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venerdì 3 gennaio 2025

AGRIGENTO CAPITALE DELLA CULTURA 2025: IL TUTTO ED IL NIENTE

 


Agrigento nel 2025 ha un'occasione storica: è capitale della cultura.
Invece...
È di queste ore la polemica per il cartello ANAS sbagliato, che contiene ben due rozzi strafalcioni grammaticali. Poco male. Dopo la denuncia del Corriere tramite la salace penna di Gian Antonio Stella, il cartello è stato (o sarà) rimosso.
Eccola la “pezza”, il “rattoppo”. Che pare caratterizzare tutta l’approssimativa organizzazione delle attività di un appuntamento storico per la città di Pirandello.
Chi è minimamente addentro l’organizzazione sa benissimo di riunioni convulse, di prese di posizione, di arroccamenti, di campanilismi e di ostracismi, che si consumano da un bel po’ su scrivanie di eccellenti uffici, nei salotti illuminati, davanti alle tazzine di sapido caffè, e così via.
Agrigento Capitale della Cultura è diventata l’occasione di un palcoscenico malato e tristemente tragico, in cui l’arte, la letteratura, l’esaltazione di luoghi mitici annegano in complicanze burocratiche e di favoritismi “bilanciati”, inviluppati in reti complicate di preferenze e amicizie political-scambiste.
Regnano i grand commis, i faccendieri mediatici, gli affarismi beceri, e, perché no, i paradossi pirandelliani, le convenzioni umorali, le sottili vendette e le rivalse dei dogmatici istituzionali.
No, signori miei, non è questione di “cattiva” organizzazione.
Sbaglia chi ritiene che Agrigento e gli agrigentini siano incapaci di organizzare eventi o fare programmazioni culturali.
Il concerto dei “Volo” è stato l’esempio di come ad Agrigento la finzione possa divenire realtà, con la complicità mass-mediatica del popolo agrigentino: un falso storico che, però, ha mosso consensi e denaro, soddisfacendo chi doveva soddisfare.
In Sicilia si dice argutamente che “il fatto è uno, il discorso è un altro”. Una cosa è l’apparenza di un caos magmatico (che starebbe pure bene fisiologicamente nella terra di Pirandello), un’altra è la guerra sottile che da decenni si consuma all’ombra delle pietre ataviche della Valle dei Templi.
Ci sono diktat che nessuno può ignorare, ma tutti dovrebbero combattere.
Al bando i “geni solitari” (come Camilleri, prima che lo straripante successo editoriale e televisivo imponesse ai suoi detrattori di accettarlo e digerirlo), via le manifestazioni letterarie “popolari” che davano visibilità agli scrittori locali ed agli artisti in erba, vadano a quel paese i cosiddetti operatori culturali indipendenti.
La cultura agrigentina ha le sue regole, le sue convenzioni, i suoi referenti, i suoi binari, le sue amicizie che devono obbligatoriamente gravitare attorno ai soliti noti, tramite collaudati canali di reciproci favori, conoscenze e precisi “scambi”.  
La cultura agrigentina campa di se stessa, si cannibalizza, miope, incapace di vedere al di là delle colonne del Tempio della Concordia e di Telamoni raffazzonati.
Insomma, la Capitale della Cultura c’è. Solo che ancora non si vede. Sarà una capitale della cultura centralizzata, organizzata ed istituzionalizzata, con la dovuta ipocrita e maleodorante passerella di “vip” annoiati e nomi altisonanti pagati a peso d’oro, con i suoi, direbbe Camilleri, sparluccicanti festini e mostre lustrinate, indorata a dovere e lisciata come il pelo di un porco prima di essere scannato. Sarà la Cultura dei musei, delle rovine pastrocchiate, il tutto curato da abili maneggioni istituzionalizzati che pregano ciascuno per l’insuccesso dell’altro.  
Tutto il resto a mare.
In quel sornione mare Africano, che tutto inghiotte e tutto assimila, crocevia di vita e di morte, di speranze deluse e di illusioni allucinate, forse l’unico elemento eterno ed autentico di questa terra dagli straripanti paradossi e pantomime farlocche.
Il mare, dove Luigi Pirandello, quel figlio del Caos che, criticato nella sua terra e costretto a cercare e ottenere il successo altrove, volle che fossero disperse le sue ceneri. E non mi sbaglio concludendo che, sul punto, Camilleri sarebbe d'accordo con me.
By Michele Barbera


lunedì 13 agosto 2012

PIRANDELLO E... L'AVE MARIA


Uno dei miei libri (anzi, bisognerebbe dire per onestà "alcuni" dei miei libri preferiti) sono le novelle di Luigi Pirandello. Ne esistono diverse raccolte. Ho già scritto in passato che parecchi autori "moderni" si rifanno nello stile e talvolta nel contenuti alle "novelle" di Luigi Pirandello che, a tutt'oggi, hanno una freschezza di intuizione e di originalità che spesso viene voglia di rileggerle. 
Ed, in tutta franchezza, le raccomanderei come "libro dell'estate" a chi ancora non avesse avuto occasione di scoprirle e leggerle. 
Personalmente, ogni tanto mi concedo il piacere di rileggerne alcune pagine.
Vi segnalo in particolare una delle novelle, forse poco nota, di Pirandello, ma che - invece - meriterebbe maggiore attenzione e di essere considerata come "metafora" di quello strano contrasto, tutto pirandelliano, tra la coltivazione seria di un interesse per la filosofia atea e razionalista, ed il malessere, direi fisico, con cui lo studio filosofico viene visto dall'Autore come causa della "perdita della fede", non solo in sé, ma come perdita di una età felice in cui basta l'abbandono alla fede per superare il dramma dell'esistenza. 
Sto parlando dell' "Ave Maria di Bobbio" (nella Raccolta "La Rallegrata") ampiamente presente in rete e della quale mi limito a fornire un link tra tanti: testo dell'Ave Maria di Bobbio
La vicenda è sugosa e surreale come tante nell'universo del Premio Nobel agrigentino: un facoltoso notaio, cultore della migliore filosofia, soffre di un mal di denti terribile. E' un mal di denti un pò strano che, secondo l'Autore, accomuna tutti i filosofi.
Mentre spasima dal dolore, passa davanti ad un'edicoletta di campagna con l'immagine della Madonna.
Ecco il passo della novella:
...Nello sconvolgimento della coscienza, Bobbio all’improvviso aveva provato un tremore, un tremito di tenerezza angosciosa per se stesso, che soffriva, oh Dio, soffriva da non poterne più. La carrozza passava in quel momento davanti a un rozzo tabernacolo della SS. Vergine delle Grazie, con un lanternino acceso, pendulo innanzi alla grata, e Bobbio, in quel fremito di tenerezza angosciosa, con la coscienza sconvolta, senza sapere più quello che si facesse, aveva fissato lo sguardo lagrimoso a quel lanternino, e... Ave Maria...
Il Notaio, filosofo ed ateo recita con devozione insperata la preghiera alla Madonna ed ecco il miracolo:
E, all’improvviso, un silenzio, un gran silenzio gli s’era fatto dentro; e, anche fuori, un gran silenzio misterioso, come di tutto il mondo: un silenzio pieno di freschezza, arcanamente lieve e dolce.Si era tolta la mano dalla guancia, ed era rimasto attonito, sbalordito, ad ascoltare. Un lungo, lungo respiro di refrigerio, di sollievo, gli aveva ridato l’anima. Oh Dio! Ma come? Il mal di denti gli era passato, gli era proprio passato, come per un miracolo. Aveva recitato l’avemaria, e... Come, lui? Ma sì, passato, c’era poco da dire. Per l’avemaria? Come crederlo? Gli era venuto di recitarla così, all’improvviso, come una feminuccia...
Lo sconvolgimento del Notaio è tale che pone in dubbio tutte le credenze filosofiche sino a quel momento coltivate.
Riuscirà il "nostro eroe" a superare il terribile dilemma tra la "superbia" tutta umana della filosofia e la "ingenuità" misteriosa della religione?
La risposta a Voi che avrete il piacere di leggerVi la novella...
Saluti, by M.