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domenica 21 giugno 2026

MENFI: CHE FINE HA FATTO LA SEDE AVIS?


 

Domenica 14 giugno è stata la Giornata Mondiale del Donatore di sangue. Si sono moltiplicati appelli alla donazione come dovere civico, come atto di solidarietà sociale, di una generosità verso chi non conosciamo ma che – in quel preciso momento - ha un bisogno vitale.
Tutto giusto e sacrosanto.
Poi mi guardo attorno. A Menfi.Sono, per così dire, un veterano dell’AVIS. La mia prima donazione è stata nel 1987, ora siamo quasi a quaranta.
A Menfi l’AVIS ha un patrimonio di quattrocento donatori effettivi, più quelli saltuari. Il direttivo è formato da gente volenterosa, entusiasta che trova nel lavoro associativo un momento sincero di impegno civico. E i sacrifici, le discussioni, la stanchezza, tutto scompare di fronte ai frutti di un lavoro che spesso è nascosto, se non incompreso dai più.
Eppure, nonostante la preziosa ovvietà della presenza e dell’attività dell’AVIS nella comunità, a Menfi si è sempre dovuto combattere per avere una sede dignitosa, per assicurare che i donatori trovino un ambiente il più possibile accogliente, che si trovino a proprio agio nel donare e che siano invogliati a tornare a dare testimonianza della loro generosità.
Tutto sembrava risolto con l’assegnazione dei locali in Corso dei Mille. Già si discuteva di una inaugurazione ufficiale, di intitolare la sala donatori al compianto Gaspare Zinna, già comandante dei vigili urbani e pioniere della donazione di sangue a Menfi.
Al solito, tutto è svanito.
L’ASP di Agrigento, o chi per lei, ha sfrattato in quattro e quattr’otto la Sezione AVIS, per ubicarvi provvisoriamente la Guardia Medica ed il Pronto Soccorso. 
Mi chiedo: quanti anni deve durare questo “provvisorio”?
Ora pare che l’ASP stia trasferendo il Pronto Soccorso, ma con l’idea di mantenere nei locali scippati all’AVIS la Guardia Medica.
E stavolta non ci sarebbe niente di provvisorio.
Stare a recriminare sullo sfacelo della sanità menfitana serve a poco.
Ma è possibile che una comunità che d’estate arriva tranquillamente a comprendere almeno 25-30 mila persone deve accettare in modo masochistico la spoliazione continua di tutti gli uffici pubblici, le risorse pubbliche e del territorio, le strutture associative di pubblica utilità?
Ed il bello è che ad utilizzare le donazioni AVIS sono in primo luogo le strutture sanitarie del territorio in mano all’ASP, la quale sollecita continuamente l’AVIS ad aumentare le donazioni!
Vergogna.
Se è vero che il pesce puzza dalla testa, le recenti dimissioni del Direttore Generale dell’ASP, alimentate da vicende di cronaca giudiziaria non proprio edificanti, danno la cifra della miopia con cui ha agito l’ASP nel corso degli anni. ASP che, beninteso, si è ingrassata con i beni dell’ex-Ospedale Giambalvo scippati anche questi ai menfitani, vicenda su cui è meglio stendere un velo pietoso.
Mi auguro che la vicenda della Sede dell’AVIS segua sorte migliore dei tanti uffici pubblici, strutture e risorse che sono state eliminate dal territorio, desertificandolo.
Vogliamo chiarezza, come soci e come donatori MENFITANI, da parte dell’ASP!
E mi auguro, sopratutto, che chi di dovere comprenda che le donazioni di sangue non sono e non possono essere occasione di scambi politici o burocratici. Almeno questo capitelo. La generosità dei donatori non può essere vittima di giochetti di potere o scontare una miope e masochista amministrazione sanitaria che complica anziché risolvere. È un dovere pubblico a tutela della salute di migliaia di cittadini. E la sede AVIS è patrimonio di tutti, non certo dei donatori.
Chi ha bisogno della trasfusione non può aspettare. Spesso è questione di vita o di morte. 
Una donazione in meno è una speranza di vita tolta. Ricordatelo alle vostre coscienze.
By Michele Barbera


lunedì 21 luglio 2025

MENFI: RISORSE IDRICHE E TUTELA DELL'ACQUA PUBBLICA

 

Avrei voluto partecipare e con interesse al Consiglio comunale scorso sulla gestione pubblica dell'acqua e sulla necessità di costituire la "Consulta idrica" cittadina da tempo ostacolata ingiustamente da posizioni miopi e politicamente avventate. 
Avrei voluto porre a tutti i Consiglieri i seguenti semplici quesiti: 
1. Avete idea delle risorse idriche di Menfi e che fine fanno?
2. Avete idea delle politiche di Siciliacque per le suddette risorse?
3. Avete idea delle politiche della Regione Siciliana sulle risorse idriche?
Non voglio risposte avventate, ma invito tutti ad una riflessione. Seria.
I tanti decantati Pozzi in C.da Feudotto ( meno male che ci sono) sono stati scavati ai margini del c.d. Bacino Menfi-Capo S. Marco, una complessa rete idrografica che comprende la zona del Magaggiaro, il Comune di Montevago e si estende sino a lambire la frazione di S. Anna e il territorio saccense sino a Capo San Marco. 
Il complesso, negli atti del Piano regionale di Tutela delle Acque, viene definito una "risorse rilevante e strategica", anche se ha una contraddittoria valutazione dal punto di vista chimico (buona) e ambientale (scadente). 
In un documento del 2024, Siciliacque afferma testualmente:  Dai pozzi Feudotto di Menfi, profondi 250 metri, si ricavano 40 litri al secondo che alimentano l’acquedotto Garcia. 
In un anno Siciliacque preleva circa un miliardo e mezzo di litri (pari a un milione e mezzo di metri cubi) dai pozzi di Menfi per un acquedotto che serve tre province. Ammesso e non concesso che le dichiarazioni di Siciliacque siano veritiere. 
Ancora, l'acqua dei pozzi di Menfi finisce nell'acquedotto Garcia che, secondo le politiche scellerate di Siciliacque, rilevata da un documento del 25 febbraio 2025, aumenterà la portata dagli attuali 450 litri al secondo a 760 litri al secondo. 
Va da sé che a Siciliacque poco interessa il Comune di Menfi e la sua rete idrica e tantomeno i bisogni dei menfitani. Quel che conta sono i pozzi. Poco importa se periodicamente i tubi di prelievo dei pozzi devono essere abbassati di quota stante l'esaurimento della falda. Sempre più giù...
La guerra che ha fatto Siciliacque a chi si è opposto alla costruzione dell'acquedotto che dall'invaso Garcia porta in provincia di Trapani (100 ml. di euro) per servire i Comuni di Mazara, Marsala e Petrosino, è stata devastante, ma quel che più ha colpito è che nessuna istituzione pubblica ha saputo difendere il proprio territorio e le proprie risorse. Nemmeno Menfi, che sui pozzi in questione si ritrova un adduttore che può prelevare in qualsiasi momento ulteriore acqua secondo i desideri di Siciliacque.
L'intervento evidente della lungimirante politica trapanese ha fatto il resto. Sta di fatto che in provincia di Trapani la risorsa idrica sta diventando assai strategica e rilevante, anche con la riattivazione dei dissalatori. Mentre da noi...
Badate bene che Siciliacque non è pubblica. 
E' una società per azioni in cui c'è IDROSICILIA al 75%. Questa società è una controllata di ITALGAS s.p.a., una società quotata in Borsa, che appartiene a sua volta a CDP Reti s.p.a., SNAM s.p.a., e poi al board di Siciliacque siedono i banchieri di Lazard LLC, Romano Minozzi, Credit Agricole e Blackrock Inc.. Investimenti, speculazione, profitti.
I pacchetti azionari passano di mano in mano secondo l'appetibilità finanziaria ed economica della Società Siciliacque spa. La Regione Siciliana si "deve" accontentare di un miserabile 25% del capitale, non idoneo a prendere qualsiasi decisione, ma solo a regalare due posti in consiglio di amministrazione, utili e strumentali come "sottogoverno". 
Il criterio è il profitto, il metro gli investimenti, il guadagno il minor costo sulla risorsa prima. 
In pratica, Siciliacque s.p.a. vende ai Siciliani la stessa acqua dei Siciliani, ricavandoci un bel guadagno: il risultato del bilancio 2024 di Siciliacque S.p.A. è stato un utile di €.5.557.437,00.
Pagati dai Siciliani, ovviamente.
A chi gioca sui guadagni non interessa investire sui dissalatori, come - ad esempio -  ha fatto meritoriamente la Regione Puglia che ha acquisito il 100% del capitale di Acquedotto Pugliese. Grazie ad una adeguata strategia economica,  recentemente ha costruito il più grande dissalatore di Europa, e  ha anche concesso ai pugliesi un "bonus idrico" per le fasce più disagiate. 
E da noi?
Vergogna assoluta. Reti fatiscenti, zero investimenti produttivi, nessuna strategia sulla circolarità dell'acqua mediante i dissalatori, se non la gestione di una emergenza permanente. 
Questo è il risultato di Siciliacque che, purtroppo, è in mano solida di un gruppo di privati che fanno profitti, non della Regione. 
Questa è privatizzazione dell'acqua pubblica. Senza se e senza ma. 
Tutto questo è sconfortante, specie per il nostro futuro. Per il futuro dei menfitani e dell'intera Regione. 
Stiamo promuovendo un gruppo d'opinione per convincere la Regione ad acquisire l'intero capitale di Siciliacque, a fare investimenti sensati e puntati alla circolarità della risorsa idrica non semplicemente alla trivellazione del suolo ed alla costruzione di mega-acquedotti, costosi, inutili e dannosi per l'ambiente. 
Bisogna muoversi.
Ecco perché i menfitani si devono tutelare, anche con la Consulta idrica cittadina. 
E' vero che non esiste un obbligo generale di costituzione della Consulta idrica cittadina, ma è anche vero che la legge prevede la partecipazione dei Comuni al Servizio Idrico Integrato e la costituzione di organismi di partecipazione dei cittadini per coinvolgere i cittadini nelle scelte e decisioni relative al servizio idrico. 
E' strano che perfino la vituperata AICA ha una propria Consulta idrica e a Menfi... non solo non la vogliamo costituire, ma litighiamo come i polli di manzoniana memoria che, anziché unirsi mentre li volevano mettere nella pentola a bollire, sbertucciavano tra loro. 
Riflettete cari amici del Consiglio Comunale. Permettetemi di dirvi che siamo giunti ad un bivio. Non c'è più tempo per litigare inutilmente. I nostri carnefici hanno già acceso il fuoco. 
Riflettete.
Michele Barbera 


martedì 30 luglio 2024

LA SICILIA VERSO LA DESERTIFICAZIONE


 

Sino a qualche anno fa, gli studi agronomici preventivavano che entro il 2030 un terzo della Sicilia sarebbe stato a “rischio” desertificazione.
Oggi la realtà è ben più drammatica. L’inettitudine di una classe politica da quarant’anni a questa parte ha aggravato la cronica “siccità” dell’isola sino a farne una perenne emergenza e una drammatica calamità.
I modelli matematici parlano di uno-due anni di “sopravvivenza” idrica dell’isola. A meno di un miracolo divino, i siciliani - fra poco meno di due anni - vivranno in un territorio massimante a carattere desertico, con il settore primario (agricoltura e pastorizia) che da eccellenza del territorio, diventerà marginale. L’economia della Regione entrerà in un costante processo recessivo e l’emigrazione diventerà una necessità.  
Oggi dei 24 invasi presenti nell’isola sei sono prosciugati e gli altri vedono progressivamente calare il loro livello.
La Giunta regionale ha delegato a Prefetti e commissari vari la patata bollente, che parlano di trivelle e pozzi come se il sottosuolo dell’isola fosse pieno d’acqua e così facendo innescano un irreversibile depauperamento dei bacini e l’ulteriore degrado del territorio.
Tutto è sbagliato. Non è questa la strada, caro Presidente Schifani.
In Puglia Emiliano, ha speso 100 milioni di euro per fare il più grande dissalatore d’Europa.
In Sicilia si è speso 100 milioni di euro per un inutile acquedotto che va dall’invaso Garcia sino al trapanese. Come se il Garcia, che peraltro è oasi naturale, fosse strapieno di acqua e non, invece, boccheggiante come è all’attualità. Vogliamo porre fine a questo dramma che è ormai una farsa?
Caro Presidente Schifani, perché non mettiamo un po’ di sale in zucca e azioniamo il cervello?
1. Togliere di mezzo Siciliacque. Un carrozzone, inutile, spaventoso, drammatico. Che ragiona con logiche di profitto, divora risorse, manca di progettualità e investimenti sociali. A parte il fatto che è privata, la Società è stata incapace di fare fronte a qualsiasi emergenza, miope nella logica di profitto, preferisce trivellare e rivendere l’acqua ai siciliani piuttosto che fare investimenti a lungo termine che possano abbassare i costi del servizio idrico per tutti i siciliani.
2. Togliere di mezzo le varie società d’ambito. Sono carrozzoni elettorali, moltiplicano i passaggi burocratici, hanno un costo inutile e si sono dimostrati assolutamente inefficienti.
3. Istituire un’unica agenzia regionale PUBBLICA con uffici centralizzati a cui delegare la programmazione per obiettivi ed efficiente per la tutela ed la circolarità delle risorse idriche. L’Agenzia deve avere al suo interno sezioni provinciali in modo da coordinare l’intervento pianificatore per singola provincia. Delegare ai Comuni la gestione premiale territoriale delle reti con interventi di monitoraggio e manutenzione della rete idrica locale, per evitare le perdite e le dispersioni.
4. Riattivare e progettare i dissalatori alimentandoli con energia solare. È l’unico modo per rendere circolare la risorsa idrica e costituire una fonte rinnovabile per l’agricoltura e l’uso civico. Costa molto di più fare fronte ad un’emergenza diventata cronica e che nei prossimi anni diverrà insostenibile dal punto di vista ambientale e finanziario. Basta un solo progetto, modulare, con i dissalatori di nuova generazione, che possa essere utilizzato per ogni nuovo dissalatore. Non occorre fare nove-dieci progetti.
5. Programmare la manutenzione degli invasi e dei corsi d’acqua. Per consentire l’immagazzinamento dell’acqua nei periodi piovosi ed evitare esondazioni, dissesti e fenomeni alluvionali. La Regione dispone di numerosi studi sulle zone franose e quelle più soggette a dissesto idrogeologico. Mettiamoli a frutto.
6. Favorire il rimboschimento anche nelle aree private. Rimboschimento e reddito sostitutivo per le aree incolte con formule crescenti e premiali per i privati in parallelo con l’anzianità dei boschi. Ciò favorisce la manutenzione degli alberi e riduce il rischio incendi, motivando il privato a custodire la risorsa boschiva ed evitare la desertificazione e l’abbandono dei terreni. Un bosco riduce il degrado del territorio, l’impatto delle alte temperature, favorisce il microclima e depura l’aria.
Sembrano compiti giganteschi, ma non lo sono: è una visione chiara e fattibile, aliena da logiche speculative e di profitto. E se non si inizia non si arriverà mai. Iniziamo dalla parte burocratica. Non ci sono alibi.  Non possiamo stare a piangere mentre in tutto il mondo si sbracciano per risolvere il problema della siccità mentre noi siamo bravi solo a farci del male.
La Sicilia e soprattutto i siciliani non lo meritano, caro Presidente.
By Michele Barbera


martedì 10 ottobre 2023

VIOLATE LE REGOLE SUL GIUSTO PROCESSO: LA CORTE DI CASSAZIONE ANNULLA CONDANNA AD UN MENFITANO

 


Depositate le motivazioni del provvedimento con cui la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha annullato la condanna ad un quarantesettenne menfitano per minacce, violenza e mancato assolvimento agli obblighi di assistenza e di mantenimento nei confronti dei familiari.
La Corte di Appello di Palermo aveva ritenuto, durante il processo di impugnazione, che sussistessero gli estremi per la conferma della condanna penale alla reclusione per il menfitano M.G. per fatti risalenti al 2017.
Le motivazioni della sentenza di appello sono state impugnate con ricorso per cassazione dal nostro studio legale nella ritenuta sussistenza di palesi violazioni alla normativa sul giusto processo e sulla nullità degli atti, in particolare della sentenza.
In particolare, sono state rilevate, davanti la Corte di Cassazione, numerosi vizi relativi all’adozione della decisione di condanna avuto riguardo alle regole prescritte dal codice di procedura penale e nella  redazione della sentenza.
Tali regole, poste a presidio della corretta delibazione degli atti da parte della Corte, risultavano oggettivamente violate nella redazione della sentenza, con riguardo alla formazione delle parti processuali ed alla loro presenza, alla corretta individuazione del Giudice di prime cure, alla natura e quantità della pena applicata ed alla corretta sussunzione della fattispecie nella delineata decisione della Corte di Appello.
La Procura Generale della Corte di Cassazione ha condiviso il ricorso ed il Procuratore ha concluso anch’egli per l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della condanna, rilevando la violazione formale delle norme sul giusto processo penale.
Il Collegio della Sesta Sezione della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso ed ha annullato la condanna.
La sentenza è sintomatica dell’attenzione che durante il processo si deve prestare non solo durante la delicata fase dibattimentale, ma anche nella redazione dei provvedimenti che non possono utilizzare schemi stereotipi o motivazioni preconfezionate ma debbono necessariamente aderire alle peculiari caratteristiche della fattispecie.
Questo è il giusto processo, il solo che può garantire equanimità e giustizia, nel rispetto delle regole democratiche.
La sentenza dimostra, inoltre, come – molto spesso – non bastano due gradi di processo per pervenire ad una decisione conforme alle risultanze probatorie ed ai criteri di giustizia ed equità che devono presiedere all’ufficio del giudice. Non si tratta di mero garantismo, ma di rispetto della dignità della funzione giudiziaria, espressione viva di indipendenza e democrazia.
È con soddisfazione che accogliamo la decisione della Corte di Cassazione che conferma, laddove vi sia il bisogno, che solo una disamina attenta e serena, scevra da pregiudizi, da parte dei Giudici può condurre ad una soluzione processuale rispettosa dei canoni costituzionali, sostanziali e processuali, soprattutto nel delicato settore della giustizia penale, che non può indulgere in approssimazioni e carenze nel valutare la responsabilità dei cittadini.  
By Studio Legale Barbera Press Team

lunedì 20 marzo 2023

L’ACQUEDOTTO INUTILE, ANACRONISTICO E DANNOSO DI SICILIACQUE (Società a capitale privato per il 75%)

Invaso Garcia


Siciliacque insiste per realizzare il suo acquedotto. Per farlo ha dato al Comune di Menfi risposte generiche, errate e fuorvianti, dicendo che provvederà a modificare il progetto.
Perché?
Semplice, perché realizzando l’acquedotto rivende ai siciliani l’acqua che loro stessi hanno.
È il sogno di ogni imprenditore: avere il prodotto da vendere a costo quasi zero, senza problemi di approvvigionamento.
Ma da altre parti (Italia) che succede?
Regione Puglia. Acquedotto Pugliese”, società interamente pubblica, di cui è proprietaria la Regione Puglia, con le risorse del PNRR sta realizzando il più grande dissalatore ad osmosi inversa d'Italia. Il costo? Cento milioni di euro, lo stesso del nostro fantomatico acquedotto.
Però, Acquedotto Pugliese è società pubblica che non guarda al solo profitto e con la realizzazione del dissalatore preserverà le risorse idriche della regione e migliorerà le falde acquifere pugliesi.
Ecco come si fa un'opera utile.
In Israele il 90% dell’acqua potabile deriva da azioni di recupero.
In Arabia è stato sviluppato il primo dissalatore ad impatto zero che disseterà un nucleo di città costruite nel mezzo del deserto.
Le Isole Canarie hanno in fase di realizzazione un impianto dissalatore autoalimentante che sarà ubicato nell’oceano.
La dissalazione effettuata con energie rinnovabili costituisce una delle sfide principali per il futuro dei Paesi soggetti a scarsità idrica e le zone aride, dove i dissalatori sono più usati, sono anche quelle con il maggior irraggiamento solare e quindi più̀ adatte al fotovoltaico.
Udite udite, anche il mitico Musumeci, intervistato dal Messaggero, nella nuova veste di ministro ha detto la sua: “contro la siccità, secondo il ministro della Protezione Civile e del Mare, Nello Musumeci, uno degli obiettivi del governo è "investire in dissalatori e depuratori". Per Musumeci, bisogna "guardare al modello israeliano per ridurre gli sprechi, ad esempio non usare acqua potabile per irrigare i campi".
Siciliacque, invece, per fare l’acquedotto ha dismesso il dissalatore di Trapani (ritenuto antieconomico), ed ha abbandonato l’idea di costruire un dissalatore a Marsala.
Tanto c’è il Garcia. Dove l’acqua si può prelevare senza problemi. È davvero così?
L’invaso del Garcia ha una capacità di 80 milioni di metri cubi. Ma per la quasi totalità del tempo e delle stagioni non riesce ad andare oltre la metà della capienza. Per di più non dimentichiamo che l’acqua del Garcia dovrebbe servire il comprensorio agricolo Sicilia-ovest ed è pure destinata ad usi civili.
Quest’anno, a marzo 2023, nei 25 invasi siciliani mancavano all’appello ben 230 milioni di metri cubi di acqua. Proprio il Garcia registrava a marzo un volume di appena 39 milioni di mc, mentre l’anno scorso nello stesso periodo erano 55.
Il progetto Siciliacque ha una portata stimata di oltre 300 l/s. L’approvvigionamento dal Garcia (che peraltro è un’area naturale protetta) è stimato in circa 6 milioni di mc all’anno.
In caso di cicli temporali siccitosi a farne le spese sarà in primo luogo l’agricoltura, in quanto l’uso civico avrà la precedenza. Non solo, ma il progetto prevede che il “nuovo sistema di adduzione sia il più universale possibile, con la capacità di sostituzione di qualsiasi altra fonte locale”.
Nella Relazione Generale del progetto si afferma che le risorse Garcia “nodo Menfi” e Montescuro ovest sono “complementari” fino al raggiungimento della portata di 300 l/s. E nel caso si può sostituire il deficit di risorsa con “temporanei maggiori prelievi da Garcia”.
Il nodo partitore di Menfi, acquista, dunque, una notevole importanza, anche ai fini dell'eventuale implementazione della portata idrica dell'adduttore.
Ma l’invaso del Garcia non è infinito, non è rinnovabile e risente delle stagioni siccitose. In caso di necessità, dunque, nessuna fonte idrica è esentata dall’implementare la portata dell’acquedotto.
Intanto a Mazara del Vallo, nel febbraio di quest’anno, i cittadini hanno raccolto le firme per la realizzazione di un dissalatore che risolverebbe i problemi idrici della città.
Ma Siciliacque si ostina a portare avanti il mega-faraonico acquedotto inutile e costoso, oltre che obsoleto. Nello spirito e nei fatti l’opera viola i principi del PNRR, non risolve i problemi della cronica carenza d’acqua in Sicilia e non è trasportando l’acqua ad alcuni per toglierla ad altri che si risolve il problema.
Le “migliorie” al progetto promesse al Comune di Menfi riguardano alcuni aspetti secondari di natura tecnica della realizzazione che non spostano la questione principale di un millimetro.
Manca del tutto una serie analisi previsionale dei livelli idrici di bacino e non basta una generica rassicurazione che non verrà prelevata l'acqua dai pozzi di C.da Feudotto a Menfi. 
Nessuna fonte idrica è al sicuro. Siciliacque, anziché puntare al rinnovabile, punta invece all’impoverimento cronico del territorio e, nel momento in cui si raggiungerà la criticità, potete stare tranquilli che la multinazionale, che ha la maggioranza del capitale, abbandonerà la Sicilia a se stessa in cerca di nuovi profitti e di nuovi territori.
In conclusione, occorre:
a) che Siciliacque si confronti in una conferenza di servizi con i cittadini interessati (la società ed il Comune di Menfi non hanno mai risposto alle pressanti istanze in tal senso rivolte dai vari comitati);
b) che venga recuperata la possibilità di reimmettere in funzione il dissalatore di Trapani alimentandolo con i pannelli solari;
c) che venga prevista la possibilità di realizzare depuratori delle acque reflue per l’utilizzo in agricoltura e nuovi dissalatori laddove siano registrate esaurimenti di falde e/o loro inquinamento;
d) che venga adoperata l’innovazione tecnologica per implementare i dissalatori a “impatto zero” come alternativa seria e produttiva rispetto all’inutile acquedotto.
Se Siciliacque non vuole fare questo, deve essere necessariamente estromessa dal capitale la quota “privata”, considerato che la gestione virtuosa dell’acqua pubblica non può prescindere dalla tutela della risorsa idrica e dall’adozione di pratiche di interesse pubblico non mirate alla speculazione in un ambito essenziale che mette a rischio non solo la sopravvivenza economica della Sicilia, ma anche della popolazione civile.
Le amministrazioni locali interessate debbono battersi per questo, reclamando anche presso la Regione, che non può “dormire” o rimanere indifferente rispetto a strategie speculative private che contraddicono ogni logica di investimenti pubblici.
By Michele Barbera

lunedì 7 novembre 2022

PROGETTO SICILACQUE PER MENFI: SCADENZA OSSERVAZIONI AL MINISTERO TRANSIZIONE ECOLOGICA AL 12/11/2022

 



Continua il cammino del mega-progetto da cento milioni di euro di Siciliacque, società in mano a capitali privati ed alla multinazionale Veolia Acqua, per il tramite della controllata Idrosicilia. 
Ancora una volta, dopo avere allertato con il Comitato Acqua Pubblica di Menfi la cittadinanza e l'Amministrazione Comunale, desideriamo evidenziare che entro il DODICI NOVEMBRE DUEMILAVENTIDUE  scade il termine per la presentazione di OSSERVAZIONI al Ministero per la Transizione Ecologica. 
Ecco il link da cui trarre l'indirizzo e le modalità con cui presentare le OSSERVAZIONI: Ministero Progetto Siciliacque 
Di seguito anche il link contenente l'elenco delle Ditte espropriate di Menfi: Elenco Ditte di Menfi espropriate
Il Comitato per l'Acqua Pubblica di Menfi ha inoltrato una dettagliata memoria di osservazioni, oltre ad una serie di istanze e richieste all'amministrazione pubblica di Menfi per opporsi al progetto ed evitare che il territorio di Menfi, come in tante altre occasioni diventi preda di interessi e speculazioni. 
E' importante fare sentire la nostra voce anche al Ministero per la Transizione Ecologica, affinché i privati che occupano le poltrone di Siciliacque si rendano conto che esiste una opinione pubblica, fedele all'esito del referendum che vuole che l'acqua venga gestita in trasparenza ed efficienza da soggetti effettivamente pubblici e che perseguano esclusivamente l'interesse pubblico.
Veolia, come gli altri privati, persegue interessi propri ed imprenditoriali: 
a) vende ai siciliani la loro stessa acqua, lucrando sul prezzo e facendo propri i profitti; 
b) effettua investimenti con risorse pubbliche, sottraendo le stesse ad altre e più proficue destinazioni; 
c) decide quando, come e dove investire, trascurando la scelta dei dissalatori e non facendo scrupolo nel depredare le risorse idriche del territorio siciliano. 
Veolia ha allungato i suoi tentacoli con partecipazioni e società miste in quasi tutte le regioni italiane, creando ovunque scontento e rabbia nella popolazione per la gestione del servizio idrico. 
La gestione privata del servizio è penalizzante per l'utenza. 
Ai menfitani è stato detto dal personale Siciliacque che le risorse idriche di Menfi per il momento non verranno intaccate, ma la presenza massiccia di un acquedotto da cento milioni di euro all'interno del territorio e la costruzione di partitori in prossimità dei pozzi comunali significa che al momento opportuno nessuno può escludere che la mega conduttura si potrà allacciare ai pozzi comunali che già soffrono di emungimenti in favore di altri comuni. 
E' ora di dire basta. La realizzazione dell'opera avrà un impatto ambientale rilevante, anche con attraversamento di torrenti, fasce di rispetto e zone vincolate. Nel progetto sono del tutto ignorate le fasce di rispetto, l’equilibrio florofaunistico dei torrenti, le previsioni dei Piani paesistici, le tutele normative predisposte dal D.to Leg.vo n.22/01/2004 n.42 e dal D.to Leg.vo n.152/2006.
Viene da chiedersi il perché Siciliacque  anziché riattivare i dissalatori di Marsala e Trapani, gli unici che possono garantire la rinnovabilità della risorsa idrica, preferisce attingere ai bacini ed alle dighe, impoverendo il territorio e sottraendo l'acqua all'agricoltura ed alle attività. 
Si tratta di un'attività predatoria che, in tempi di carenza idrica e di scarsità di precipitazioni, non garantisce alcuna sostenibilità ambientale!
Impegniamoci affinché tale progetto non giunga a realizzazione. A beneficiarne sarà il nostro territorio e le generazioni future di menfitani. 
By M. Barbera
 

mercoledì 18 maggio 2022

MENFI: INTITOLATA UNA PIAZZA AL POETA DIALETTALE NINO ARDIZZONE

 


È ufficiale: con delibera n.42 del 13/5/2022 la Giunta Comunale di Menfi ha intitolato il bel piazzale incorniciato dalle vie L. Cacioppo, Via IV Novembre, Via Mazzini e Via Cascino a “Nino Ardizzone Poeta”.
Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ne ricorda di certo la viva intelligenza, la capacità sapida di penetrare gli eventi sociali e politici della “sua” Menfi, a cui serbava salaci riferimenti nelle sue poesie. Echi di impegni civile e sociale trasfusi  – con rara ironia e fine satira – in versi che meritano tutt’oggi di essere letti per la loro originale passione.  Ma non solo. Figlio di una sentita tradizione contadina, amante dell’ambiente, profondo conoscitore del territorio degli usi e costumi popolari,  incarnava nelle sue liriche una insuperabile saggezza, con versi spontanei ma ricchi di una capacità descrittiva pittorica: pennellava paesaggi letterari  tridimensionali, conservando nella memoria storica il genius loci, la ricchezza umile della civiltà contadina.
Lo “zziu Ninu lu poeta” era un “riminaturi di coscienze”, un “agitatore”, un moderno menestrello, capace in ogni situazione ed in ogni dove e con chiunque di infervorarsi e di scaldare l’uditorio che, immancabilmente, rimaneva trascinato ed appassionato alle sue rime che, come un buon vino invecchiato, sapevano dare vita ed essenza all’onestà dei sentimenti della gente umile, ai valori esistenziali più trascurati, alle sensazioni più intime.
Nino Ardizzone si è cimentato – con successo – anche nella drammaturgia, con – ad esempio – il dramma in versi “Lamentu di natura”, una sentita elegia che esprime tutto l’afflato dell’autore per la sicilianitudine mediterranea, densa di solarità e di toni veristi.
La poesia dialettale spesso – nel panorama culturale siciliano – è stata considerata in tono minore, snobbata perché i poeti dialettali erano quasi sempre figure del popolino, quasi analfabeti, figli di quella tradizione orale che pure vanta agli antipodi Omero e gli aedi della Grecia antica. Oggi questa tradizione orale vanta autori di tutto rispetto che prediligono il dialetto o lingua locale che dir si voglia, non per necessità ma per elezione, come mezzo espressivo dotato di una gamma di tonalità e vocalità uniche e raffinate, uno strumento che vibra su corde antiche, ancestrali, suoni espressi in lemmi arcaici, gergali, intimi.
Produzioni poetiche come quelle di Nino Ardizzone, che si pregiano di diverse raccolte e di centinaia di poesie, si collocano, per ricchezza espressiva, prolificità e originalità di contenuti, come gemme uniche, irripetibili del proscenio naif e neoverista della letteratura in lingua locale (o dialetto) di questo scorcio di millennio.
Voglio adesso darvi due esempi mirabili della produzione di  Nino Ardizzone. Li lascio così senza traduzione, titillando nei lettori non siciliani la voglia ed il desiderio di approfondire il dialetto siciliano.
La prima poesia è dedicata ad un prodotto agricolo simbolo del Menfishire, il carciofo, celebrato da lu zzu Ninu come prelibato prodotto culinario ed, allo stesso tempo, quasi un riscatto alle sofferenze del contadino, un premio alla sua costanza ed alla sua fatica in cui trasluce un pathos gratificante:  
 
La carcocciula
 
 
Pista, li viddaneddu n'tà la crita
mmezzu la terra tutta abrivirata
cu li pidduzzi dintra la stivali
pista e caddia, mmezzu li vattali.
 
lu suli cannalia forti ed è cucenti
e l'omu curvu sutta la calura
si chianta l'ova, soffri e un dici nenti
tuttu nfangatu e chinu di sudura.
 
La terra nfoca e scatta lu cardunu
mittennu ncapu terra lu gigghiuni
prosparu, beddu, chinu di bardazza
chi tra 'nnabrivirata e 'nna zappata
metti ad ognunu 'npettu la spiranza
c'un fussi chista natra malannata.
 
C'un mancia carcocciuli un ci cridi
ma la cardunera chianci,
la cardunera ridi
e ridi e chianci chiddu chi la chianta
chi prea lu cristu cu 'nna pacenza tanta.
 
Ognunu a lu modu sò e la sò manera
'paviri chi ti chiantà tuttu sudatu
ora ti cogghi prestu la matina
tuttu finu a lu cintu assampanatu
di li tò foghi chini d'acquazzina
e 'nti la facci senti 'nna vampata
quannu trova la triffa addisirata.
 
Cu tia la vita è veramenti dura
ma quannu finisci poi 'nti la pignata
ognunu chi ti mangia t'assapura
fritta a stufatu o fatta strapazzata.
 
E 'nta lu munnu nunn'asisti cocu
chi 'nun ti fa arrustuta n'ta lo focu
cu anticchia d'oghiu e un pizzicu di sali
si megghiu di la carni di maiali.
 
Li pitalicchi comu nnà rosa
virdi, viola di beddi culuri
quannu li metti mmucca su dda cosa
chi dunanu a la vita lu sapuri.
 
Duci è lu trunzu, e la cosca vidè
ma arrivatu a lu cori
è muccuni di re.
 
Domestica, viola o spinusedda
di li verduri tu si la chiù bedda
però cu tia la vita è sempri dura
si un veru gran misteru di natura.
 
La seconda, per gentile concessione dell’Editore Aulino di Sciacca, sempre attento agli autori ed alla produzione letteraria locale, non solo in lingua italiana, ma anche in dialetto locale è Terra, tratta dalla silloge Quann’era picciliddu, pubblicata da Nino Ardizzone nel 1998. Una lirica dai toni universali, che sovrappone la grandiosità e l’essenzialità del fenomeno della pioggia, che quasi stravolge la vita, oggi si direbbe “resetta”, rispetto al rassicurante vissuto quotidiano, fatto di mille momenti che la chiuvuta, magari troppo abbondante o fuori tempo, interrompe, anche in un momento topico, quello della mietitura e della trebbia:
 
Terra
 
Chiovi e non si senti ciavuru di terra
né ciavuru di fenu ammanucchiatu
manca lu cavaddunciu, non c’è la gregna,
lu postu d’aria è sulu e disulatu.
 
Manca lu stinnituri, la timogna,
manca lu parafocu latu e latu
d’un virdi quasi russastru di vriogna
c’è sulu lu garifu ammaraggiatu.
 
Manca lu cantu di lu mitituri
chi lu iermitu ammasa a la bisogna,
la maistria di lu ‘nfasciaturi
chi cu ancinu e ancinedda, fa la gregna.
 
Manca la vuci di lu pisaturi
chi l’aria batti, cu jumenti e muli
caccia la cucchia chinu di suduri
tra spichi e busi, aspari di suli.
 
Manca lu spagghiaturi a la sintina,
la pagghia ammarvunata sutta ventu,
manca lu scrusciu di la cirnitina
lu ciavuru di spichi e di furmentu.
 
Manca lu cantu di lu pagghialoru
chi ‘ntona ‘ntà lu cori di la notti
nun c’è rituni ‘ncapu l’antaloru
nun c’è pagghieri cu finestri o porti.
 
Vertuli non ci ‘nn’è chiù ‘nta lu pagghiaru
manca lu ciascu, manca la lancedda
c’è sulu lu ricordu duci e amaru
di ‘nnà scarsa dieta puvuredda.
 
Chiovi e sbummica la terra
tuttu lu vilinazzu stramminatu
comu si l’omu avissi fattu guerra
guerra a la vita, guerra a lu criatu.
 
Chiovi, chiovi
e nun si senti ciavuru di terra.
 
Un plauso, dunque, alla memoria di Nino Ardizzone, all’Amministrazione Comunale di Menfi, per avere onorato la figura di uno dei suoi figli meritevoli e prediletti, alla famiglia Ardizzone ed, in particolare, al cavaliere Giovanni Ardizzone, uno dei promotori più attivi dell’iniziativa.
Mi auguro, come già espresso da Rosario Loria, attento operatore culturale di Menfi, che al più presto l’Amministrazione voglia ricordare la figura di lu ‘zziu Ninu con una bella manifestazione culturale, che coinvolga la popolazione ma che non sia prettamente “accademica” o sofisticata. Nino Ardizzone non lo vorrebbe. Invece, auspichiamo una manifestazione “dal basso” che veda protagonista il poeta ed il suo popolo, la sua gente, il suo territorio, che ha tanto amato e che è stata per lui inimitabile fonte di ispirazione ed alla quale rivolgeva sempre il suo canto di poeta indomabile ed appassionato e fin troppo, talvolta, incompreso.
By Michele Barbera 


domenica 5 dicembre 2021

A RISCHIO CROLLO LA TORRE CORSARA DI PORTO PALO DI MENFI: COMINCIA IL BALLETTO (INUTILE) DELLE COMPETENZE

 


Domina la costa di Porto Palo di Menfi da tempo immemorabile. Tutti, menfitani e non, la considerano il vero simbolo di una borgata che svetta su una spiaggia meravigliosa. Quest'estate è stata al centro di una polemica assurda e pirandelliana. 
Adesso, però, la "Vecchia Signora" è stata ferita gravemente, e questa volta di chiacchiere ne possiamo ( e dovremmo) fare pochissime. 
L'attività urbanistica degli ultimi decenni ha vissuto ed è passata dribblando tante "carte", revisioni, adattamenti di PRG ed altre pianificazioni che, al solito, hanno danneggiato molti e privilegiato pochi, ingrassando solo l'Agenzia delle Entrate che è piombata come un avvoltoio sui trasferimenti della misteriosa zona "T" di lotaniana memoria che ha miracolosamente trasformato a fini fiscali i terreni agricoli in terreni "potenzialmente" edificabili e, perciò, sottoponibili ad una bruciante e fantozziana tassa di registrazione. 
Al di là delle barzellette (che fanno piangere), i guasti alla pianificazione urbanistica si sono visti nelle successive esigenze di modifiche dei piani, mai giusti, mai adeguati, mai...tutto. 
Viceversa, a parte gli spendaccioni (ed a volte inutili) interventi buttati qua e là sul territorio, secondo il vento dei finanziamenti, delle buone intenzioni è rimasto poco o quasi nulla. 
Sono rimaste vittime illustri le strade, bucherellate e sfasciate in modo equo per tutto il territorio, vittima le opere pubbliche, vittima gli spazi pubblici a volte usurpati e piegati a logiche private. 
Investimenti? Quali? Tutto ciò che poteva rilanciare il territorio è stato sapientemente bocciato, denigrato, vilipeso ed alla fine devitalizzato. 
Ma ritorniamo alla Torre. 
Nessun intervento negli scorsi decenni. Neanche quando i soldi c'erano. Colpa di chi? Boh.
E' dai tempi dei Regi Decreti che le autorità (con la "a" minuscola) impongono divieti e vincoli sulla zona di Porto Palo.  
Mai una volta, però, che si fossero decisi ad intervenire per il consolidamento del costone. 
Oggi tutti a piangere e tremare per il crollo della Torre che non è quella di Pisa e, state tranquilli, poco ci vuole (questione di baricentro mi spiegava un ingegnere) e potrebbe venir giù.
Gli interventi? Importanti, necessari e urgenti mi diceva quell'ingegnere che ama Menfi, un tipo pratico (forse per questo inviso alla burocrazia nostrana): palificazioni, riempimenti, etc...
Invece, si parla di sopralluoghi, poi di incarichi, poi di progettazione, poi di finanziamenti... poi, poi, poi... L'incubo delle carte. Già. 
Ma una somma urgenza? E di chi del Genio Civile? E la Sovrintendenza? I beni artistici, la Regione, il P.A.I. idrogeologico, la forestale....Come la mettiamo? E se poi qualcuno fa qualche denuncia alla Procura? Le carte debbono essere a posto.
Carte, carte ed ancora carte. 
Non penso che la Vecchia Signora abbia ancora voglia di aspettare. O, forse, siamo noi che non la meritiamo per non averla saputa tutelare, proteggere a tempo debito. 
Poi il colpo di genio. 
Qualcuno propone di lasciarla andare giù e di sostituirla con una gigantografia...di carta: UNA GRANDE FOTOGRAFIA di com'era la Torre. Bella, antisimica, vuota e... piatta, come l'elettroencefalo di qualcuno.
By Michele Barbera 



giovedì 24 settembre 2020

IL COVID-19 CONTINUA A MIETERE VITTIME... LA MOVIDA PURE!



Lo spunto di questo post è nato dall'invito perentorio che Vito Clemente, agguerrito consigliere comunale di Menfi, ha dato con un suo scritto su Facebook: tacere significa essere complici...
Per la verità a Menfi e Porto Palo, causa il coronavirus, quest'estate polemiche chiacchiere e discussioni, non ne sono mancate. Così per come non sono mancate le "osservazioni" dei "pistoleri della lingua" ai controlli che le Forze dell'Ordine hanno fatto ad alcuni locali. 
La verità è una: a tutti, assessori e non, piace divertirsi, stare in gruppo, bere in compagnia. 
Giusto. Quando, però, questo non danneggia gli altri o mette in pericolo la loro salute. 
La nostra libertà finisce sempre quando inizia quella degli altri e con la salute non può scherzarsi. Non sono luoghi comuni ma verità fondamentali. 
Già nei dintorni di Menfi si è assistito a comportamenti irresponsabili di gente in quarantena o, peggio, positiva al virus che, in modo incosciente e criminale, gironzola per locali pubblici (di qualsiasi tipo) ritenendosi libera di infettare chiunque. 
Il virus nel mondo ha fatto oltre un milione di vittime. 
Muta, si diffonde, mette in crisi ogni tentativo di controllarlo. E' subdolo perché colpisce in modo differente gli individui, a volte è asintomatico, ed alcuni territori sono senza dubbio più attrezzati di altri per curarlo. Lo spettro della terapia intensiva (che è invasiva del corpo e costringe ad una anestesia pressoché totale in posizione innaturale,ad essere intubati ed a una perdita della massa muscolare in pochi giorni con la conseguente riabilitazione per chi è fortunato ad uscirne vivo) incombe su tutti coloro che possono contrarre il virus. 
E non c'è festa, movida, trenino, assembramento che tenga. 
Mettiamocelo nella zucca: il SARS-COVID 19 E' UN VIRUS TERRIBILE E MORTALE!
Le rosee previsioni dei virologi che davano la scomparsa del virus durante l'estate si sono infrante di fronte all'evidenza. La stupidità dei negazionisti è pari alla loro ignoranza. 
In questo momento anche la questione "politica" del virus sull'origine cinese passa in secondo piano. 
La ricerca medica può e deve dare i suoi frutti, con il giusto tempo. E speriamo che siano in grado di fornire un vaccino in tempi brevi. 
Nel frattempo, la tutela della nostra salute è affidata a noi stessi, alla nostra prudenza, al nostro sapersi limitare ed al nostro saperci comportare. Siamo in emergenza. Che non è finita.
La movida in questo non aiuta. Specialmente a Menfi, in Via della Vittoria con ragazzi che ogni sera, senza mascherina, si ammucchiano, sparandosi alcool senza ritegno, approfittando della mancanza di controlli.
Menfi non ha il San Raffaele o l'Ospedale Sacco. E noi non siamo Berlusconi. Ricordatevelo.  
Per non parlare dei rifiuti che quotidianamente confluiscono in mucchi selvaggi nei vari cortili... dove puzza e residui di alcol e cibi rancidi fanno la festa dei topi (ho qualche foto nel cellulare che non pubblico per ritegno). Ma che volete, anche i topi hanno il diritto di divertirsi.... o no?
By Michele Barbera



lunedì 6 aprile 2020

I Contemporanei di Sicilia: Michele Barbera, a cura di José Russotti e "Fogghi Mavvagnoti"


Meritevole, e fin troppo generosa, la recensione bio-bibliografica di José Russotti e della Redazione di “Fogghi Mavvagnoti”, che ringrazio veramente di cuore. M.B.

In questi tempi laceri e volgari, la figura di Michele Barbera emerge statuaria come una eccellenza di spiccato rilievo. Intellettuale raffinato e schivo. Un uomo di cultura che tanto ha dato alla letteratura e al teatro siciliano.
“…La sua è una poesia della memoria, che genera pensiero e induce alla riflessione. I versi di Michele Barbera sono quanto mai profondi, attuali e meditativi. La sua è una poesia emozionale, carica di energia, a tratti drammatica, con slanci di forte caratura sociale e di protesta. Il poeta scava nelle macerie di una società fragile e desolata, accoglie e celebra nell'ossimoro dolore-speranza i richiami del vissuto quotidiano, esalta le sensazioni del metaforico incontro dell'animo sensibile con il mondo. Il respiro lirico è universale, percorso e temperato in un intimistico diario dello spirito, un soliloquio a più voci, che disorienta gli ordinari limiti della ragione, concedendo alla memoria voli diacronici, orizzonti vivi e lontani da manierismi estetici. È una poesia che compenetra la realtà, immersa in ritmi apotropaici e flussi esistenziali liberi di avvincere il lettore…”
Michele Barbera nato a Castelvetrano (TP) nel 1969, vive e opera a Menfi (AG). Oltre ad essere avvocato cassazionista, ex magistrato onorario e libero docente è, indubbiamente, un fine poeta, scrittore e saggista, con all’attivo numerosissime pubblicazioni e collaborazioni con diversi periodici sparsi sul territorio nazionale.
Ha coltivato con instancabile intensità le doti letterarie, scrivendo saggi, raccolte di racconti, romanzi, poesie e testi teatrali, ottenendo per i suoi lavori decine di riconoscimenti, premi nazionali ed internazionali in Italia ed all’estero.
Ha curato monografie e testi critici: Goethe in Sicilia; Le dottrine totalitarie e Padre Massimiliano Kolbe; La quinta rivoluzione monetario: dal baratto al bitcoin. Per la narrativa, fra l’altro, ha pubblicato: Neri di Sicilia, (2009); Qualcosa di importante, (2011); In punto di morte, (2011); Esame incrociato, (2011); Il testamento di Vantò, (2013); Racconto d’autunno, (2013) Tredici sequenze in due tempi, (2014). Ha scritto fiabe e racconti per l’infanzia: Lucillo ed il Drago Mangiatempo, Ultima Frontiera, Raggio di sole, Il giorno che non venne mai, Totino ed il mare di notte. È autore dei gialli Colpe apparenti, (2015); La luna scomparsa, (2016).
Per il teatro ha scritto: Tutta colpa della libertà, (2014); Vederci chiaro e Cronache spoglie di uno psiconauta, (2014) oltre al monologo Io e Wally.
Al centro dell’intensa attività letteraria di Barbera c'è sempre stata, costante, anche la poesia. Ha scritto decine di liriche sia in lingua italiana che in lingua siciliana, ultimando tre sillogi: Voci nel buio, (2014); Orizzonti sospesi, (2016); Stagione di memorie fragili, (2018). Sue poesie singole sono pubblicate in diverse antologie sia in lingua italiana che in lingua siciliana. Attualmente sta definendo una silloge in lingua siciliana.
È suo il blog di letteratura, cronaca ed attualità, “L’altra storia”.
Per la sua attività ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutta Italia ed all’estero. Nel 2012 ha vinto a Milano il Premio Nazionale di Scrittura Digitale Creativa. Ha pubblicato il racconto Linda Stevens (Selezione Storie Fantastiche), Racconto d’autunno ha ricevuto la Menzione Premio Internazionale Heritage; la fiaba Lucillo ed il Drago Mangiatempo è stata finalista al Premio Nazionale Perrault. Nel 2014 l’autore ha ricevuto in Svizzera una Menzione speciale per l’opera Raggio di sole. Nello stesso anno è finalista al Premio La Valle delle Storie con l’opera Ultima frontiera.
Il romanzo Il testamento di Vantò, oltre un lusinghiero gradimento del pubblico e della critica, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, fra i quali, la Targa Premio Elimo Vate - Memorial Ruggirello (2013) ed il Premio Speciale Kaos, Festival dell’Editoria (2014). Il romanzo ha pure vinto la 3ª edizione del Premio Nazionale Letterario Nero su Bianco, Mino De Blasio, Provenzalino d’oro nella sezione Opere Edite. È stato selezionato quale Opera Finalista nel prestigioso Premio Nazionale Zingarelli. Infine, l’Associazione TeatrOltre di Sciacca (AG)d ne ha fatto un adattamento per una lettura drammatizzata.
Sulla sua attività letteraria hanno scritto, tra gli altri: Luca Colombo, Laura Pieroni, Lucio Rende, Joseph Cacioppo.

Lu tempu passa (Prima classificata - Fogghi mavvagnoti, 2019)

Li jorna cadunu, sunnu
fogghi ‘mmbriachi di ventu:
senza risettu e cangiamentu.
‘Nna vota, nivura comu la pici era la miseria,
li valiggi cu lu spacu, pani di casa
e la testa ‘nfusca, la manu chi trimava.
L’urtima taliata a lu funnacu, li lacrimi
sciugghianu li cori e attaccavanu li lingua.
A la fini, la porta si chiuria.
Lu jornu appressu lu celu paria di n’avutru culuri,
la faccia ammucciata sutta la coppola
e lu ferribotto cu ‘un arrivava mai.
Oj, chi cangiau? Oj, chi li picciotti,
allittrati e bonu vistuti, cu li giacchi stritti,
votanu li spaddi a lu paisi, carricanu ogni
spiranza e diventanu forasteri.
Lassanu sta terra ‘mpastata di chiantu e fami,
pigghianu l’apparecchiu e volanu appressu
a la sorti, a la vita amara chi li stravulia
e svacanta li strati e li casi, a la bona vintura.
Patri e matri suspirannu
s’arrunchianu li spaddi.
‘Nsilenziu, lu cori nicu nicu,
comu n’aciduzzu, la matri.
Chiangiri ‘un servi a nenti e porta
malauriu, dici lu patri.
Ma ‘nna lu cori nutria la spiranza,
‘nna malatia terna e senza cura.
Talianu la porta chiusa e aspettanu.
Aspettanu, lu tempu chi passa.

Il tempo passa
I giorni cadono, sono / foglie ubriache di vento: / senza calma e cambiamento. / Una volta, c’era la miseria nera come la pece, / le valige con lo spago, pane di casa / e la testa confusa, la mano che tremava. / L’ultimo sguardo al fondaco, le lacrime / scioglievano i cuori e legavano la lingua. / Alla fine, la porta si chiudeva. / Il giorno dopo, il cielo sembrava di un altro colore, / il viso nascosto sotto la coppola / ed il battello che non arrivava mai. / Oggi, cos’è cambiato? Oggi, che i giovani, / acculturati e benvestiti, con gli abiti attillati, / girano le spalle al paese, caricano ogni / speranza e diventano stranieri. / Lasciano questa terra intrisa di pianto e fame, / prendono l’aereo e volano dietro / il loro destino, alla vita amara che li stravolge / e svuota le strade e le case, in cerca di un buon futuro. / Padre e madre sospirano, / stringono le spalle. In silenzio, il cuore piccolo piccolo, / come di un uccellino, la madre. / Piangere non serve a niente e porta / malaugurio, dice il padre. / Ma nel cuore nutre la speranza, / come una malattia eterna e senza cura. / Guardano la porta e aspettano. Aspettano, il tempo che passa.


Disiu (Prima classificata - Fogghi mavvagnoti, 2017)

Ascutati. Di lu funnu di lu mari
comu acchiana lenta, pari ‘na cialoma,
ti sventrica lu cori e cchiù nun si può firmari.
Parti di luntanu, di ‘natra terra,
‘ndrabbanna lu mari, ciavuria di zaara e lumuna,
parfuma di sarmastru e gersuminu.
Accussì forti e suppili, chi ti pigghia ‘ntesta
e ti ‘mbriaca, comu lu vinu dintra lu varliri.
E io mi votu e svotu, senza paci, ‘nta lu jazzu,
aiu ‘nna stramera ‘ntesta, ‘un ‘rraggiunu
‘cchiù, m’arriducivi un pazzu.
Chi è ‘ssa cosa chi mi turmenta la vita?
‘Ssu pisu chiummu, misu a lu sceccu
comu un iucu, ‘nna sacchina china di petri,
chi mi scancara l’ossa e li spaddi,
comu ‘nna cruci ‘ncoddu mi la sentu
e ‘ntesta ‘nna curuna di spinasanti.
‘Nun sacciu chi dirivi, caru cumparuzzu meu,
‘nna traggedia ranni, ‘nun c’è ‘cchi ddiri,
ma ascutati a ‘mmia, c’aiu li capiddi bianchi,
scurdativilli ‘ssi du ucchiuzza lustri,
ca parinu ‘ddu stiddi a l’agghiurnari,
‘ssa pittorina trugghia comu un davanzali
chinu di rosi e ciuri a lu sbucciari.
Lu sacciu cch’è dura pusari sa busacca,
‘ca puru ‘nsonnu vi l’abbrazzati stritta stritta
pinsannu ca fussi idda, arma di celu biniditta,
e ‘nveci siti sulu, puviru sbinturatu,
‘nna maaria di fimmina vi fici ammalari,
pacienza, angilu miu,
chissu è amuri e nenti ci putiti fari.

Desiderio
Ascoltate. Dal fondo del mare / come sale lenta, sembra una nenia di marinai / ti colpisce al cuore e non si può fermare più. / Parte da lontano, da un’altra terra, / dall’altro lato del mare, odora di zagara e limoni, / profuma di salmastro e gelsomino. / Così forte e sottile, che sale in testa / e ti ubriaca, come il vino dentro il fiasco. / E io mi giro e rigiro, senza pace, nel letto, / ho una confusione in testa, non ragiono più / mi sono ridotto come un pazzo. / Che cos’è che mi tormenta la vita? / Questo peso come piombo, messo all’asino / come un giogo, un sacco pieno di pietre, / che mi sconquassa le ossa e le spalle, / me la sento come una croce addosso / ed in testa una corona di rosaspina. / Non so che dirvi, caro compare mio, / una grande tragedia, non c’è che dire, / ma ascoltate me che ho i capelli bianchi, / dimenticateveli quegli occhietti lustri, / che sembrano due stelle all’alba, / quel petto rigoglioso come un davanzale / pieno di rose e fiori appena sbocciati. / Lo so che è difficile posare questa bisaccia, / che persino in sonno ve l’abbracciate stretta stretta, / pensando che fosse lei, anima di cielo benedetta, / e invece siete solo, povero sventurato, / una stregoneria di donna vi ha fatto ammalare, / pazienza, angelo mio, / questo è amore e non ci potete fare niente.


‘A rizzagghiata (Menzione d'Onore - M. Costa, 2017)

M’aiu a godiri la friscura di stasira. ‘Na carmaria
chi risetta l’arma e astuta ogni vampa di trumentu.
Stancu e straccu, m’assettu ‘ncapu un muru di tistetti
‘nni lu curtigghiu ‘nturniatu di scali e strati stritti.
A lu lustru di luna m’accordanu puru li cicali
chi zurlianu cuntenti e parunu biulina stunati.
C’è chi vogghiu calari ‘nna vota e bona
lu rizzagghiu, vidilu scinniri a pisu chiummu,
cogghisi tutti li malummira, li ‘mpinciuna,
lu malustari e puru la sfurtuna di stu munnu.
Scinni lu rizzagghiu, affunna chi t’affunna,
s’allarga, pari chi si ‘nserra e poi si rapi,
nenti ci pò scappari dintra lu me cori:
riordi nivuri e scantura scurdati, fitti
‘nta l’ossa e chiantura allacrimati.
Cogghi, cogghi lu rizzagghiu, l’amaru
di sta vita trubbuliata, li spiranzi addimurati,
senza ‘mpinciri ‘nta li scagghiuna
di la genti favusa e cascittuna, bona a fari
‘mpidugghiaperi e malacunnutta a cummininienza.
Bonu, bonu! Lu rizzagghiu è chinu a tinchitè,
c’è di svacantarlu ‘nta li zimmila di crîna,
jttari tuttu ‘nta lu focu, luntanu, se cosa
anniarlu ‘nni quacchi gibbiuni funnutu.
Poi fazzu li me cunti: chissa è la me vita.
Tra malu stari e malu a veniri, aiu avutu
puru la me furtuna. Chiamatila Pruvidenzia,
comu sia sia; anchi a vutarimi li spaddi,
m’à tinutu sempri pi manu, idda ammuttannu
e je tirannu, ‘nta l’acchianati e li scinnuti.
Ora, tinta o bona ‘sta sorti mi la tegnu.
Lassu lu rizzagghiu: la pica maistra si ‘nturciunia
e po’ s’allasca, liberannu li me affanni.
Chi silenziu! Rapu e chiuru l’occhi:
arrestu alluccutu a taliari lu celu chi s’ allustrau.
Stà agghiurnannu e mi sunnai tuttu.
Mi susu e arrunchiu li spaddi suspirannu,
m’abbiu a la casa mezzu addummisciutu
e li guaj c’aiu ‘ncoddu unni li vaiu pinsannu.

La retata (1)
Mi devo godere il fresco questa sera. Una calma / che acquieta l’animo e spegne ogni fiamma di tormento. / Stanco e sfatto, mi siedo sopra un muro di conci di tufo, / nel cortile circondato di scale e strade strette. / Alla luce della luna mi seguono pure le cicale 7 che friniscono contente e sembrano violini stonati. / C’è che ho voglia di calare una buona volta / il giacchio, di vederlo scendere pesante come il piombo, / per raccogliere tutti i fantasmi, gli ostacoli, / il mal stare e pure la sfortuna di questo mondo. / Scende il giacchio, affonda e affonda, / s’allarga, sembra che si stringe e poi si apre, non gli può scappare nulla dentro il mio cuore: / ricordi neri e spaventi dimenticati, dolori / nelle ossa e pianti lacrimosi. / Coglie, coglie il giacchio, l’amaro / di questa vita travagliata, le speranze disilluse, / senza impigliarsi nelle fauci aguzze / della gente falsa ed infame, buona a fare / inganni e azioni cattive a convenienza. / Basta, basta! Il giacchio è pieno a iosa, / bisogna svuotarlo nelle gerle di erica, / buttare tutto nel fuoco, lontano, se del caso / annegarlo in qualche fossato d’acqua profondo. / Poi faccio i miei conti: questa è la mia vita. / Tra male presente e male futuro, ho avuto / pure la mia fortuna. Chiamatela Provvidenza, / come sia sia; anche a voltarmi le spalle, / mi ha tenuto sempre la mano, lei spingendo / ed io tirando, nelle salite e nelle discese. / Ora, brutta o buona, questa sorte me la tengo. / Lascio il giacchio: la corda maestra si attorciglia / e poi si allenta, liberando i miei affanni. / Che silenzio! Apro e chiudo gli occhi: / rimango come un allocco guardare il cielo che schiarisce. / Sta facendo giorno e mi sono sognato tutto. / Mi alzo e stringo le spalle sospirando, / mi avvio a casa mezzo addormentato / ed i guai che ho addosso non li vado pensando.

(1) La “rizzagghiata” è una forma di pesca con una particolare rete rotonda, appesantita da piccoli piombi che in italiano si chiama giacchio.


venerdì 30 agosto 2019

SOPPRESSO L'UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI MENFI


Con decreto del 18/07/2019 il Ministro della Giustizia Bonafede ha statuito la cessazione del funzionamento del Giudice di Pace di Menfi. Ufficio soppresso. Amen. 
Si può dire "cronaca di una morte annunciata". 
Già nel recente passato, prima durante la sindacatura Botta e poi con Lotà, ci siamo battuti - nell'interesse pubblico - affinché l'Ufficio venisse mantenuto. 
Si era parlato del trasferimento dell'Ufficio in Piazza Vittorio Emanuele e della intitolazione dell'aula delle udienze alla memoria del Giudice di Pace Peppino Rotolo che rivestì con merito le funzioni.
Tutte chiacchiere.
E che dire di fronte all'ignavia, alla superficialità ed al disinteresse non solo delle Amministrazioni comunali di Menfi, ma anche di quelle facenti parte dell'Unione dei Comuni?
Agghiacciante il contenuto della nota del 30/01/2019, citata nella motivazione del decreto, con cui il Sindaco del Comune di Menfi ha comunicato al Ministro che "il Comune non è nelle condizioni di poter garantire una efficiente ed efficace funzionalità dell'ufficio del giudice di pace per carenza di risorse umane, considerato che non è pervenuta disponibilità da parte dei Comuni di Santa Margherita Belice, Montevago e Sambuca di Sicilia al trasferimento di unità di personale". 
Il Ministro ha preso atto ed ha chiuso l'ufficio. Punto.
Inutile ripetere e spiegare le funzioni pubbliche e la necessità di un presidio giudiziario di prossimità. 
Inutile quando ad ascoltare non c'è nessuno dei potenti, di quelli che siedono nella stanza dei bottoni. 
Menfi e la deprecabile ed assopita "Unione dei Comuni" perde un centro di vitale interesse per il pubblico e la cittadinanza dei quattro Comuni. 
Le ragioni di questa miopia amministrativa sono evidenti. 
Così in un silenzio fragoroso, un pezzo delle istituzioni va via dal territorio belicino. E tutto passa sotto un velo di ipocrisia istituzionale all'insegna del "non vedo, non sento e non parlo". 
Ogni ulteriore commento è superfluo.
By Michele Barbera


domenica 30 giugno 2019

IL TESORO DI INYCON TRA MITO E TRADIZIONE


In questi giorni di chiacchiere (fisiologicamente sterili) sul recente svolgimento della manifestazione "Inycon", un paio di amici mi hanno tirato in ballo, ricordandosi improvvisamente (dopo oltre vent'anni!) che il primo regolamento del marchio "Inycon" lo avevo redatto io in collaborazione con la Giunta dell'epoca. E lamentando quasi il mio silenzio sulla querelle che divide (si fa per dire) i menfitani.
A prescindere dal fatto in sé, è ovvio che il mio contributo, senza polemiche, non può che essere dato se non a titolo personale. 
Inycon era nata come una manifestazione "fuori dagli schemi". Non la solita fiera paesana o sagra alimentare. Era nata come un mix sensoriale, in cui l'utente doveva trarre emozioni culturali e materiali, fisiche.
Il suo "marchio" era un riassunto di simboli che traevano vita ed energia dalla celebrazione della natura. In questo contenitore, protagonista, di sicuro, era l'uva ed il suo diretto discendente, il vino, o meglio, la cultura, il mito, la tradizione del vino. Un elemento trascinante che coinvolgeva il "fattore umano" e sociale di Menfi e della sua civiltà contadina, che aveva saputo costruire una tradizione enologica di tutto rispetto. 
Già l'amico Salvo Ognibene, nel suo blog, nel 2016 lamentava una sorta di involuzione della manifestazione, a cominciare dal restyling del marchio e si poneva seri interrogativi sull'identità della manifestazione lasciata quasi ad un innaturale "decadimento". 
In breve, faccio le seguenti osservazioni: 
a) Inycon deve costruirsi (o ri-costruirsi) una propria identità forte e chiara. Deve puntare ad amplificare l'offerta culturale del "vino" non semplicemente come alimento da degustare, ma come frutto di una tradizione che coinvolge tutti i sensi della conoscenza.
b) Inycon non si può improvvisare, né ha senso rincorrere altre realtà che, per motivi di marketing o per disponibilità di fondi, puntano a una grandeur che, magari, è in stretta contingenza a fattori economici e di disponibilità finanziarie. 
c) Bisogna rivalutare la Storia di Inycon. Le istantanee del passato sono ricordi che fanno riflettere e mostrano le radici culturali di una manifestazione evocativa che non è fiera o sagra, ma vuole essere celebrativa di un fenomeno culturale prima che gastronomico. Un fenomeno che fa storia e diventa memoria.
d) Inycon non è il Carnevale di Sciacca o il Palio di Siena. L'identità di Inycon è quella degli agricoltori che mettono a frutto la terra, è il paesaggio, la natura, il sapore fragrante delle olive molite, l'aroma speziato del mosto ed il calore delle messi che maturano al sole. 
Inycon non si conta dal numero degli espositori ma dal messaggio che sa trasmettere e che fidelizza l'utente.
Più che "offrire" il vino, mostriamo "come si fa" il vino, cos'è il vino, da dove viene, unitamente alla sua storia e, perché no, al suo mito. 
In ciò non ha senso processare questa o quell'Amministrazione comunale. 
Il successo di Inycon non dipende dall'individuo, ma dalla collettività, dal "senso di gruppo" che deve contraddistinguere la comunità, con il collante dell'accoglienza e dell'ospitalità. 
Spero che questi miei pensieri aiutino a riflettere, tutti, compresi i miei amici. 
Lunga vita ad Inycon.  
By Michele Barbera