorso su un problema che non sentivamo vicino a noi”.
Sciascia, il senatore comunista Berti, lo stesso Camilleri si sono scagliati, in tempi e modi diversi contro il film ed il romanzo, colpevoli, a loro dire, di ritrarre un matrimonio impossibile tra mafia e stato, tra il codice d'onore della mafia e la legalità.
Si tratta, è chiaro, di letture postume, non contestualizzate del romanzo, che non colgono la “zona grigia” del pensiero, anche giuridico, che ancora nel 1969 faceva statuire alla Corte di Assise di Bari che “non si potrà attribuire alla qualifica di “mafioso” se non il valore di semplice qualità personale rivelatrice di una spiccata potenzialità criminale ma non ancora produttiva di effetti penalmente rilevanti” (risultato: assoluzione di 64 imputati, fra cui Riina, Provenzano, Bagarella e Liggio).
Il comune sentire, anche giuridico, è figlio dei tempi e muta. E così, nel 2014, il giudice Scarpinato apostrofò il film come una trappola culturale, “una favola western ambientata in Sicilia con un epilogo utopistico e consolatorio: il capomafia che si toglie il berretto di fronte al giovane magistrato coraggioso e con tono da John Wayne esclama: “è ora di rientrare nella legge”.
È significativo, tuttavia, che un boss del calibro di Buscetta, davanti a Giovanni Falcone, dichiarò che il giudice gli trasmetteva la calma e la forza tranquilla della giustizia allo stesso modo del Pretore del film di Pietro Germi. Buscetta riconosceva che nel film il Pretore riusciva a piegare, dopo una lotta difficile, la legge della mafia a quella dello Stato.
Potrei continuare per pagine a riferire del pensiero contrastato sul romanzo di Loschiavo.
Voglio fermarmi qui.
Voglio lasciare i lettori approfittare dell'iniziativa di Aulino per gustare questa chicca letteraria che a buona ragione potremmo ascrivere quale classico con cui, nel bene e nel male, autori del calibro di Sciascia, Camilleri ed altri hanno dovuto fare i conti, narrativamente parlando.
Leggere del Pretore Guido Schiavi (richiamo onomobiografico dell'autore?) è come leggere dell'antesignano dello sciasciano capitano Bellodi o del nonno del commissario Montalbano.
La mafia, il baronesimo (crasi di barone e feudalesimo), la lotta della giustizia ed alla sopraffazione sociale, sono temi che il romanzo affronta nello spirito del suo tempo, con lo stile e la tempra di un’opera storica che tale vuole essere.
Il romanzo non ha dietrologie a cui rendere conto. Probabilmente, è più corretto vederlo come il diario postumo di un giovane magistrato che deve affrontare la realtà difficile di una Sicilia devastata dall'eredità post-borbonica e dell'annessione sanguinosa e violenta al Regno d'Italia che scagliò i suoi strali sopratutto contro le classi più povere, spazzando ogni resistenza con stragi ed eccidi capitanati da Garibaldi, servo utilmente idiota di lobby affaristico-politiche.
Se è sbagliato romanzare la mafia o, almeno, quella della post-Unità, altrettanto lo è esaltare il falso eroismo degli invasori piemontesi che alimentarono il risentimento popolare per i tanti atti di ingiustizia perpetrati.
Insomma, il romanzo va letto e discusso con gusto ed intelligenza, il dibattito è aperto: con l'unica certezza che la mafia va combattuta e deve essere sconfitta.
In nome della legge. Parola del Pretore Guido Schiavi.
By Michele Barbera

sabato 14 settembre 2019

SUPERIOR STABAT LUPUS...

Quanti lupi incontriamo ogni giorno!
Dedicato a... tutti gli agnelli, "vittime" della prepotenza e dell'arroganza, costretti a subire le falsità e le calunnie!

Da Fedro, Lupus et agnus, Fabulae 1.1
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant,
siti compulsi. Superior stabat lupus,
longeque inferior agnus. Tunc fauce improba
latro incitatus iurgii causam intulit;
'Cur' inquit 'turbulentam fecisti mihi
aquam bibenti?' Laniger contra timens
'Qui possum, quaeso, facere quod quereris, lupe?
A te decurrit ad meos haustus liquor'.
Repulsus ille veritatis viribus,
'Ante hos sex menses male' ait 'dixisti mihi'.
Respondit agnus 'Equidem natus non eram'.
'Pater hercle tuus' ille inquit 'male dixit mihi';
atque ita correptum lacerat iniusta nece.
Haec propter illos scripta est homines fabula
qui fictis causis innocentes opprimunt.
Traduzione all'italiano

Presso lo stesso ruscello erano giunti un lupo e un agnello
spinti dalla sete; di sopra stava il lupo
e di gran lunga più in basso l'agnello. Il birbante,allora,mosso dall'insaziabile gola,
cercò un pretesto di litigio.
"Perché" disse " hai reso torbida
l'acqua a me che bevo?" Il lanuto di rimando, timoroso:
"Come posso , di grazia,far ciò io, lupo?
l'acqua scorre da te ai miei sorsi"
Infastidito dalla forza della verità, quello ribatté:
"Sei mesi fa hai detto male di me."
Rispose l'agnello:"Per la verità non ero nato."
"Tuo padre, per Ercole,-disse quello- ha parlato male di me"
E così, afferratolo, lo fa fuori con ingiusta uccisione.
Questa favola è stata scritta per quegli uomini
che tormentano gli innocenti con falsi pretesti.

By Michele Barbera

venerdì 30 agosto 2019

SOPPRESSO L'UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI MENFI


Con decreto del 18/07/2019 il Ministro della Giustizia Bonafede ha statuito la cessazione del funzionamento del Giudice di Pace di Menfi. Ufficio soppresso. Amen. 
Si può dire "cronaca di una morte annunciata". 
Già nel recente passato, prima durante la sindacatura Botta e poi con Lotà, ci siamo battuti - nell'interesse pubblico - affinché l'Ufficio venisse mantenuto. 
Si era parlato del trasferimento dell'Ufficio in Piazza Vittorio Emanuele e della intitolazione dell'aula delle udienze alla memoria del Giudice di Pace Peppino Rotolo che rivestì con merito le funzioni.
Tutte chiacchiere.
E che dire di fronte all'ignavia, alla superficialità ed al disinteresse non solo delle Amministrazioni comunali di Menfi, ma anche di quelle facenti parte dell'Unione dei Comuni?
Agghiacciante il contenuto della nota del 30/01/2019, citata nella motivazione del decreto, con cui il Sindaco del Comune di Menfi ha comunicato al Ministro che "il Comune non è nelle condizioni di poter garantire una efficiente ed efficace funzionalità dell'ufficio del giudice di pace per carenza di risorse umane, considerato che non è pervenuta disponibilità da parte dei Comuni di Santa Margherita Belice, Montevago e Sambuca di Sicilia al trasferimento di unità di personale". 
Il Ministro ha preso atto ed ha chiuso l'ufficio. Punto.
Inutile ripetere e spiegare le funzioni pubbliche e la necessità di un presidio giudiziario di prossimità. 
Inutile quando ad ascoltare non c'è nessuno dei potenti, di quelli che siedono nella stanza dei bottoni. 
Menfi e la deprecabile ed assopita "Unione dei Comuni" perde un centro di vitale interesse per il pubblico e la cittadinanza dei quattro Comuni. 
Le ragioni di questa miopia amministrativa sono evidenti. 
Così in un silenzio fragoroso, un pezzo delle istituzioni va via dal territorio belicino. E tutto passa sotto un velo di ipocrisia istituzionale all'insegna del "non vedo, non sento e non parlo". 
Ogni ulteriore commento è superfluo.
By Michele Barbera


venerdì 23 agosto 2019

CHI CI CONDANNA A MORTE, OVVERO LA POLITICA IMBECILLE



Donald Trump, Presidente degli USA, Xi Jinping, Presidente della Cina, Vladimir Putin, Presidente della Russia, Jairo Bolsonaro, Presidente del Brasile.
Questi gli imbecilli che condannano il pianeta all’agonia ambientale.
Il primo imbecille è di sicuro Donald Trump che, con la sua politica negazionista del surriscaldamento e del climate change, ha dimostrato arroganza e spietatezza, nonché l’avidità tipica del tycoon finanziario. La sua speculazione è arrivata all’imbecillità pura tentando di “acquistare”, per depredarla e devastarla delle sue risorse, la Groenlandia.
Se gli Stati Uniti, prima nazione del mondo lo fanno, allora tutti possono farlo.
La Cina, dopo uno sviluppo industriale selvaggio, si è accorta nel 2015 che morivano di inquinamento 4000 persone al giorno e che l’inquinamento causava contraccolpi all’economia nel 2018 per un danno concreto di 33 miliardi di euro. Da allora i proclami ambientalisti sono stati tanti, ma – in concreto- cosa è stato fatto? Nulla o poco più. La preoccupazione della Cina è lo sviluppo industriale, mica la continua immissione di veleni nell’ambiente. Xi Jinping, Presidente della Cina, traccheggia, tentenna, discute e temporeggia. L'importante è il capitalismo cinese (sic!) che truffa ed invade gli occidentali con prodotti scadenti e simil-imitazioni.

Ancora più dannoso è stato ed è il famigerato ed ambiguo Vladimir Putin, vero dittatore “democratico”, con malcelate mire espansionistiche ed antioccidentali. Meglio una Siberia abitabile e sfruttabile. Meglio la speculazione, piuttosto che salvaguardare le millenarie foreste. E così ha dato il via. Incendi incontrollabili, “incidenti nucleari”, radiazioni, clima impazzito, etc… machissenefrega!!!
Che dire dell’ineffabile e bieco Jairo Bolsonaro, Presidente di un Brasile, che nega il disboscamento ed ha dato mano libera alle corporazioni degli agrari e degli allevatori per un disboscamento selvaggio delle foreste pluviali dell’Amazzonia, con incendi che si propagano senza che nessuno muova un dito?
E questo nonostante sia stato avviato, ad esempio, il Fondo governativo per la Foresta Amazzonica, dove le Nazioni dell’Occidente versano ogni anno decine di milioni di euro (solo la Norvegia negli ultimi anni ha versato un miliardo e duecento milioni di euro) per compensare il mancato reddito al Brasile.
Ci stanno condannando a morte. L’avidità, la speculazione, l’ingordigia di questi potenti non ha limiti e ci condurrà all’estinzione, con buona pace di Greta e dei suoi fan.
Questi politici corrotti e miopi, per scopi insani, diabolici e nichilisti, sono i veri terroristi del pianeta.
Sono stati capaci di destabilizzare l’intero ecosistema.
Questi sono i politici che andrebbero destituiti subito e giudicati per crimini contro l'umanità.
È davvero incredibile che i Capi delle quattro Nazioni più grandi ed importanti del Pianeta abbiano deciso di condannarci tutti a morte. Senza appello.
E tutto perché nella loro imbecillità non riescono a capire la gravità di quello che sta succedendo.
I loro soldi, le loro false ricchezze svaniranno di fronte all’agonia della Terra.
Mi fa ridere Ciuffone Trump che telefona a Putin la Faina, chiedendo se ha bisogno di aiuto per la Siberia. Di sicuro si saranno fatte quattro risate alle spalle dell’intera popolazione mondiale.
Vergogna!
By Michele Barbera

venerdì 16 agosto 2019

CASTELVETRANO: RICORDO DI VITO LIPARI, ASSASSINATO DALLA MAFIA



13 agosto 2019.  La mattina è assolata nelle campagne di Castelvetrano. Nella quiete di un'estate rovente, l’afa scalda rapidamente l’aria, quasi da togliere il respiro.
Lungo la strada che da Triscina conduce al centro abitato, all’uscita di una curva, sul margine destro della carreggiata, lo sguardo inciampa su una pietra, una stele sgrossata.
Solida, fissa, come il ricordo di una vita, come una ferita della memoria che non si è mai rimarginata. 
Semplice ed inamovibile, come la verità.
Nel 1980 in quel punto di strada non c’era alcuna stele.
Nella mattinata del tredici agosto di trentanove anni fa, Vito Lipari percorreva da solo, a bordo della sua macchina, quel tratto di asfalto anonimo che lo conduceva a Castelvetrano, città di cui era il Sindaco, il primo cittadino. La prima autorità. Il primo ostacolo.
Non erano anni facili. Così come non era facile fare politica, avere voglia di fare ed essere testimoni di idee, di verità, di giustizia. Ed essere coerenti con quegli ideali che allora si sposavano con le proprie azioni, con la propria condotta di vita.
Per chi non si piegava, per chi non accettava compromessi facili e non si prostrava succube alla speculazione criminale mafiosa, la “sentenza” era sbrigativa, feroce, senza appello, senza pietà, senza speranza.

Bastava dire “no”. O anche chiedere “perché”. O sapere ciò che era meglio ignorare.
Per chi era d’intralcio, di “ostacolo” alla mafia, la fine veniva decisa rapidamente e sommariamente.
Magari durante una cena fra “amici”, in modo tanto osceno, quanto cinico.
Così, dicono le carte processuali, o, almeno, “alcune” carte, fu deciso l’assassinio di Vito Lipari.
I colpi di arma da fuoco che risuonarono in quel punto della strada non volevano uccidere solo Vito Lipari, ma anche ciò in cui egli credeva e per cui aveva lottato, ed, assieme, la rabbiosa voglia di riscatto di una terra che vuole sciogliersi da una schiavitù atavica, da catene che da troppo tempo la opprimono. E spegnere la sua sete di libertà.
Dell’omicidio di Vito Lipari si occuparono, fra gli altri, Paolo Borsellino e Mauro Rostagno. 
Nomi pesanti nella storia della Sicilia che combatte la mafia, che hanno pagato con la vita il tributo alla ricerca della verità e l’attaccamento alla loro terra.
Come sempre accade in quelli che vengono definiti “omicidi eccellenti”,la verità processuale su Vito Lipari si è scontrata, e duramente, con la traggedia, il gioco sporco delle parti, con montature, alibi e depistaggi, con pentiti e con nomi pesanti dell’establishment mafioso siciliano, perdendosi nel labirinto sciasciano delle apparenze, delle mezze verità, delle collusioni e delle amicizie importanti.
Mentre osservo la stele che affida al tempo il ricordo di Vito Lipari, sento le parole tanto emozionate e commosse quanto efficaci ed accorate, del figlio Francesco, rivolte non solo alla folla di parenti ed amici presenti, ma, credo, ai siciliani tutti.
“Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi avrai ragione”. Francesco, nel discorso che ricorda il papà, cita Steve Jobs, un personaggio anni luce lontano da Vito Lipari, ma con in comune il tratto della coerenza, della tenacia, della resistenza ed attaccamento alle proprie idee ed alla propria voglia di fare.
Il successivo richiamo di Francesco alla Carta Costituzionale, “la più bella del mondo”, è forte ed intenso, così come la constatazione che la realtà, quella in cui viveva e lottava Vito Lipari, “era molto diversa”.
“Un lutto mai elaborato” da una Città, quella di Castelvetrano, che ha convissuto in maniera scomoda con la mafia, pagandone un prezzo altissimo, e che, ancora oggi, chiede verità e giustizia. Il ricordo di Vito Lipari, conclude Francesco, vuole essere “un atto di devozione alla mia Città, ai miei concittadini”.
Un atto di devozione, aggiungiamo noi, alle persone perbene, ai siciliani onesti, a coloro che credono nella redenzione di una terra ottenebrata dalla violenza malvagia di un mostro chiamato mafia.
By Michele Barbera